Benedetto XVI, la rinuncia, il ruolo del papa emerito

Cari amici di Duc in altum, sono stato intervistato dal sito letture.org a proposito del mio libro Uno sguardo nella notte. Ripensando Benedetto XVI e, in particolare, sulla questione della rinuncia e del papa emerito. Vi propongo qui l’intervista. Buona lettura!

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Aldo Maria Valli, lei è autore del libro Uno sguardo nella notte. Ripensando Benedetto XVI, edito da Chorabooks. Le “dimissioni” di Benedetto XVI, lungi dall’esser cadute nell’oblio, sono quanto mai di scottante attualità: che cosa sappiamo di nuovo sullo storico gesto di Joseph Ratzinger?

Ho avuto modo di parlare a lungo di questo argomento con vari esponenti della Chiesa e, in particolare, della curia romana. Il quadro che ne emerge presenta un papa, Benedetto XVI, che già almeno dal 2010, l’annus horribilis degli attacchi alla Chiesa cattolica per i casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti, incomincia a pensare all’ipotesi di lasciare il soglio petrino. Non tanto per abbandonare la nave in cattive acque, ma perché avverte di non avere la forza sufficiente, dal punto di vista sia fisico sia caratteriale, per affrontare una situazione tanto difficile. A suo giudizio la barca di Pietro ha bisogno di un timoniere più robusto e deciso, in grado di aprire una pagina nuova e di ridare speranza a una Chiesa che in quel momento appare in balia della tempesta. Non bisogna dimenticare che il Vaticano si trova in quegli anni, mi riferisco al periodo dal 2010 al 2013, al centro di scandali e polemiche a non finire. Non c’è solo lo scandalo degli abusi sessuali, che divampa soprattutto negli Stati Uniti. C’è la vicenda Vatileaks con il caso della fuga di documenti riservati, ci sono le tensioni nello Ior con l’introduzione di una nuova legge, all’insegna della trasparenza, voluta proprio da Benedetto XVI ma avversata da forze interne al Vaticano (tensioni che porteranno poi all’allontanamento del presidente dello Ior, Gotti Tedeschi). Insomma, un quadro davvero complicato, rispetto al quale Benedetto XVI avverte in maniera sempre più decisa di non essere in grado di governare.

Non bisogna poi dimenticare l’azione di contrasto, più o meno palese, condotta da alcuni cardinali della linea progressista. Come poi verremo a sapere dalle rivelazioni di uno di loro, il cardinale  Godfried Danneels di Bruxelles, del gruppo (la cosiddetta “mafia di San Gallo”, dal nome del monastero svizzero nel quale si riunivano) facevano parte porporati come Kasper, Silvestrini, Van Luyn, Martini, Murphy O’Connor, Lehman, da Cruz, Husar, Hume, e la loro azione, stando a Dannells, fu diretta non solo a favorire l’elezione di Jorge Mario Bergoglio nel conclave del 2013, ma anche a creare condizioni favorevoli alle “dimissioni” di Ratzinger.  Ora ci sono ambienti della Chiesa secondo i quali, alla luce di queste rivelazioni, l’elezione di Bergoglio sarebbe invalida, perché la costituzione apostolica Universi Dominici Gregis promulgata da Giovanni Paolo II  proibisce trame e accordi tra cardinali per influenzare l’elezione di un papa. Ma, al di là di questo aspetto, quanto rivelato da Danneels (morto nel marzo di quest’anno) ci fa capire che la storica rinuncia di Benedetto XVI (11 febbraio 2013), vissuta come un fulmine a ciel sereno dall’opinione pubblica, in realtà ha avuto una lunga incubazione.

In ogni caso le condizioni di salute e lo stato di stanchezza hanno avuto certamente un ruolo decisivo. Come ha detto padre Stephan Horn, che fu  assistente di Ratzinger all’Università di Ratisbona, i medici sconsigliarono vivamente a Benedetto XVI di viaggiare, e siccome in vista c’era l’importante Giornata mondiale della gioventù in Brasile (luglio 2013), Benedetto XVI prese la sua grande decisione all’inizio di quell’anno, in modo che la Gmg si potesse svolgere con il nuovo papa.

Quale ruolo ha avuto nelle dimissioni di Benedetto XVI lo scandalo pedofilia?

Direi che ha avuto un ruolo importante, ma indiretto. Intendo dire che Benedetto XVI non rinunciò al soglio petrino a causa di quegli scandali, ma certamente le vicende legate agli scandali contribuirono, come dicevo prima, a rendere particolarmente complessa e difficile la situazione della Chiesa, spingendo così Ratzinger a prendere consapevolezza della necessità di dare alla barca di Pietro un nuovo timoniere.

Mi sia permesso qui un breve inciso. Io non parlo mai di “scandalo pedofilia” perché, alla luce dei fatti, siamo di fronte non ad abusi commessi nei confronti di minori, bensì, nella stragrande maggioranza dei casi, ad abusi commessi da chierici nei confronti di maschi adolescenti o anche di età maggiore. Si tratta, quindi, di efebofilia (interesse sessuale dell’adulto verso la medio-tarda adolescenza), conseguenza diretta dell’omosessualità.

Fatta questa precisazione terminologica (che mi sembra necessaria per spiegare meglio qual è il problema), aggiungo che Benedetto XVI, fino a quando ha potuto, ha operato con grande efficacia per contrastare il fenomeno degli abusi. Anzi, è stato sicuramente il papa che ha lavorato più di ogni altro in questa direzione.  Basti pensare alle nuove norme sui delitti più gravi (Normae de gravioribus delictis) del 2010, che hanno reso più spedite le procedure per accertare le responsabilità, prevedono la presenza di laici nei tribunali della Chiesa, tutelano anche le persone con limitato uso di ragione e introducono la fattispecie della pedopornografia.

Insomma, Benedetto XVI di fronte agli scandali non si è ritirato, come si tende a far credere oggi. Anzi, ha combattuto, ha preso provvedimenti ed è intervenuto più volte con forti denunce. Si pensi alla Lettera ai cattolici d’Irlanda (del 2010), ma anche a quanto disse in occasione dei viaggi negli Stati Uniti e in Australia, nel 2008, quando i suoi discorsi (all’insegna di due principi: fare giustizia e aiutare le vittime) furono molto apprezzati.

Esiste realmente una dialettica tra l’attuale pontefice e il precedente?

Dipende da che cosa s’intende con la parola “dialettica”. Se dobbiamo stare alle immagini e alle dichiarazioni ufficiali, appare chiaro che i due papi, il regnante e l’emerito, si vogliono molto bene e si stimano a vicenda, e io penso che sia proprio così. Francesco parla spesso di Benedetto come del “nonno saggio” e Benedetto non ha mai fatto mancare la sua preghiera per Francesco. Tuttavia è altrettanto evidente che i due sono molto diversi sotto molteplici aspetti. A parte il livello di preparazione (Ratzinger è forse l’ultimo grande teologo del Novecento rimasto in vita), Bergoglio ha una visione molto più orizzontale, sociale e politica dell’azione della Chiesa, mentre Ratzinger ha sempre prediletto la questione del rapporto fra uomo e Dio e fra ragione umana, verità e legge divina. Se Bergoglio ha puntato sull’idea di misericordia, mettendo decisamente in secondo piano l’obbligazione morale che deriva dal rispetto della legge divina ed evitando di riproporre quelli che un tempo venivano chiamati i “principi non negoziabili” (tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, difesa della famiglia fondata sul matrimonio cattolico, difesa del diritto alla libertà di educazione), Ratzinger, pur con i suoi toni gentili, si è battuto come un leone contro gli sbandamenti dottrinali. Mentre Ratzinger ha visto nel relativismo, che si è ormai introdotto anche nell’insegnamento della Chiesa, un tarlo che rischia di svuotare la fede dall’interno, Bergoglio sembra addirittura favorire una certa “liquidità” dottrinale a favore di un’immagine di Chiesa più disponibile a giustificare e accogliere. Insomma, le differenze sono profonde, e non potrebbe essere diversamente se consideriamo la storia personale dei due papi e le loro origini: da un lato un teologo bavarese, dall’altro un gesuita sudamericano. Da un lato uno degli ultimi rappresentanti della grande cultura europea (non a caso, eletto papa, ha deciso di prendere il nome di Benedetto, il santo monaco patrono d’Europa), dall’altro un argentino che ha deciso di chiamarsi Francesco come richiamo alla povertà della Chiesa. Da un lato un uomo che ha conosciuto il dramma del nazismo e della seconda guerra mondiale, dall’altro uno cresciuto nel peronismo e in mezzo agli squilibri sociali. Con l’elenco delle differenze si potrebbe continuare a lungo. Ecco perché oggi nella Chiesa, inutile nasconderlo, ci sono due “partiti”, quello più favorevole a Francesco e quello che rimpiange Benedetto. Quanto questa tensione possa essere sopportata dalla Chiesa senza che si creino pericolose fratture (non è raro ormai, da parte di alcuni osservatori, che addirittura si prospetti il rischio di uno scisma) è un problema reale, al quale la Chiesa stessa è approdata senza un’adeguata preparazione. Sotto questo profilo, in base alle testimonianze che ho raccolto, posso dire che lo stesso Benedetto XVI nutre preoccupazioni. Ma quando mi si chiede se da parte sua, nel momento della rinuncia, c’è stata una sottovalutazione del problema, sinceramente non so rispondere. Non so se Ratzinger non previde le tensioni che si sarebbero scatenate, se le sottovalutò oppure, al contrario, se pensò che fosse necessario farle venire allo scoperto. Questa per me resta una questione irrisolta. Tuttavia alcuni indizi mi fanno pensare che Ratzinger non immaginò le attuali turbolenze. Mi è stato riferito che era convinto che il suo successore sarebbe stato l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, il che avrebbe garantito una certa continuità di linea dottrinale e pastorale. Ma le cose al conclave del 2013 andarono molto diversamente.

In che modo Ratzinger è stato profetico riguardo alle vicende della Chiesa e del mondo?

Fin dagli anni Sessanta del secolo scorso il professor Ratzinger incominciò a parlare di una Chiesa cattolica che, sottoposta a un duro confronto con la modernità, ne sarebbe uscita ridimensionata, con pochi fedeli, costretta ad abbandonare molti luoghi di culto. Una Chiesa di minoranza, un piccolo gregge senza influenza sulle scelte politiche, spesso umiliata, eppure, paradossalmente, rinvigorita, perché più vicina alle sue origini, meno implicata con il potere, più semplice e più spirituale. Quando penso che questo quadro venne tracciato da Ratzinger in occasione di alcune trasmissioni radiofoniche andate in onda in Germania nel 1969, mi rendo conto che vide davvero lontano. In quel tempo il Concilio Vaticano II (1962 – 1965) era terminato da poco e la Chiesa, pur nella tempesta della contestazione seguita al Sessantotto, sembrava piuttosto attrezzata per affrontare le nuove sfide. Invece Ratzinger la immaginava rimpicciolita, quasi costretta a vivere in un angolo se non proprio nelle catacombe. Molti anni dopo, nel 2009, rispondendo a noi giornalisti durante il volo da Roma a Praga, Benedetto XVI parlò delle “minoranze creative” che generalmente “determinano il futuro”, e in questo senso, aggiunse, la Chiesa cattolica deve comprendere se stessa proprio come minoranza creativa. Significa essere consapevole della fine della civiltà cristiana e del fatto che, chiamata a testimoniare il Vangelo di Gesù in un mondo ormai pagano, deve mantenere viva la fiammella della fede in modo, appunto, creativo, cioè del tutto nuovo rispetto al passato, cogliendo le opportunità offerte dalle nuove situazioni. Insomma, inutile rimpiangere il passato come sistema. Si tratta invece di testimoniare la fede sapendo che il Vangelo è sempre giovane e sempre nuovo, perché parla all’uomo di ogni tempo.

In quelle lezioni alla radio Ratzinger fu profetico anche perché spiegò che la Chiesa avrebbe dovuto abbandonare la tentazione, innescata dalla necessità di rispondere ai tempi nuovi, di ridurre i preti ad assistenti sociali e la propria opera a una proposta di tipo sociale e politico. La Chiesa, disse, vivrà una profonda crisi, ma ne risulterà rigenerata, e quando gli uomini si renderanno conto di vivere in un mondo pieno di solitudine e disperazione, sarà pronta a donare speranza.

Quale ruolo nel prossimo futuro, a suo avviso, per il pontefice emerito?

Non è difficile immaginare che, con l’allungamento della vita, in futuro la presenza di una papa emerito non sarà più un fenomeno così raro ed eccezionale. Penso quindi che, dopo il caso di Benedetto XVI, i nostri figli e nipoti ne vedranno altri. Fino a Benedetto XVI abbiamo pensato alla morte come all’unica possibilità di cessazione dall’ufficio. Invece, proprio perché si tratta di un ufficio (non c’è una consacrazione a papa, ma un’elezione), canonicamente abbiamo, accanto alle norme di accesso, anche quelle che regolano la cessazione. Tutto ciò ha un’importanza anche teologica, perché ci ricorda che il pontificato è un servizio. Ecco perché occorre che la Chiesa si attrezzi, dal punto di vista sia teologico sia canonistico, per questa nuova situazione. Al momento ci sono troppe zone d’ombra. Se alcuni aspetti sono più che altro d’immagine (è giusto, per esempio, che il papa emerito si vesta ancora di bianco?) altri sono ben più sostanziali. E cioè: può effettivamente esistere un papa emerito? E, se sì, quale deve essere il suo ruolo? Tra gli specialisti il dibattito è aperto. Molti sostengono che, giuridicamente, di papa ce ne può essere uno soltanto e che il titolo di “papa emerito” non ha senso. Senza entrare nella disputa, mi limito a far presente che, in presenza di profonde divisioni all’interno della Chiesa, l’esistenza di due papi non fa che radicalizzare lo scontro, perché permette di contrapporre il regnante all’emerito.

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Aldo Maria Valli (Rho, 1958), è vaticanista Rai dal 1996. Tra i suoi libri più conosciuti, Piccolo mondo vaticano. La vita quotidiana nella città del papa (Laterza, 2012) e Benedetto XVI. Il pontificato interrotto (Mondadori, 2013). Di recente ha pubblicato il saggio Uno sguardo nella notte. Ripensando Benedetto XVI (Chorabooks, 2018) e Il caso Viganò. Il dossier che ha svelato il più grande scandalo all’interno della Chiesa (Fede & Cultura, 2018).

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