Un rito di degradazione. Perché no?

La tristissima vicenda del cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington coinvolto in diversi casi di abusi sessuali, induce a qualche riflessione su quelle che dovrebbero essere le conseguenze di una tale colpa.
Travolto dallo scandalo, McCarrick ha presentato al papa le dimissioni, subito accolte da Francesco, che gli ha ordinato di dedicarsi d’ora in avanti a una “vita di preghiera e penitenza”. Benissimo. Ma, viene da chiedersi, non è troppo comodo e troppo poco? Voglio dire: non è troppo comodo cavarsela con una lettera al papa? E d’altra parte, di fronte a un peccato così grave, la Chiesa non dovrebbe ricorrere a provvedimenti disciplinari adeguati, anche da un punto di vista simbolico? Così come le cerimonie di ordinazione sono ricche di simboli e cariche di intensità spirituale, non sarebbe necessario prevedere cerimonie di degradazione altrettanto esplicite e intense?
Mi rendo conto che, ragionando così, ci si espone a una facile critica. La Chiesa, si può obiettare, nei confronti dei suoi figli che sbagliano non ricorre alla vendetta, ma alla misericordia. Vuole giustizia, non un regolamento di conti, e cerca di evitare inutili umiliazioni. Un rito di degradazione può assomigliare troppo a una gogna.
Sono obiezioni che capisco, ma mi chiedo: dal momento che i casi di abusi sessuali (e qui bisognerebbe anche fare chiarezza su ciò che è pedofilia e ciò che è efebofilia da parte di omosessuali, ma è un altro discorso) sono così gravi e ripugnanti, e dal momento che la Chiesa stessa parla da tempo di “tolleranza zero”, non sarebbe il caso di dimostrare anche in modo plastico che il colpevole ha fatto un uso aberrante dei carismi che gli erano stati donati perché potesse svolgere un così alto ministero?
A queste riflessioni mi induce un intervento di padre John Todd Zuhlsdorf (noto agli internauti come Father Z) che nel suo blog (http://wdtprs.com/blog/) ripropone il rito di degradazione di un vescovo così come previsto nel Pontificale romano di papa Benedetto XIV (1752).
Il testo è in latino, ma di facile comprensione. Prima c’è la descrizione dell’azione compiuta a carico del vescovo da degradare, poi sono indicate le parole da pronunciare durante l’azione.

Si degrandandus sit Archiepiscopus (come nel caso di McCarrick, ndr), Pontifex degradator aufert ab eo pallium, sic dicendo:
“Praerogativa Pontificalis dignitatis, quae in pallio designatur, te exuimus, quia male usus es ea”.
Deinde, vel si degradandus sit Episcopus tantum, Pontifex degradator amovet ei mitram, dicendo:
“Mitra Pontificalis dignitatis videlicet ornatu, quia eam male praesidendo foedasti, tuum caput denudamus”.
Deinde unus ex Ministris tradit degradando librum Evangeliorum, quem Pontifex degradator aufert de manibus degradandi, dicens:
“Redde Evangelium, quia praedicandi officio, quo spreta Dei gratia te indignum fecisti, te juste privamus”.
Deinde Pontifex degradator amovet annulum de digito degradandi, sic dicens:
“Annulum, fidei scilicet signaculum, tibi digne subtrahimus, quia ipsam sponsam Dei Ecclesiam temere violasti”.
Tum unus ex Ministris tradit degradando in manus baculum pastoralem, quem mox Pontifex degradator tollit de manibus degradandi, dicens:
“Auferimus a te baculum pastoralem, ut inde correctionis officium, quod turbasti, non valeas exercere”.
Deinde extractis sibi per Ministros chirothecis, Pontifex degradator abradit degradando pollices et manus leviter cum cultello, aut vitro, dicens:
“Sic spiritualis benedictionis, et delibutionis mysticae gratia, quantum in nobis est, te privamus, ut sanctificandi et benedicendi perdas officium, et effectum”.
Post haec Pontifex cum eodem cultello et vitro abradit leviter caput degradandi, dicens:
“Consecrationem, et benedictionem, atque unctionem tibi traditam radendo delemus, et te ab ordine Pontificali, quo inhabilis redditus, abdicamus”.
Tum degradando per ministros extrabuntur sandalia.

Come si vede, la carica simbolica contenuta nel rito è fortissima. Siamo di fronte a un vero e proprio dramma. Il degradato è privato di tutto ciò che la Chiesa gli aveva donato per esercitare la sua altissima missione: via il pallio (nel caso di un arcivescovo metropolita), via la mitra, via l’anello, via il Vangelo, via il pastorale, via i guanti, via le scarpe. E poi quell’atto di raschiare le dita delle mani, perché il degradato sia privato della grazia di benedire e della capacità di ungere!
Ripeto: capisco benissimo che si tratta di metodi lontani dalla nostra sensibilità. E capisco che, nel caso di un arcivescovo anziano come McCarrick (ottantotto anni compiuti il 7 luglio) la Chiesa possa pensare che non è il caso di usare la mano pesante. Tuttavia la Chiesa è una madre, e una vera madre, quando il figlio sbaglia, non lascia correre, ma si regola di conseguenza.
Chiedo scusa ai canonisti se procedo in modo un po’ spiccio. Ammetto di non sapere neppure se il rito di degradazione è mai stato effettivamente usato. Mi chiedo però se da parte della Chiesa, al punto in cui siamo, non sarebbe necessaria qualche iniziativa del genere.
In un commento al post di Father Z un lettore, a proposito del rito sopra ricordato, dice: “Un esercizio solenne per uno scopo solenne. Dobbiamo tenere a mente le vittime degli abusi e non dimenticarle mai. La loro sofferenza è senza fine e molti sono arrivati a togliersi la vita”. Giusto. Ma io aggiungerei che dobbiamo tenere a mente anche la dignità del pastore. E non siamo su un piano soltanto formale. Da parte del pastore c’è stato un tradimento e quella dignità è stata calpestata. Come pensare di poter risolvere tutto con una lettera e con il semplice invito a ritirarsi in preghiera?
Nella Chiesa tutti siamo peccatori e il nostro Dio, come ripete spesso Francesco, non è un giudice spietato. Ma mi sembra che in un rito come quello della degradazione (o in qualcosa di simile) la Chiesa dimostrerebbe non tanto di volersi accanire contro il colpevole, ma di avere molto a cuore i doni rispetto ai quali il pastore si è dimostrato indegno.
Aldo Maria Valli

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