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Se il papa è storicista

Nel corso di questi cinque anni di pontificato numerosi osservatori hanno sottolineato una certa ambiguità di Francesco. Un dire e non dire, un dire sì ma anche no, no ma anche sì,  perché tutto, in fin dei conti, dipende dalle circostanze e dalle condizioni del soggetto. Impostato in questo senso è, per esempio, il discorso tenuto dal papa nella chiesa luterana di Roma a proposito dell’intercomunione, ma la stessa cosa si può dire, a maggior ragione, per il capitolo VIII di Amoris laetitia sulla comunione ai divorziati risposati, dove il possibilismo si fa largo attraverso la soluzione del caso per caso.

Secondo i critici di Bergoglio, l’ambivalenza di fondo (quella che qui in passato mi sono permesso di definire la logica del  «ma anche») è un grave limite, perché nega la verità dell’eterna legge divina, mette a repentaglio l’idea stessa che esistano un bene e un male in senso oggettivo e introduce nel magistero dosi massicce di relativismo e soggettivismo. Sono questioni affrontate spesso nei dibattito su Francesco, ma il punto è che, in sede di bilancio dopo un quinquennio di pontificato, occorre prendere atto di un fatto, e cioè che questa ambivalenza non è (solo) il risultato di una insufficienza sotto il profilo teologico e filosofico: in realtà si tratta di qualcosa di voluto ed equivale a un vero e proprio programma.

Gli indizi in questo senso sono ormai molteplici, a partire da tutte le volte in cui Francesco ha sottolineato l’importanza di «generare processi», senza mai specificare a che cosa dovrebbero portare, ma puntando sull’importanza del processo in sé. Un’indeterminatezza consapevole, che va di pari passo con il tentativo di ammorbidire la dottrina, renderla più duttile, meno rigida, e lasciare ai pastori (vescovi e sacerdoti) il compito di interpretarla (il famoso «discernimento») sulla base della situazione reale e delle condizioni date nel singolo caso concreto.

Francesco lo chiama «realismo evangelico» e gli contrappone la rigidità di coloro che egli definisce ipocriti, farisei, arroganti, legalisti, incapaci di misericordia e di amore. Sembra in lui del tutto assente l’idea che proprio l’indicazione di una legge precisa e immutabile sia la prima e più importante espressione di misericordia e d’amore, perché permette alla creatura di orientarsi dandole coordinate che le impediscono di essere travolta dalle lusinghe del mondo, di perdersi nel peccato e diventare vittima di se stessa. Di qui la centralità del discernimento al posto della legge. Di qui l’idea di misericordia non tanto come riproposizione della verità eterna, ma come comprensione e accompagnamento lungo il cammino che si determina nella storia.

Ora che Francesco entra nel sesto anno di pontificato è possibile prevedere  che un altro banco di prova, dopo la comunione ai divorziati risposati, si aggiungerà sulla strada del «generare processi», lasciando poi alle Chiese locali il compito di regolarsi nell’applicazione, al di là di ogni «rigida» disciplina. Stiamo parlando della fine dell’obbligatorietà del celibato dei preti, questione che verrà probabilmente a galla nel sinodo per i giovani (ottobre 2018) e più ancora in quello per l’Amazzonia (ottobre 2019), regione segnata dalla mancanza di sacerdoti e quindi dalla necessità di supplire con la consacrazione di viri probati, i quali potrebbero fare da apripista ai preti sposati.

Naturalmente decisioni di questo genere, come si è visto bene per quanto riguarda la comunione ai divorziati risposati, sono profondamente divisive, ma, anche in questo caso, non si deve pensare a una conseguenza subìta dal papa. Si tratta in realtà di un progetto, come si può arguire dalla frase che Francesco ha pronunciato durante un incontro con una cerchia ristretta di collaboratori: «Non è escluso che io passerò alla storia come colui che ha diviso la Chiesa cattolica». Concetto che si lega a quello, più volte ribadito, della «Chiesa incidentata» da preferire senz’altro a una Chiesa «autoreferenziale».

Ma vediamo di approfondire un poco la centralità attribuita dal papa al «generare processi». Per farlo, è bene andare al primo dei quattro postulati da lui enunciati in Evangelii gaudium,  ovvero quello secondo cui «il tempo è superiore allo spazio» .

Che Francesco ritenga tale postulato di primaria importanza lo si deduce dal fatto che ne parla, oltre che in Evangelii gaudium, anche in Lumen fidei, Laudato si’ e Amoris laetitia. Ma che cosa significa?

Spiega Francesco in Evangelii gaiudium: «Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».

La tipica indeterminatezza di Bergoglio è qui evidente, ma rivelatore è quanto dice circa i «cambiamenti dei piani», il «dinamismo della realtà», il «privilegiare le azioni»: siamo al primato della storia.

Ed ecco il concetto ribadito in Amoris laetitia: «Si tratta di generare processi più che dominare spazi». Con una specificazione: «Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito ci farà giungere alla verità completa (cf Gv 16:13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali».

Come si vede, Francesco continua a muoversi nella logica del «ma anche» (va bene l’unità di dottrina e prassi, ma va bene anche  le diversità di interpretazione, come le due cose potessero andare insieme) e afferma che, nella pratica, in ogni realtà si possono cercare le soluzioni adatte. Dunque, di nuovo il primato della storia.

A supporto, ecco quanto dice nell’intervista a padre Antonio Spadaro (La Civiltà Cattolica, 19 settembre 2013): «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa».

Qui ogni singola parola potrebbe essere contestata (perché, per esempio, legare necessariamente l’idea di spazio a quella di potere?), ma  ciò che occorre notare è che, una volta ancora, Francesco attribuisce la massima importanza ai processi che avvengono lungo i cammini della storia. Ma se l’unica dimensione «vera» della realtà è il flusso del tempo, e se il divenire e l’agire hanno il primato sull’essere, bisogna trarne le conclusione: significa che il papa propone una visione storicistica della realtà e dell’esperienza umana.

A questo punto il povero cronista, osservatore di cose vaticane, si ferma, perché qui dovrebbe entrare in campo il filosofo. Ma come altrimenti definire il pensiero di Bergoglio se non storicista?  Non a caso, intervistato dalla Civiltà Cattolica, il papa  afferma che «se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui».

Chi guarda alla realtà dal punto di vista della storia e fa di questa prospettiva la sua chiave di lettura non può concepire se non il flusso storico degli eventi. Ma come conciliare tale visione con la certezza della fede? E con la verità eterna? E con il dogma? E con il sacramento? E con l’immutabile legge divina? Ecco perché la vera domanda da porre al papa sarebbe: scusi, che cosa pensa della metafisica?

Dopo cinque anni di pontificato la riflessione sembra tutto sommato pertinente. Aspettando altre iniziative all’insegna del «generare processi».

Aldo Maria Valli

 

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