Quei paesi non “di casa” nel collegio cardinalizio

Ci sono paesi “di casa” nel collegio cardinalizio, come Italia, Spagna, Stati Uniti, Brasile, Messico, Belgio. Ma ci sono anche paesi che prima non erano rappresentati, come Repubblica Centrafricana, Malaysia, Lesotho, Papua Nuova Guinea, Bangladesh, Isola Maurizio.  Francesco, durante il volo che lo riportava a Roma da Baku, lo aveva detto: “Si deve pensare di fare un equilibrio. A me piace che nel collegio cardinalizio si veda l’universalità della Chiesa, non soltanto il centro europeo”.  È stato di parola.

Tra le nomine annunciate oggi, e che saranno al centro del concistoro del 19 novembre, vigilia della solenne conclusione dell’anno santo della misericordia, in primo piano c’è sicuramente quella di monsignor Mario Zenari, nunzio apostolico “nell’amata e martoriata Siria”, che continuerà la sua missione a Damasco a favore di un popolo così duramente colpito. E altamente significativa è anche la porpora per monsignor Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove Francesco, come si ricorderà, con una decisione senza precedenti aprì la porta santa un anno fa. Nzapalainga, fra l’altro, con i suoi quarantanove anni, diventerà il più giovane membro del collegio, ma, età a parte, è la sua provenienza a fare notizia: viene da una terra a lungo ferita da violenze anche a sfondo religioso e si è sempre speso per la pace.

Commovente è poi la nomina dell’ultraottantenne Ernest Simoni, semplice prete dell’arcidiocesi di Shkodrë-Pult (Scutari, Albania), che Francesco abbracciò durante la visita a Tirana nel 2014. Classe 1928, Simoni è l’unico testimone ancora vivente delle persecuzioni del regime comunista di Enver Hoxha, che proclamò l’Albania il primo Stato ateo del mondo. Ha trascorso trent’anni in carcere e ai lavori forzati, facendo il muratore, il minatore, l’addetto alle fogne. Liberato nel 1990, è l’immagine vivente di una Chiesa che, pur martirizzata, ha fatto proprio il messaggio della misericordia. Simoni infatti, anche durante la permanenza in cella, non solo non ha mai smesso di celebrare la messa a memoria, in latino e in segreto, ma ha sempre avuto parole di perdono per i suoi aguzzini. E, una volta riottenuta la libertà, per prima cosa ha riconfermato il perdono per i coloro che lo perseguitarono.

Nel complesso, con tre europei, tre sudamericani, tre statunitensi, due africani, un asiatico e uno proveniente dall’Oceania, i nuovi porporati dimostrano, come si diceva, l’attenzione di Bergoglio per un collegio cardinalizio davvero rappresentativo del mondo intero, ma anche il rispetto del “tetto” di centoventi elettori stabilito per un eventuale conclave.

Quanto a Zenari, la nomina è sicuramente un premio per il suo coraggio, ma è anche un segnale forte alla comunità internazionale: la Chiesa resta in Siria e vi resta con un rappresentante diplomatico che diventa cardinale, quindi al massimo livello. Nato a Villafranca, in provincia di Verona, settant’anni fa, il nunzio a Damasco è laureato in diritto canonico. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1980, è arrivato in Siria nel 2004, dopo una vastissima esperienza in giro per il mondo.

L’altro italiano, ma non elettore, in quanto ultraottantenne, è Renato Corti, vescovo emerito di Novara. Originario di Galbiate, in provincia di Lecco, e noto come autentico uomo di preghiera, possiede un’ampia esperienza pastorale: nel 1980 il cardinale Carlo Maria Martini lo nominò vicario generale della diocesi di Milano, poi nel 1981 divenne vescovo ausiliare e ricevette l’ordinazione episcopale. Nel 1990 diventò vescovo di Novara su nomina di Giovanni Paolo II. È stato vicepresidente della Cei, la Conferenza episcopale italiana, nonché predicatore degli esercizi spirituali ai componenti della Curia romana. Ha scritto le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo del 2015 ed è stato poi postulatore della causa di beatificazione di Antonio Rosmini. Attualmente risiede a Rho, presso il collegio degli Oblati dei Santi Ambrogio e Carlo.

Tra i nuovi cardinali c’è un solo curiale, ma di altissimo profilo: è il monsignore irlandese Joseph Farrell, prefetto del nuovo dicastero per i laici, la famiglia e la vita voluto da Francesco nell’ambito della riforma dei “ministeri” vaticani.  Originario di Dublino e già vescovo di Dallas, negli Stati Uniti, è a capo del nuovo dicastero dall’agosto di quest’anno e ricopre un ruolo che per Bergoglio è assolutamente strategico. Particolare non di poco conto, ha dimostrato capacità pastorali ma anche amministrative sia come segretario delle finanze dell’Arcidiocesi di Washington e moderatore della Curia, sia come cancelliere dell’Università di Dallas, ma anche come membro del Consiglio d’amministrazione della Papal Foundation  e dell’Università Cattolica d’America.  Inoltre è stato responsabile economico della Conferenza episcopale americana ricoprendo anche l’incarico di presidente del Comitato budget e finanza. Tutti aspetti che per Francesco, nell’ambito di una curia rinnovata, hanno una certa importanza.

Aldo Maria Valli

da Farodiroma, 9 ottobre 2016

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