La “monnezza” e l’odio di se stessi

Che Roma sia sporca è un fatto assodato e ormai, ahinoi, non fa neanche più notizia. Ma un conto è dirlo e un conto è viverci. Il sottoscritto a Roma vive da più di vent’anni e non l’hai mai vista ridotta così male. Parlo soprattutto delle periferie, abbandonate a loro stesse e condannate a subire le conseguenze del malfunzionamento dei servizi. Ma qui occorre essere chiari: se le cose stanno così la responsabilità numero uno è della maleducazione imperante.

Nella mia zona, che è appunto di periferia, da alcuni mesi i famigerati cassonetti sono stati rimossi dalle strade. Per ogni abitazione l’Ama, l’azienda comunale addetta alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti, ha fornito contenitori, di diverso colore, per consentire di procedere meglio con la differenziata. La sparizione degli orrendi cassonetti (molti dei quali erano ridotti in condizioni indescrivibili, ammaccati, semidistrutti, semibruciati, comunque sempre strapieni di “monnezza”) è stata scuramente un fatto positivo. Se non che alcuni cittadini (ma usare questa parola è forse improprio considerato il loro grado di inciviltà) continuano ostinatamente a portare sacchi e sacchetti di spazzatura là dove prima c’erano i cassonetti. Siccome in strada sono rimaste solo le campane verdi per la raccolta del vetro (e non si capisce bene perché: non si potevano eliminare anche quelle?), in genere sacchi e sacchetti sono gettati proprio accanto ad esse. Così si vengono a creare piccoli e grandi monumenti all’indecenza urbana: in mezzo c’è la campana verde, un po’ inquietante con la sua forma panciuta, da enorme insetto, e attorno ecco una costellazione di contenitori di vario tipo, gettati là da dal maleducato di turno. E spesso sacchi e sacchetti non sono nemmeno chiusi, per cui la spazzatura presto si sparge, con grande gioia dei roditori e di altri animali che occasionalmente vi sguazzano.

Ogni tanto un camioncino dell’Ama passa e raccoglie, per lo meno i sacchi più grossi, ma è una fatica di Sisifo, perché nel giro di poche ore i sacchi ricompaiono e tutto torna come prima.

Come se non bastasse, più le strade si fanno periferiche, più ai loro lati si notano vere e proprie mini-discariche immerse nella vegetazione che straborda. Lì la somma della maleducazione imperante e della mancanza di interventi di pulitura dà veramente il massimo: per chilometri e chilometri, ai lati di queste strade, che in molti casi si inoltrano in zone verdi, non si vedono che rifiuti d’ogni genere.  E che dire della segnaletica stradale, anch’essa abbandonata, senza manutenzione?

Viene proprio da chiedersi: perché paghiamo le tasse? Ma soprattutto: perché tante gente si comporta così male nei confronti della città e dell’ambiente in cui vive? Perché tante persone amano, a quanto pare, vivere nella spazzatura e nel degrado? E perché nessuno fa nulla?

In estate queste domande si fanno più pressanti perché si sta di più all’aria aperta e certi spettacoli degradanti balzano all’occhio più del solito. A me, per esempio, piace camminare e ogni tanto, quando posso, faccio una passeggiata, ma ciò che vedo attorno a me mi mette una tale tristezza! Le bottiglie e bottigliette di plastica sono forse in testa alla classifica dei rifiuti abbandonati, seguite dai pacchetti di sigarette, ma c’è veramente di tutto.

Siccome i tragitti che faccio sono sempre gli stessi, ormai conosco a memoria i rifiuti che incontrerò e che nessuno rimuove da anni, ma le sorprese non mancano mai. Ecco un nuovo scatolone, ecco un nuovo sacco, ecco un passeggino arrugginito, ecco una borsa sportiva con dentro alcuni indumenti. Ma, mi chiedo, possibile che le gante che vive lì vicino non avverta mai la voglia di fare pulizia? Io a volte lo faccio per quanto riguarda il mio pezzo di strada. Ricordo che anni fa rimossi da una scarpata tanti rifiuti da riempire più di trenta grandi sacchi neri, ma oggi non ho più la forza per affrontare una tale battaglia.

Ciò che più fa male è il totale senso di impotenza. Contro un’amministrazione che non funziona, contro la maleducazione dilagante, contro l’indifferenza, che cosa si può fare?

In uno spiazzo sterrato, invaso dalle erbacce, da anni c’è  una montagnola di rifiuti. Su quello spiazzo si affacciano alcuni palazzi, dotati ovviamente di finestre e balconi. Mi chiedo: le persone che guardano di sotto e vedono le erbacce e la montagnola come fanno a tollerare un tale spettacolo? Perché non hanno preso provvedimenti? Perché nessuno mai pulisce e tanti invece sporcano?

A me sembra che qui ci sia un problema antropologico serio: se la situazione è quella descritta, e vi assicuro che purtroppo è proprio così, significa che siamo alle prese con l’odio di se stessi. Non credo che ci possano essere altre spiegazioni. È la stessa riflessione che mi viene quando vado sul litorale romano e, anche lì, sopra il tappeto di sabbia, mi imbatto in bottiglie di plastica, mozziconi di sigarette, pezzi di polistirolo, bastoncini dei lecca lecca. La gente se ne sta spaparanzata a prendere il sole, magari accanto a un bel cumuletto di rifiuti, e resta totalmente indifferente. Ma come si fa?

Lo ripeto: odio di se stessi. Non vedo altra spiegazione.

Aldo Maria Valli

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