Se l’autorità morale confonde cause ed effetti

Cari amici, dopo aver letto l’articolo che ho dedicato al libro di Sergio Quinzio Religione e futuro, mi ha scritto Ettore Gotti Tedeschi.

Nella lettera l’economista e banchiere si pone domande – che tanti di noi avvertiamo come nostre – sull’ambiguità e la confusione dominanti e sulla difficoltà di dare un senso all’esistenza quando la «fine del sacro» ha di fatto attribuito sacralità soltanto alla scienza e alla tecnica e, in nome della «realtà», ha tolto alla persona ogni dimensione soprannaturale.

Ma noi sappiamo che l’idea di realtà molto spesso è usata non per consentire all’uomo di conoscersi meglio, bensì per giustificare la scelta di rinunciare a indicare la via della salvezza.

A.M.V.

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Caro Aldo Maria, ho letto sul tuo blog  l’amaro e accorato commento (Ma la religione è morta?) che hai scritto prendendo spunto dal libro di Sergio Quinzio Religione e futuro.

Ne sono rimasto colpito e mi sono sentito stimolato a scriverti, soprattutto rispetto al punto in cui ricordi che secondo Quinzio «l’uomo di oggi vive senza religione e non ne avverte il bisogno» e c’è stato un «crollo terribile della capacità di credere e di sperare».

È vero, ma vorrei aggiungere: non solo di credere e sperare, bensì anche di pensare e operare.

Mi chiedo: come possiamo immaginare di dare senso alle nostre azioni professionali, sociali, intellettuali se abbiamo perso la capacità di credere e sperare e quindi, insieme al senso del sacro, abbiamo perso il senso stesso della nostra vita?

Non a caso quel poco significato di sacro che ancora sopravvive  è  il più grande avversario del laicismo, che infatti lo considera il peggior male da abbattere.

Sacra oggi è diventata la cultura del progresso, sono diventate la scienza, la tecnica, l’intelligenza artificiale, che hanno sostituito il sacro riferito al divino trasformando quest’ultimo in sinonimo di ignoranza e oscurantismo.

Oggi il mondo «laico» chiede all’individuo di imparare a comprendere il mondo prima di stabilire la differenza fra bene e male, fra giusto e ingiusto. Esattamente il contrario di ciò che la dottrina cattolica ha sempre proposto e insegnato.

Questa «laica» capacità di comprensione dovrebbe essere assicurata dalla scienza, la cui vittoria sembra essere talmente completa e assoluta che, come intuì Quinzio, è riuscita a cambiare perfino l’idea di religione e il contributo che la religione, se non vuole scomparire, può portare alle grandi questioni del XXI secolo.

A quanto sembra, la nuova teologia sta seguendo proprio questo invito: trasformare la religione in qualcosa di scientificamente credibile e, in quanto tale, utile. Sta cioè cercando (scusa il gioco di parole) di rendere il Credo credibile affinché sia creduto. Questo fenomeno rivoluzionario, si lascia intuire, può oggi avvenire grazie al fatto che i preti non sono più ignoranti come  tanto tempo  fa (come all’epoca del santo curato d’Ars, per intenderci), ma sono istruiti, hanno studiato e non si sono abbeverati all’obsoleta e improponibile teologia medioevale di Tommaso d’Aquino, bensì a quella evoluta, moderna e attuale di un Karl Rahner, il quale fonda il suo pensiero su Heiddeger, Kant, Hegel.

Spesso i nuovi teologi non sono più in grado di distinguere un’eresia (anche perché  oggi si dice che le eresie fanno bene alla fede), però sono ferratissimi, per esempio, sull’evoluzionismo.

Ebbene, caro Aldo Maria, stando così le cose, come fa l’uomo del XXI secolo (sia egli un vituperato banchiere, un altrettanto vituperato industriale capitalista, un medico, un insegnante, un sacerdote…) a cercare di dare senso alla propria vita e alle proprie azioni se la fede, perché sia resa «credibile», è snaturata, spogliata dei misteri soprannaturali e, soprattutto, ben separata dalle opere? Come può un uomo cercare di  santificare il proprio lavoro, se oggi l’autorità morale insegna e lascia insegnare che la dottrina deve essere subordinata alla vita vissuta dall’uomo nella sua «realtà» e la Chiesa non deve insegnare ma solo imparare dalla realtà sociale? Come può l’uomo cercare di santificarsi nel mondo, se l’autorità morale lascia intendere che non ci sono più valori assoluti e non negoziabili? Come può l’uomo cercare di santificare se stesso e il suo prossimo se l’autorità morale lascia intendere che la parola di Dio è una realtà «dinamica» e la morale stessa può essere soggettiva, totalmente priva di imperativi assoluti?  E, ancor più, come può farlo se  la stessa autorità lascia intendere che non esistono norme morali che proibiscano atti intrinsecamente cattivi, ma deve essere la coscienza a legittimare le eccezioni alle norme morali, poiché ci sono tentazioni superiori alle nostre forze? E che fare  poi se a un certo punto questa stessa autorità lascia anche intendere che il peggiore dei mali sociali è l’inequità (ovvero la cattiva ripartizione delle risorse ) e non il peccato, dal quale tutti i mali derivano? E poi magari esalta un eretico quale riformatore e lo definisce una «medicina» per la Chiesa?

Caro Aldo Maria, so bene che queste considerazioni sono già state sviluppate molto meglio da persone ben più sagge di me e in possesso di una fede più grande e profonda della mia. Tuttavia avverto il bisogno di accompagnarti con una riflessione e penso di poterlo fare attraverso un’implorazione rivolta all’autorità morale, perché in questa sua ansia di appoggiare presunte verità scientifiche o economiche sia più prudente. L’autorità morale deve comprendere che lungo questa via, percorsa peraltro senza competenza specifica, rischia soltanto di confondere, scientificamente oltre che teologicamente, il fedele che ascolta e obbedisce. Se poi l’autorità morale, confondendo cause ed effetti, si concentra, in nome della misericordia, sugli effetti ignorandone le cause morali, concorre anche a peggiorare la vita dell’uomo, non a migliorarla.

Pensa per esempio all’attenzione posta a temi quali la povertà, le diseguaglianze, il problema ambientale, le migrazioni. Tutti affrontati sempre ed esclusivamente nelle loro conseguenze, mai dopo aver cercato le vere cause, e lasciando credere che  siano vere spiegazioni «scientifiche» le quali scientifiche non sono  affatto (al punto che sono smentite anche da scienziati) o a partire da spiegazioni economiche francamente insostenibili.

Che sia forse giunto il momento di affrontare da noi, cattolici, il rapporto scienza-fede, e questa volta  difendendo la scienza? Al contrario di ciò che si racconta sia avvenuto a Galileo Galilei, scienziato opposto a una rigida e miope teologia, oggi non  potrebbe forse essere un cattolico a difendere le verità scientifiche, e proprio per difendere quelle teologiche, confuse e tradite dalla Chiesa stessa al fine di riconciliarsi con il mondo?

Aldo Maria, siamo arrivati al punto in cui la Chiesa potrebbe sostenere che la Verità è conseguenza della libertà (scientifica)?

In tal caso, come Galilei, dovremmo osare affermare: «Eppur si muove!»

Ettore Gotti Tedeschi

 

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