Immigrazione, cattolici, identità. In Francia un dibattito utile anche da noi

In Francia sono usciti in contemporanea, lo stesso giorno, il 12 gennaio.

Uno si intitola «Église et immigration, le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne» (Presses de la Renaissance); l’altro «Identitaire. Le mauvais génie du christianisme» (Cerf).

L’autore del primo è Laurent Dandrieu,  pseudonimo di Laurent Jacquet, classe 1963, caporedattore di «Valeurs actuelles», il settimanale dei liberal-conservatori francesi. L’autore del secondo è Erwan Le Morhedec, classe 1975, conosciuto con lo pseudonimo di Koz (il suo blog, «Koztoujours», nato nel 2005, è frequentatissimo), avvocato e saggista, noto per l’impegno nel promuovere la riabilitazione di Pio XII e nel difendere le posizioni dottrinali di Benedetto XVI.

Entrambi su posizioni politiche di destra, entrambi cattolici, pur senza essersi consultati hanno avvertito il bisogno di rispondere alla stessa domanda, che poi è la questione al centro della politica francese: che cosa significa oggi essere francesi in un’Europa sempre più secolarizzata, nella quale l’Islam, anche nelle sue espressioni più estreme, si sta velocemente radicando? E che cosa significa, in questo quadro, professare la fede cattolica?

Laurent Dandrieu non si nasconde. Decisamente anticonciliare, schierato contro un dialogo interreligioso da lui ritenuto ingenuo e buonista e contro chi si ostina a vedere nell’Islam una «religione di pace»,  il giornalista è convinto che la Chiesa stia collaborando attivamente alla propria distruzione e ritiene che continuando su questa strada, cioè rinnegando la propria storia e la resistenza sempre opposta all’Islam, finirà con l’annullare se stessa e favorire l’abdicazione dell’Occidente con tutti i suoi valori cristiani.  Da Paolo VI in poi, scrive Dandrieu, il cedimento è stato continuo, fino al papa attuale, Francesco, accusato di non voler vedere il problema che l’Islam ha con la violenza e di chiedere una politica scriteriata di apertura all’immigrazione. Di qui il malessere, scrive Dandrieu, di tanti cattolici perplessi, un «malaise» sempre più diffuso tra i figli della Chiesa, che da un lato vorrebbero restare fedeli a Roma ma dall’altro non possono nascondere di vedere a rischio la propria identità religiosa e culturale.

La domanda di Dandrieu è radicale: la Chiesa è proprio costretta a predicare l’apertura a ogni costo? Possibile che questa sia l’unica opzione, anche se tanti sintomi dicono che per l’Europa c’è il rischio di cadere in un caos che per gli stessi migranti annullerebbe ogni beneficio e li esporrebbe a grandissimi rischi? Perché la Chiesa non percorre un’altra strada? Perché non cerca soluzioni per non tradire il Vangelo della carità e, nello stesso tempo, tutelare la civiltà europea?

Non è la prima volta che Dandrieu affronta l’argomento. L’aveva già fatto, su «Valeurs actuelles», con un articolo, «L’Église au piège de l’immigration», nel quale sosteneva che Francesco e i vescovi francesi, esortando all’apertura in nome della solidarietà umana e della carità cristiana, non tengono in considerazione la dimensione politica del fenomeno migratorio, contribuendo così a confondere i cattolici e a dividerli, perché ormai è chiaro che se ci sono cattolici d’accordo con il papa e con l’appello a costruire ponti e aprire le porte, ce ne sono molti altri che vedono nel flusso di migranti e rifugiati, non debitamente regolato, una minaccia per l’Occidente e i suoi valori.

Più moderato di Dandrieu, Le Morhedec pubblica un saggio, allo stesso tempo appassionato e documentato, nel quale sostiene che i valori con cui è stata costruita l’Europa non possono essere usati adesso per respingere gli altri. Più che di «radici» preferisce parlare di «fonti» e di «cultura cristiana» più che di «identità».

«Volevo capire – ha spiegato a “La Croix”  in un faccia a faccia con Dandrieu  – che cosa c’è dietro la feroce difesa dell’identità cristiana della Francia da parte di alcuni gruppi ai quali alcuni cattolici possono unirsi in buona fede. Quando sento certi slogan mi chiedo se davvero professiamo la stessa fede e leggiamo lo stesso Vangelo».

Secondo Le Morhedec l’Europa e la Francia non sono sotto assedio e la Chiesa riconosce ai diversi paesi il diritto di regolare i flussi migratori. Il problema non è alzare un muro contro l’Islam ma aiutare i musulmani, senza ingenuità, a vivere in pace nella società occidentale.  La Chiesa sottolinea la priorità di dare a tutti una casa e di non cedere alle paure. I papi non potrebbero predicare diversamente.

Naturalmente, dice  Le Morhedec, i cattolici non sono obbligati ad aderire ciecamente, senza fare domande, ma non si può contraddire l’insegnamento costante della Chiesa. «Ero forestiero e mi avete ospitato»: il Vangelo parla chiaro. «Ovviamente siamo di fronte a gravi sfide, compreso il terrorismo islamista, ma mi aspetto che il papa sia il portavoce della buona notizia più che il difensore della cristianità».

Da qualche anno, commenta sul settimanale «La vie» Jean-Pierre Denis (articolo ripreso dall’«Osservatore romano») a proposito dell’uscita dei due libri, «l’identità si trasforma in ideologia, in rifiuto, in rifugio» e «il cristianesimo diviene il carbone con cui si carica la macchina».

C’è un «panico identitario» diffuso da una miriade di siti e blog che paventano la  «grande sostituzione» delle popolazioni locali da parte degli immigrati. «Certo – argomenta Denis – non c’è nulla di più legittimo dell’identità religiosa e nazionale, soprattutto in un’epoca di “società liquida” dove tutto sembra galleggiare. Nonostante la rimozione contemporanea, non si può eliminare completamente il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella storia delle nazioni europee e in quella del nostro paese», ma occorre evitare la trappola della «Francia cristiana e fiera di esserlo!», come proclamava l’edizione natalizia di «Valeurs actuelles» facendo del trittico tradizioni, cultura e identità «la punta di lancia di una riconquista». No, dice il direttore di «La vie», il Vangelo non è questo. «No, questa via non conduce da nessuna parte, se non alla catastrofe».

Dibattito acceso, aperto, appassionato, duro, ma onesto. Utile anche al di qua delle Alpi.

Aldo Maria Valli

I miei ultimi libri

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