In difesa del profitto

Si assiste da qualche tempo nel mondo cattolico a un ritorno di fiamma di un pensiero sociale ed economico che non nasconde l’avversione verso il libero mercato. La spinta arriva anche da papa Francesco, che in più di un’occasione ha denunciato l’economia che «uccide», l’efficienza nuovo «vitello d’oro dei nostri tempi» e il lavoro «ostaggio del profitto».

La riflessione di Bergoglio in proposito non è sistematica  e, a seconda delle occasioni, appare più o meno incline a comprendere le ragioni dell’economia di mercato. Indubbia è comunque la sua simpatia per quelle realtà, a partire dai cosiddetti «movimenti popolari», che vedono nel libero mercato la radice di ogni male e nel capitalismo un nemico in quanto generatore di sfruttamento.

Proprio nel suo primo discorso ai movimenti popolari chiamati a raccolta in Vaticano (c’erano anche gli zapatisti del Chiapas e il centro sociale Leoncavallo di Milano, oltre a Evo Morales), Francesco sostenne che il rinnovamento del mondo, se mai potrà esserci, arriverà da loro, da queste comunità che vivono nelle periferie, odorano di popolo e si impegnano nella lotta contro le disuguaglianze.

Rientrano in questa linea le parole che Francesco ha pronunciato, il 20 ottobre, davanti alla Pontificia accademia delle scienze sociali, quando ha denunciato il mito dell’efficienza. Ecco il passaggio: «Dobbiamo chiedere al mercato non solo di essere efficiente nella produzione di ricchezza e nell’assicurare una crescita sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale. Non possiamo sacrificare sull’altare dell’efficienza – il “vitello d’oro” dei nostri tempi – valori fondamentali come la democrazia, la giustizia, la libertà, la famiglia, il creato. In sostanza, dobbiamo mirare a “civilizzare il mercato”, nella prospettiva di un’etica amica dell’uomo e del suo ambiente».

Non è chiaro che cosa significhi «civilizzare il mercato». Colpisce comunque la polemica contro l’efficienza, vista come un fattore così pericoloso da mettere addirittura a rischio la democrazia, la libertà, la famiglia e il creato stesso.

Un’idea singolare, perché l’efficienza, a tutti i livelli, appare piuttosto come uno degli strumenti più importanti per far funzionare l’economia e i rapporti sociali.

Domanda: forse il papa, quando dice «efficienza», pensa piuttosto all’«efficientismo», che è la sua degenerazione, in quanto persegue l’ottenimento del risultato con una determinazione che non guarda ai costi umani?

In attesa di risposte, il passo sopra riportato fa in ogni caso capire che verso il libero mercato Francesco è, quanto meno, sospettoso e molto lontano dal liberalismo cattolico. In lui è evidente, piuttosto, l’influenza del peronismo conosciuto e vissuto in Argentina, quella «terza via» tra capitalismo e comunismo alla quale Bergoglio  accenna quando, usando un’espressione tipicamente peronista (come nel discorso rivolto alla Cisl), dice che l’ideale è un’«economia sociale di mercato».

Il sospetto nutrito verso il libero mercato si riflette nell’immagine che Francesco ha dell’imprenditore. Ne è prova il discorso tenuto a Genova, ai lavoratori dell’Ilva, quando, dopo aver detto che il vero imprenditore è un lavoratore e che, come tale, non licenzia o comunque, se deve licenziare, lo fa con grande dolore, il papa ha tracciato un profilo molto negativo di quello che ha definito l’imprenditore «speculatore», un  vero e proprio «mercenario» che «non ama la sua azienda, non ama i lavoratori, ma vede azienda e lavoratori solo come mezzi per fare profitto».

«Licenziare, chiudere, spostare l’azienda – ha proseguito Francesco dipingendo questa sorta di mostro – non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto. Quando l’economia è abitata invece da buoni imprenditori, le imprese sono amiche della gente e anche dei poveri. Quando passa nelle mani degli speculatori, tutto si rovina. Con lo speculatore, l’economia perde volto e perde i volti. È un’economia senza volti. Un’economia astratta. Dietro le decisioni dello speculatore non ci sono persone e quindi non si vedono le persone da licenziare e da tagliare».

Contro questa visione è intervenuto il filosofo di scuola liberale Corrado Ocone  che all’indomani della visita del papa a Genova ha scritto:  «Papa Francesco non finisce mai di trovare occasione per spezzare una lancia contro il libero mercato e contro le sue figure portanti, a cominciare da quella dell’imprenditore. Il quale, se vuole ben svolgere il suo lavoro, e quindi creare ricchezza per l’intera società, non deve avere che una sola bussola: il profitto, senza se e senza ma. E se viene meno questa molla, o se essa è temperata da considerazioni extraeconomiche, l’imprenditore semplicemente non fa più bene il suo mestiere. La “responsabilità sociale” di cui tanto parla lo spirito dominante e conformista del nostro tempo è semplicemente adempiere nel modo migliore al proprio ufficio nel mondo» (formiche.net).

L’imprenditore è tale quando persegue il profitto, e l’efficienza è funzionale al raggiungimento dell’obiettivo. Proprio perseguendo il profitto l’imprenditore crea lavoro, svolgendo così una funzione sociale.

Una riflessione opportuna, e controcorrente, circa il ruolo dell’imprenditore si trova nell’ultimo fascicolo della rivista «Studi cattolici» (n. 680, ottobre 2017) diretta da Cesare Cavalleri. Si tratta del saggio «Il lavoro del capitale», nel quale  Martin Rhonheimer, sacerdote cattolico, professore di Etica e Filosofia politica alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma e presidente fondatore dell’Austrian Institute of Economics and Social Philosophy di Vienna, dimostra quanto sia insensata la diffidenza cattolica, mai veramente venuta meno, verso l’attività imprenditoriale.

È vero, scrive Rhonheimer, che Giovanni Paolo II sia nella «Sollicitudo rei socialis» (1987) sia nella «Centesimus annus» (1991) riconosce l’importanza dell’azione imprenditoriale per superare il dramma della povertà, ma con Francesco riemerge l’antica diffidenza, che è più precisamente un’incomprensione delle dinamiche imprenditoriali.

Il bravo imprenditore, spiega Rhonheimer, non è mosso dall’intenzione di creare posti di lavoro né di promuovere il bene comune. Il suo scopo è mettere sul mercato prodotti che si vendano, ma è proprio così che, in concreto, dà lavoro e promuove il bene comune. Profitto, lavoro e bene comune sono in collegamento, non in opposizione. Chi si pone l’obiettivo della redditività crea profitto, e il profitto crea lavoro. Non solo. La ricerca del profitto, attraverso l’efficienza, genera competizione, e la competizione genera innovazione, e anche in questo caso si hanno importanti benefici sociali. «L’esistenza di un profitto segnala che produzione e bisogni dei consumatori coincidono. Una ricerca del profitto basata sulla razionalità imprenditoriale, e non su un’avida irrazionalità, è dunque al servizio del bene comune, e di regola gli alti profitti imprenditoriali sono segno di grande creazione di valore aggiunto».

Se nell’Occidente industrializzato abbiamo un benessere diffuso è grazie a imprenditori e investitori il cui scopo era ed è uno solo: ottenere un profitto. Dirlo può sembrare brutale, ma è così che il tenore di vita è migliorato, fino a raggiungere livelli inimmaginabili in passato. E se negli ultimi decenni centinaia di milioni di persone del cosiddetto «Terzo Mondo» sono uscite dalla povertà e il numero degli esseri umani che vivono in miseria si è dimezzato, e la distanza tra Paesi ricchi e Paesi poveri è costantemente diminuita, tutto ciò è conseguenza di un’imprenditoria sempre più libera, un’economia di mercato e un commercio internazionale nel quale l’azione degli imprenditori non ha confini.

Vale la pena di ascoltare ancora Rhonheimer: «L’imprenditore non può fare a meno dei suoi operai, com’è ovvio. Meno ovvio è che se non ci fossero imprenditori e investitori le persone “deprivate dei mezzi di produzione” – per quanto assiduamente lavorino – sarebbero forse in grado di assicurarsi appena la mera sopravvivenza. È solo con l’idea imprenditoriale – che anticipa i bisogni dei consumatori e quindi le opportunità di mercato –, con la sua realizzazione e con il capitale impiegato per farlo che nasce quel valore aggiunto capace di aumentare a mano a mano la produttività dell’operaio “deprivato dei mezzi di produzione” e dunque anche il suo compenso, permettendogli di giungere a un migliore tenore di vita e consentendo il godimento di un benessere generalizzato in continuo aumento. Il valore economico di un prodotto non corrisponde, com’era convinzione di Marx, al lavoro impiegato per farlo, ma è determinato dalla domanda generata da tale prodotto sul mercato. La domanda, tuttavia, dipende dalle preferenze soggettive dei consumatori e determina – in caso di offerta o scarsità data – il prezzo di mercato. L’imprenditore, a sua volta, deve scoprire i bisogni dei consumatori, valutarli correttamente e – come un Henry Ford o uno Steve Jobs – avere una visione e realizzarla.  Ecco perché il valore del lavoro di chi realizza concretamente il prodotto è in primo luogo creato da una visione imprenditoriale felice».

A migliorare le condizioni di vita non è un’economia «sociale», qualunque cosa voglia dire, ma l’accumulazione crescente di capitale, perché è così che le modalità di produzione si adeguano al mercato ed è così che si creano posti di lavoro e aumentano i salari.

«L’aumento costante dei salari reali, la riduzione dell’orario di lavoro e anche la progressiva scomparsa del lavoro minorile non sono un merito esclusivo delle leggi sociali o delle lotte sindacali. Le leggi di tutela dei lavoratori e l’obbligo scolastico generalizzato poterono certo debellare le situazioni più drammatiche o anche spronare all’innovazione. Ma il benessere di massa, in ultima analisi, si fonda solamente sulla crescita costante della produttività del lavoro, senza la quale le leggi sarebbero impossibili da far rispettare e quindi irrilevanti oppure intralcerebbero un ulteriore sviluppo. Si tratta di un fatto storico valido anche per il futuro: è soltanto l’aumento della produttività a consentire standard sociali più elevati».

Eppure «pare proprio che in molte teste (cattoliche, ndr) regni ancora incontrastata l’idea di un antagonismo di interessi tra “capitale” e “lavoro”, così come quella secondo cui nel regime capitalistico può arricchirsi soltanto chi tolga qualcosa agli altri e la proprietà privata adempia alla sua funzione sociale solo se soggetta a tassazione e redistribuzione. Ma è vero il contrario. A differenza di quanto accade nel socialismo, in un’economia di mercato capitalistica può diventare più ricco solo chi rende più ricchi anche gli altri, chi produce cose utili alle persone e lo fa secondo le loro preferenze soggettive, l’unico criterio ragionevole possibile in una società libera estranea a ogni autoritarismo e paternalismo».

Capire che cosa intendano precisamente coloro che parlano di economia «sociale» non è facile. Si intuisce che si immagina una sorta di compensazione, da parte dello Stato, nei confronti del sistema capitalista, così da evitare gli squilibri. In questa riflessione però sembra assente la constatazione che lo Stato, quando interviene, più che un contrappeso diventa un peso, perché fa leva su una tassazione spropositata rispetto ai servizi erogati, e così opprime il lavoratore e, anziché contribuire a una redistribuzione delle risorse, di fatto rende più poveri.

Allo stesso modo, il papa, che denuncia il «vitello d’oro dell’efficienza», non sembra prendere in considerazione l’inefficienza congenita nell’apparato statale, questo sì un vero nemico dei cittadini lavoratori. Sembra a lui molto lontana la riflessione dei tardoscolastici, pensatori cattolici (quasi tutti religiosi, anche gesuiti) che già a partire dal Cinquecento intervennero a difesa della proprietà privata e della libertà di mercato, contro l’invadenza dello Stato, la tassazione eccessiva, le pretese del re e il malgoverno che scaturisce dalla gestione di qualcosa che, essendo «bene pubblico», è considerato in realtà bene di nessuno.

Tra i tardoscolastici più significativi troviamo Tomas de Mercado (1523 – 1575), domenicano, che nel sottolineare quanto la proprietà comune sia controproducente spiegava che «la gente ama di più le cose che le appartengono». Non a caso, notava, quando si parla di amore si usa spesso l’aggettivo possessivo: «Se io amo Dio, è il mio Dio, creatore e salvatore, che amo. Se un padre ama i suoi figli, è perché sono suoi. Se una moglie ama suo marito, è perché egli le appartiene, e viceversa. E se io amo un amico è il mio amico, o il mio genitore o il mio vicino. Se io desidero il bene comune, è a beneficio della mia religione o del mio paese o della mia repubblica. L’amore implica sempre la parola mio e il concetto di proprietà è fondamentale per la natura e l’essenza dell’amore».

Diciamo la verità: non siamo abituati a ragionamenti di questo tipo. La demagogia imperante insegna tutto il contrario e si riempie la bocca con l’aggettivo «sociale».

E una riflessione analoga si può fare a proposito della carità. La Chiesa stessa si avvale della carità di chi è in grado di farla. Ma la carità non esisterebbe se non ci fosse il possesso di beni. E la vera carità è quella che viene fatta con i beni propri, non con quelli pubblici. È sotto gli occhi di tutti che la carità, e anche quell’accoglienza di cui tanto si parla oggi, semplicemente non sono possibili là dove, non essendoci proprietà privata, libertà di intrapresa e profitto, non ci sono nemmeno risorse.

D’altra parte, si vede bene quale fine hanno fatto i sistemi politici ed economici che hanno preteso di abolire la proprietà privata nel nome del «sociale»: sono falliti. Lasciandosi dietro non un paradiso perduto, ma sofferenze indicibili e milioni di morti.

Ancora due parole sull’efficienza. Inutile girarci attorno: l’uomo è più responsabile verso ciò che è suo che verso ciò che è «di tutti». Ecco perché l’efficienza si trova molto più nel privato che nel pubblico. Nel privato occorre far tornare i conti e rendere ragione delle proprie scelte, nel pubblico c’è facilmente l’irresponsabilità diffusa e lo scaricabarile.

Qualcuno potrebbe obiettare che i tardoscolastici operavano in un’epoca in cui non c’era la globalizzazione e non esisteva il problema della proprietà di alcuni beni come la terra, l’aria e l’acqua, sui quali oggi ci si interroga. Ma non è del tutto vero. All’epoca esistevano forme di globalizzazione, si viaggiava  e si commerciava ben più di quanto oggi si possa sospettare. E già allora ci si poneva la questione della proprietà rispetto a certi beni collettivi. Per esempio, circa il sottosuolo, quei pensatori ritenevano che i beni rinvenuti dovessero appartenere agli scopritori. Non era malvagità, ma realismo. E a chi si chiede che cosa risponderebbero oggi, davanti a realtà come la finanza internazionale e le multinazionali, i tardoscolastici rispondono in modo chiaro, non con formule fumose a proposito di socialità, ma con le loro teorie del profitto e del valore. Mossi sempre da domande di ordine morale, affermavano infatti che la produzione e la negoziazione, da sole, non giustificano i profitti, i quali sono giustificati solo quando vengono ottenuti comprando e vendendo i beni al giusto prezzo.

Lord Acton diceva che la libertà non è un mezzo per conseguire un fine politico, ma è essa stessa un fine. Temo che oggi le nostre menti obnubilate non siano in grado di cogliere tali finezze. In ogni caso è piuttosto chiaro che se continueranno a parlare genericamente di socialità, diritti e popolo, scagliandosi contro quel facilissimo obiettivo che è la libertà di mercato, i cattolici renderanno un pessimo servizio ai poveri che dicono di voler servire. Perché le prime vittime dell’irresponsabilità, dell’inefficienza, degli ostacoli al profitto e dunque della penuria di risorse, tutte conseguenze dello statalismo, sono proprio i più svantaggiati. E quando dico «più svantaggiati» non penso necessariamente ai senza casa e ai senza lavoro. Penso anche, per esempio, a un padre di famiglia numerosa, unico percettore di reddito, vessato da un fisco rapace, espressione di uno Stato predatore.

Aldo Maria Valli

 

 

 

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