Come cambia il maschio italico. Osservazioni di un antropologo da spiaggia

Il tagliatore di teste del Borneo si avvicina lentamente. Il suo corpo è una tela disegnata: fantasmagorici tatuaggi ne ricoprono la superficie, così da moltiplicare il terrore nella vittima designata. Noto che l’uomo dall’aspetto terrificante è anche depilato: evidentemente nella sua tribù è in voga questa pratica, così da permettere ai tatuaggi di risaltare in modo ancora più evidente e agghiacciante. Mi guardo attorno in cerca di aiuto, ma vedo soltanto altri uomini, tatuati e depilati, che si aggirano con finta indifferenza, in attesa del momento più opportuno per sferrare l’attacco mortale, mentre le loro donne, stese su giacigli, sono evidentemente in preda a un sonno indotto da misteriose sostanze, altrimenti non si spiegherebbe come possano restare per ore immobili, seminude, sotto il sole a picco, senza mostrare alcun segno di disagio.

Ma ecco che il tagliatore di teste del Borneo si fa più vicino. Capisco di non avere scampo. Che cosa spunterà ora dalla sua mano? Una lancia, una scimitarra, un coltellaccio, una pietra levigata e appuntita, tale da arrecare il massimo dolore alla vittima sacrificale? L’uomo depilato e tatuato atteggia il volto a una smorfia che sembra essere di cordialità: certamente una tattica per irretire ancor meglio colui che ha scelto come carne da macello. Muove le mani che finora ha celato dietro la schiena: ecco l’arma!

No, non sembra un’arma tradizionale. Ha forma piuttosto tondeggiante ed è dotata di un corto manico. Nell’altra mano, poi, l’uomo depilato e tatuato stringe qualcosa di simile a una palla: sì, è proprio una pallina. E ora l’uomo, il cacciatore di teste, parla. L’ultima sentenza prima dell’atto fatale? No, si rivolge piuttosto ad alcuni suoi simili, ma la sua lingua non sembra proprio quella del Borneo. Chiede infatti: “Raga’, che ce famo ‘na partita a racchettoni?”.

Per l’antropologo dilettante, a passeggio su una spiaggia del litorale romano, non è facile capire che cosa possa indurre l’italico maschio ad assumere connotati così stravaganti. Perché tanti tatuaggi? Perché la depilazione accurata?  Perché i  muscoli gonfiati? Perché la pettinatura da moicano, con i lati della testa rasati e una striscia centrale lasciata quasi incolta? Perché l’abbondanza di orecchini? Domande, temo, destinate a restare senza risposta. L’unica cosa che si può fare è osservare. Così eccomi impegnato a esaminare e catalogare.

Non in tutti gli stabilimenti balneari, occorre dirlo, compare il maschio tatuato, depilato, palestrato, moicanato e orecchinato. Tale popolazione risulta infatti tipica dei tratti di spiaggia considerati più in o à la page o, come si dice oggi, più trendy. Ed è proprio qui che l’antropologo da spiaggia, non senza sconcerto, insinua il suo sguardo indagatore fra soggetti che ostentano distacco ma, sotto sotto, ne sono certo, stanno lì proprio per lasciarsi osservare.

Palestrato, scolpito, tatuato, depilato, moicanato ed eventualmente orecchinato, l’italico maschio ha fatto del suo fisico molto più di un simbolo da mostrare: è una sorta di carta d’identità, ma per dire non tanto chi si è, quanto chi si vorrebbe essere.

Molti di questi esemplari maschi dell’italica stirpe, quando stancamente si alzano dai loro giacigli da spiaggia, mostrano alcune caratteristiche morfologiche che non possono lasciare indifferente l’antropologo, sia pure dilettante. In primo luogo colpisce la postura. Avendo evidentemente trascorso ore e ore in palestra al fine di gonfiare muscoli, essi sfoggiano spalle e pettorali di dimensioni abnormi rispetto al resto del corpo, tanto che le braccia non cadono più lungo i fianchi, com’è tipico del bipede, ma ne restano a una certa distanza. È un po’ come se questi uomini assumessero l’atteggiamento di chi, dovendo aggredire da un momento all’altro un avversario, gonfiasse appunto la parte superiore del corpo, così da farla risultare più imponente: solo che in questo caso tale postura, non episodica ma permanente, rende tali soggetti alquanto bloccati. Anche il collo è sovradimensionato, ma, curiosamente,  le gambe sono spesso abbastanza normali: evidentemente, impegnati a espandere tronco e pettorali, i palestrati hanno tralasciato di lavorare sul resto, o non ne hanno avuto il tempo. Senza contare che le gambe sono spesso irrimediabilmente corte, perché in palestra si possono fare molte cose ma non allungare gambe che la genetica ha condannato a una taglia ridotta, e occorre dire che il corpo gonfiato di un uomo dalle corte gambe assume un che di grottesco.

Anche sulla depilazione molte sono le domande che nascono nell’antropologo da spiaggia. Se un tempo l’odio per peli e peluria era questione tipicamente femminile, ai nostri giorni (forse in nome delle pari opportunità?) è evidente che tale ossessione compulsiva ha contagiato anche gli uomini, i cui corpi si mostrano sull’arenile come se fossero appena usciti da saloni di bellezza nei quali hanno subito svariati interventi a base di rasoi, cerette, epilatori e altre diavolerie. Solo che se la donna depilata può avere un suo fascino (ma sul punto il dibattito è aperto), l’uomo depilato ha invece un che di innaturale, anzi di artificiale. Diciamola tutta: sembra un bambolotto di plastica. E se poi, come s’è detto, il bambolotto è pure gonfiato di sopra, l’effetto finale lascia decisamente perplessi.

Quanto ai tatuaggi, l’uomo bambolotto non si fa mancare niente. Ormai non c’è millimetro quadrato della sua epidermide che possa dirsi immune dall’intervento del tatuatore, la cui fantasia sfrenata non conosce limiti. Ecco così a profusione, su braccia, spalle, schiene pettorali e gambe, infinite combinazioni di cuori e cuoricini, marinai e ancore, angeli e ali, segni zodiacali e personaggi dei fumetti, ragni e ragnatele, spade e spadoni, ossa e teschi, aquile e lupi, oltre agli immancabili palloni da calcio e a donnine più o meno vestite. Ma ho avuto modo di notare anche croci e perfino madonne. Ce n’è, insomma, per tutti i gusti e disgusti, ed è alquanto singolare che la tendenza un tempo tipica dei camionisti, appunto quella di ornare le proprie cabine con immagini di vario genere, dalla classica pin up all’altrettanto classico padre Pio, sia stata trasferita ora direttamente sui corpi dei signori uomini, i quali corpi, anche perché palestrati, risultano quindi simili ad altrettante cabine di tir, tanto che si rimane sorpresi dal fatto che tra le numerose scritte tatuate sulla depilata epidermide  (e noto che spesso, chissà perché, le scritte sono vergate in caratteri gotici) non vi sia anche quella che tradizionalmente rivolge al guidatore l’implorazione “papà vai piano”.

Fra le tante scritte di cui ho preso nota, ricordo quella che campeggiava, accanto al simbolo della squadra di calcio chiamata Roma, sulla coscia di un giovane poco più che adolescente: “Di questo amore non ne posso fare a meno”. Sia il proprietario della coscia sia il tatuatore, ahimé, non si sono resi conto dell’orribile pleonasmo: errore piuttosto diffuso quando si parla, ma che può diventare alquanto compromettente se stampato in modo indelebile sulla pelle, perché a quel punto diventa fatale sigillo d’ignoranza.

Tornando alla depilazione, c’è da dire che non è una novità per il maschio di italica stirpe. Pare infatti che nell’antica Roma, per lo meno fra coloro che se la potevano permettere, fosse alquanto diffusa, tanto che il prode Giulio Cesare, a quanto si narra, vi si dedicava con accanimento. Pare anche che Augusto fosse solito farsi strofinare le gambe con gusci di noce arroventati, patimento evidentemente giudicato plausibile dal momento che l’obiettivo era quello di far ricrescere i peli più morbidi.

Niente di nuovo, dunque, sotto il sole di Roma e d’Italia? Può essere. Una cosa è certa. Le mie figlie dicono che l’uomo tipo tagliatore di teste del Borneo, palestrato, depilato, tatuato, moicanato ed eventualmente orecchinato  a loro non piace un gran che. Lo preferiscono più ruspante e, caso mai, tatuato solo in minima parte. La cosa può essere comprensibile se si pensa che, quando erano piccole, ascoltavano dal sottoscritto favole il cui protagonista, uscito dalla mia fantasia un po’ controcorrente, era un signore chiamato l’Uomo Schifoso, Peloso e Rognoso, costantemente sottoposto al rischio dell’emarginazione sociale prima di ottenere il pubblico riscatto grazie a eroici atti di coraggio.

Nella speranza di giungere, presto o tardi, a qualche conclusione (ma essendo nel contempo ben conscio del fatto che, quando c’è di mezzo il maschio italico, ci si trova nel campo della totale incostanza e imprevedibilità), il vostro antropologo da spiaggia continuerà a esplorare. Ma nel frattempo desidera  scusarsi con eventuali lettori che siano anche tagliatori di teste del Borneo. So infatti che un certo stile, a loro,  non manca.

Aldo Maria Valli

 

 

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