Cinque regole per evitare un “fiasco” romano

Quando, il mese scorso, ha vietato ai vescovi americani di votare propri provvedimenti contro gli abusi nel clero, ed ha ordinato loro di aspettare l’incontro convocato a Roma con tutte le conferenze episcopali del mondo, la Santa Sede ha alzato enormemente la posta in gioco in vista della riunione del prossimo febbraio. Da quella riunione non potranno uscire solo parole e buoni propositi.

L’analisi è del professor Georg Weigel, che su First Things, in un articolo dedicato alle regole da seguire per evitare che il meeting di febbraio si trasformi in un drammatico fiasco, scrive: la singolare spiegazione data dal Vaticano al suo vero e proprio editto contro i vescovi americani (e cioè che eventuali loro provvedimenti avrebbero compromesso la possibilità di giungere a deliberazioni nell’incontro romano) resterà una questione aperta, ma ora è più importante definire correttamente le questioni da affrontare e le insidie da evitare. Cosa che Weigel fa segnalando cinque punti.

  1. La crisi non può essere attribuita principalmente al “clericalismo”.

Se “clericalismo” significa una perfida distorsione della potente influenza esercitata dai sacerdoti in virtù del loro ufficio, allora il “clericalismo” era e resta un fattore nell’abuso sessuale dei giovani,  particolarmente vulnerabili se sottoposti a tale influenza. Se “clericalismo” significa che alcuni vescovi, di fronte agli abusi sessuali del clero, hanno reagito come i manager che si occupano delle crisi istituzionali piuttosto che come pastori che proteggono le loro greggi, allora il “clericalismo” è stato sicuramente un fattore nella crisi degli abusi in Cile, Irlanda, Germania, Regno Unito, Polonia, così come nel caso di McCarrick, e di altri, negli Stati Uniti. Tuttavia i fattori di base coinvolti nell’epidemiologia di questa crisi sono molteplici, e il “clericalismo” non può essere una diagnosi valida per tutti, o un modo per evitare di affrontare cause più basilari come l’infedeltà e la disfunzione sessuale. Il “clericalismo”, scrive Weigel, può facilitare l’abuso e la condotta scorretta, ma non ne è la causa.

  1. Il linguaggio che descrive la crisi deve riflettere le prove empiriche.

“Proteggere i bambini” è assolutamente essenziale, e dirlo sembra quasi banale; ma il mantra secondo il quale questa crisi – e di conseguenza l’incontro di febbraio – riguarda la “protezione dei minori” evita di affrontare la dura realtà emersa negli Stati Uniti e in Germania (le due situazioni per le quali esiste il maggior numero di dati), e cioè che nella stragrande maggioranza dei casi l’abuso ha coinvolto sacerdoti sessualmente disfunzionali che predavano ragazzi e giovani adolescenti. In termini di dati relativi alle vittime, questa non è mai stata una crisi di “pedofilia”, sebbene tale linguaggio a partire da 2002 sia stato utilizzato e rafforzato dal racconto della maggior parte dei mass media mondiali. Dunque, se l’incontro di Roma ignorerà i dati reali e si baserà sulla “narrativa” dei media, di certo fallirà.

  1. Non ignorare l’impatto devastante di una cultura del dissenso.

L’Irlanda e il Quebec dimostrano che l’abuso sessuale c’era già nella Chiesa pre-conciliare. Tuttavia, i dati suggeriscono che ci fu un grande picco tra la fine degli anni Sessanta, gli anni Settanta e gran parte degli anni Ottanta, decadi durante le quali il dissenso circa l’insegnamento della Chiesa cattolica in campo morale dilagava tra i sacerdoti, nel silenzio di troppi vescovi, ed era tollerato per quieto vivere. Quella strategia di pacificazione fu disastrosa. I pianificatori delle riunioni di febbraio hanno affermato che la Chiesa ha bisogno di un cambio di cultura. Domanda: ciò include il cambiamento di quella cultura del dissenso che sembra essere stata coinvolta nel moltiplicare il numero di sacerdoti abusatori e di vescovi inadempienti? I vescovi riuniti a Roma in febbraio pubblichino un chiaro invito alla fedeltà all’insegnamento della Chiesa sull’etica dell’amore umano, così come è spiegato nel Catechismo della Chiesa Cattolica nella Teologia del corpo di san Giovanni Paolo II. E affermino che l’etica è l’unica via per la felicità e la prosperità umana, piuttosto che trattarla come un ideale nobile ma impossibile.

  1. Dimenticare le soluzioni fasulle.

Quante volte abbiamo sentito dire che cambiare la disciplina del celibato della Chiesa ridurrebbe l’incidenza dell’abuso sessuale del clero? Ebbene, non è vero. Il matrimonio non equivale a un programma di prevenzione del crimine. E i dati sulla piaga sociale dell’abuso sessuale suggeriscono che la maggior parte di questi orrori avviene all’interno delle famiglie. Il problema non è il celibato. Le questioni vere sono una formazione efficace in seminario, per vivere l’amore celibe prima dell’ordinazione, e in seguito il supporto continuo per i sacerdoti.

  1. Non giocare la carta gerarchica.

Basarsi sull’esperienza laica non diminuisce l’autorità episcopale; semmai la migliora. Utilizzare le competenze laiche per affrontare questa crisi è essenziale per fare luce sui fatti e ripristinare la credibilità gravemente compromessa di troppi vescovi  e del Vaticano. La direzione della Conferenza episcopale degli Stati Uniti lo ha capito e la maggioranza dei vescovi americani era pronta ad agire in base a tale intesa mediante seri rimedi. L’incontro di febbraio dovrà essere informato di quei rimedi, e dovrebbe riflettere su come l’autocrazia romana abbia peggiorato la situazione.

George Weigel, biografo di san Giovanni Paolo II, è Distinguished Senior Fellow del Washington’s DC Ethics and Public Policy Center, dove ha ricoperto la cattedra William E. Simon in Catholic Studies.

L’intero articolo si può leggere qui: https://www.firstthings.com/web-exclusives/2018/12/avoiding-another-roman-fiasco-in-february

A.M.V.

 

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