Instrumentum laboris o Instrumentum doloris?

Chi è alla ricerca di un rimedio per l’insonnia potrebbe provare a usare l’Instrumentum laboris, o «documento di lavoro», per la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che si terrà a Roma il mese prossimo sul tema Giovani, fede e discernimento vocazionale.

Che il ponderoso documento possa aiutare chi soffre d’insonnia non lo dico io: lo dice George Weigel (https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/09/saving-synod-2018-from-itself), il quale, su First Things, non esita a definire il testo «un mattone», un grosso e noiosissimo «fermaporta»  pieno di luoghi comuni sociologici ma del tutto carente di intuizioni spirituali o teologiche.

L’Instrumentum  laboris, in effetti, dice poco o nulla sulla fede e sembra uscito dalla penna di qualcuno che prova un certo imbarazzo di fronte all’insegnamento cattolico.

Il filo conduttore è l’ascolto: la Chiesa non dovrebbe far altro che ascoltare. Ma a quale scopo? La risposta è che si tratta di aiutare a discernere, accompagnare e camminare insieme ai giovani. Tuttavia non si dice mai, o si dice in modo assai contorto, dove tutto questo ascolto, questo discernere, questo accompagnare e questo camminare dovrebbero condurre.

«Un testo gigantesco come questo – osserva Weigel – non può seriamente essere considerato una base di discussione per il sinodo. Nessun testo di oltre trentamila parole, anche se scritto in uno stile scintillante e irresistibile, può essere una guida alla discussione».

In effetti qui di scintillante non c’è niente. In compenso c’è un refrain che torna in continuazione, una sorta di mantra che il documento vuole inculcare nella mente del malcapitato lettore: quello della «Chiesa in uscita». Ma che cosa significa?

Uno dei passi in cui sembra arrivare una spiegazione (siamo nella sezione Il discernimento come stile di una Chiesa in uscita) si esprime così: «In questa prospettiva, “scegliere” non significa dare risposte una volta per tutte ai problemi incontrati, ma innanzi tutto individuare passi concreti per crescere nella capacità di compiere come comunità ecclesiale processi di discernimento in vista della missione».

Chiaro, no?

Ed ecco qui la spiegazione della spiegazione: «In questo movimento la Chiesa non potrà che assumere il dialogo come stile e come metodo, favorendo la consapevolezza dell’esistenza di legami e connessioni in una realtà complessa ma che sarebbe riduttivo considerare composta di frammenti, e la tensione verso una unità che, senza trasformarsi in uniformità, permetta la confluenza di tutte le parzialità salvaguardando l’originalità di ciascuna e la ricchezza che essa rappresenta per il tutto».

Ha ragione Weigel: fa dormire. Ma fa anche venire il mal di testa.

Quindi, si chiede Weigel (e il sottoscritto con lui) che cosa potrebbero fare i partecipanti al sinodo del prossimo ottobre per avere una discussione degna di questo nome e non la semplice ripetizione di formule sulla Chiesa in uscita, il discernimento e l’accompagnamento?

Beh, prima di tutto potrebbero sfidare l’affermazione, ripetuta nell’Istrumentum laboris fino alla nausea, secondo la quale i giovani vogliono una «Chiesa che ascolti». Che i giovani, ma anche i meno giovani, vogliano una Chiesa capace di ascoltare è del tutto ovvio, ma soprattutto vorrebbero una Chiesa capace di dare risposte. Ciò che i giovani, ma anche i meno giovani, desiderano, specie in un’epoca così confusa come la nostra, è che la Chiesa insegni chiaramente, indichi che cos’è la santità, dica in modo rigoroso e onesto qual è la strada per la salvezza eterna.

I partecipanti al sinodo, suggerisce poi Weigel, potrebbero anche sottolineare che i giovani d’oggi non sono attratti dalle analisi in sociologhese (nelle quali si avverte il retrogusto del linguaggio usato dai figli del Sessantotto), ma da un insegnamento pienamente cattolico, specie sui temi della vita. E cattolico vuol anche dire pulito, fresco, privo di ambiguità, diverso dall’incoerenza e dalla confusione dilaganti.

Purtroppo, al contrario, l’Instrumentum laboris «tradisce un inacidito senso di incapacità, persino di insuccesso», e in effetti sembra scritto da qualcuno che non crede, o crede molto poco, alla possibilità che la Chiesa abbia davvero qualcosa da dire ai giovani. In nessuna pagina si trovano motivi di speranza, né si dice mai che i giovani del nostro tempo non chiedono un generico accompagnamento, ma risposte solide in termini dottrinali e morali, così da poter davvero orientare la propria vita. E non si fa menzione delle tante esperienze spirituali che giovani di ogni parte del mondo vivono proprio all’insegna di una ricerca spirituale seria, consapevole, fondata non sulla sociologia ma sulla legge divina.

Quando il documento parla di identità sembra quasi che se ne vergogni, per cui ecco l’espressione «identità dinamica». Ma che vuol dire?  Sentiamo: l’identità dinamica è quella che «spinge la Chiesa in direzione del mondo, la rende Chiesa missionaria e in uscita, non abitata dalla preoccupazione di essere il centro, ma da quella di riuscire, con umiltà, a essere fermento anche al di là dei propri confini, consapevole di avere qualcosa da dare e qualcosa da ricevere nella logica dello scambio di doni».

Essere fermento di che cosa e per che cosa? Quali i doni da dare e da scambiare? Perché andare in direzione del mondo? Per arrivare a che cosa? Non si dice.

Al centro del sinodo ci sarà, o ci dovrebbe essere, l’idea di vocazione. Dal documento preparatorio, dunque, uno si aspetterebbe espressioni tali da far apprezzare la chiamata di Dio. E invece ecco come una parola bella e ricca quale «vocazione» viene spenta e resa quasi antipatica dalla prosa in sociologhese: «Nella fase della giovinezza prende corpo la costruzione della propria identità. In questo tempo, segnato da complessità, frammentazione e incertezza per il futuro, progettare la vita diventa faticoso, se non impossibile. In questa situazione di crisi, l’impegno ecclesiale è molte volte orientato a sostenere una buona progettualità. Nei casi più fortunati e laddove i giovani sono più disponibili, questo tipo di pastorale li aiuta a scoprire la loro vocazione, che rimane, in fondo, una parola per pochi eletti e dice il culmine di un progetto».

Viene voglia di fare coraggio all’anonimo estensore del documento: ehi amico, forza, non abbatterti, in fondo la vocazione è una cosa bella! Sursum corda!

Ma è inutile aspettarsi qualche sprazzo di entusiasmo. Al lettore sono propinate soltanto formule da Comitato centrale del Pcus buonanima. Tipo questa: «Per essere generativo l’accompagnamento al discernimento vocazionale non può che assumere una prospettiva integrale». Applausi dei compagni delegati. E mal di testa in aumento.

Domanda: e se invece di produrre questo mattone indigeribile, questo Instrumentum doloris,  si fosse pubblicata la vita di una santo, o magari di più santi? Certamente i giovani avrebbero capito molto meglio che cos’è la vocazione e quanto possa essere bella.

Il documento stesso, proprio alla fine, in un  sussulto di resipiscenza (sebbene con il solito stile da grigio comunicato del Soviet supremo), lo riconosce: «Merita anche ricordare che accanto ai “Santi giovani” vi è la necessità di presentare ai giovani la “giovinezza dei Santi”. Tutti i Santi, infatti, sono passati attraverso l’età giovanile e sarebbe utile ai giovani di oggi mostrare in che modo i Santi hanno vissuto il tempo della loro giovinezza. Si potrebbero così intercettare molte situazioni giovanili non semplici né facili, dove però Dio è presente e misteriosamente attivo. Mostrare che la Sua grazia è all’opera attraverso percorsi tortuosi di paziente costruzione di una santità che matura nel tempo per tante vie impreviste può aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a coltivare la speranza di una santità sempre possibile».

Oh, ecco! Bastava dire questo (magari con un pochino di entusiasmo in più) e il gioco era fatto, senza ricorrere a trentamila sfumature di grigio.

Ma forse sarebbe sembrato un messaggio un po’ troppo cattolico.

Aldo Maria Valli

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