Dalla Russia con santità

In questa estate 2018 la Russia è stata molto presente nelle nostre case per via del campionato mondiale di calcio che si è concluso il 15 luglio, ma un giorno dopo è caduto un anniversario che ci riporta a un’altra Russia e a ben altri avvenimenti.
Cent’anni fa, nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 lo zar Nicola II, la moglie Alexandra e il loro cinque figli venivano uccisi a Ekaterinburg dai rivoluzionari bolscevichi. Decine di migliaia i fedeli che hanno preso parte alle celebrazioni religiose in onore delle vittime dell’eccidio. Il patriarca di Mosca Kirill ha presieduto i riti con l’intero sinodo dei vescovi ortodossi russi.
Non tutti sanno però che in quel luglio di un secolo fa altri membri della famiglia imperiale furono uccisi ad Alapaev, nei pressi della stessa Ekaterinburg, e tra loro la principessa Elizaveta Fedorovna, venerata dagli ortodossi come santa.
Come spiega Vladimir Rozanskij in una corrispondenza da Mosca per Asianews, durante le celebrazioni per il centenario proprio la reliquia di Elizaveta è stata meta di un pellegrinaggio particolarmente intenso, a dimostrazione dell’affetto di cui gode a cent’anni dal suo martirio.
Ma chi era Elizaveta Fedorovna?
Principessa tedesca di confessione luterana, Elisabetta Alessandra Luisa Alice d’Assia-Darmstadt, figlia del Granduca d’Assia Ludovico IV e di Alice Maud Mary di Gran Bretagna, nasce presso Bessungen, in Germania, il 1° novembre 1864. Il suo casato discende da santa Elisabetta d’Ungheria, langravia di Turingia nel XIII secolo. A vent’anni, nel 1884 Elisabetta viene data in sposa al granduca Sergej Aleksandrovic, membro della famiglia imperiale russa, e dieci anni dopo anche la sorella minore sposa l’ultimo zar russo, Nicola II.
Quando nel 1891 Sergej Aleksandrovic è nominato governatore generale di Mosca la moglie lo segue e, senza subire pressioni, si converte all’ortodossia, assumendo il nome di Elizaveta Fedorovna.
Come già a Pietroburgo, anche a Mosca Elizaveta, che tutti chiamano Ella, si impegna in numerose attività benefiche. Considerata una delle donne più belle d’Europa, ha un animo generoso, una grande fede e una spiccata propensione ad aiutare i bisognosi.
Il 17 febbraio 1905 Sergej Aleksandrovic è assassinato da un terrorista socialista che lancia una bomba nella carrozza del nobile. Il corpo di Sergej è letteralmente fatto a pezzi ed Ella, che ha udito lo scoppio, è tra i primi ad accorrere ed a recuperare i resti del marito. Poi nei giorni successivi va in carcere a visitare l’attentatore.
Rimasta vedova, si ritira dalla vita mondana e si dedica interamente alla religione. Fonda a proprie spese il convento della carità di Marta e Maria a Mosca, che ha come modello la casa di Lazzaro, Maria e Marta a Betania e cerca di far convivere i carismi sia di Marta sia di Maria, ovvero da un lato l’azione a favore dei poveri e dall’altro la vita mistica e contemplativa.
Sostenuta dal metropolita Vladimir Bogojavlenskij, la fondazione che ruota attorno al monastero riesce effettivamente a coniugare le due ispirazioni, unendo il dinamismo cristiano occidentale (Ella fonda anche un orfanotrofio, un ospedale e una farmacia) e il patrimonio spirituale orientale.
Pur dedita soprattutto alla vita di preghiera e alle opere di carità, la religiosa si occupa inoltre di cultura e arte, impegnandosi nella salvaguardia dei monumenti cristiani antichi.
Un suo grande cruccio è l’influenza nefasta che Rasputin ha sulla coppia imperiale. Per questo Ella cerca di convincere la sorella Alessandra Fedorovna e lo zar Nicola II a mettere alla porta il monaco, ma i suoi tentativi sono vani.
In quanto sorella della zarina, allo scoppio della rivoluzione bolscevica la religiosa viene a trovarsi in una posizione pericolosissima e i diplomatici le consigliano di abbandonare immediatamente la Russia per rifugiarsi in Occidente. Suo cugino il kaiser Guglielmo, da sempre innamorato di lei, riesce a farle pervenire un messaggio con la proposta di lasciare il paese, ma Ella rifiuta e in quel fatale 1918 è deportata con l’intera famiglia imperiale presso Ekaterinburg, negli Urali, seguita dalla consorella Varvara Jakovleva, fedelissima alla sua superiora.
Trasferite nella cittadina di Alapaevsk con altri Romanov, le due prigioniere sono gettate in un pozzo profondo diciannove metri, all’interno di una miniera. Poi i bolscevichi gettano nel pozzo alcune granate, ma siccome dal fondo arrivano preghiere e canti, lanciano altri ordigni e detriti.
Quando, un mese dopo, le armate bianche, tornate in possesso del territorio, ritrovano i corpi, si scopre che i condannati non sono morti per le bombe, ma di fame e di stenti e che Elizaveta, rimasta cosciente, ha fatto a brandelli il proprio abito per ricavarne bende con le quali fasciare le ferite degli altri.
Il culto popolare nei confronti di Elizaveta e della consorella Varvara nasce subito e nel 1931 i resti delle due monache sono trasferiti nella chiesa ortodossa di Santa Maria Maddalena a Gerusalemme.
Riconosciuto il loro martirio, entrambe nel 1981 sono canonizzate dalla Chiesa russa in esilio e nel 1992 anche dal Patriarcato di Mosca della Chiesa ortodossa russa, durante il primo sinodo dell’era post-comunista, presieduto dal patriarca Aleksij.
Elizaveta è una dei dieci martiri del XX secolo raffigurati sopra il grande portale occidentale dell’abbazia di Westminster, a Londra.
Giovanni Paolo II la considerò degna di venerazione anche da parte cattolica, quale donna esemplare del XX secolo, e la fece inserire nel mosaico della cappella Redemptoris Mater in Vaticano insieme a molti altri santi d’Oriente e d’Occidente di ogni tempo.
Aldo Maria Valli

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