Altri “dubia” sulla lettera dei vescovi del Lazio

Cari amici di Duc in altum, come ho anticipato due giorni fa,  i vescovi delle diocesi del  Lazio hanno inviato ai fedeli della regione una lettera che domenica prossima, in occasione della solennità della Pentecoste, dovrà esser letta in tutte le chiese.

Numerosi sacerdoti mi hanno fatto sapere di nutrire forti perplessità circa il documento, da loro giudicato di natura strettamente politica e dunque incompatibile con la richiesta che sia letto ai fedeli riuniti per le Sante Messe.

In proposito pubblico oggi l’intervento fattomi pervenire da un diacono (purtroppo costretto a firmarsi con pseudonimo per non subire ritorsioni), che a sua volta prende le distanze dai contenuti e dai toni della lettera dei vescovi, sottolineando la strumentalizzazione della Pentecoste operata nel documento.

A.M.V.

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Cari vescovi, siete forse ebbri di vino dolce?

Gentile Valli, tramite il suo blog, vorrei far pervenire ai vescovi delle diocesi del Lazio una mia breve e umile riflessione.

Cari vescovi, dopo aver letto la vostra Lettera ai fedeli delle diocesi laziali in occasione della solennità di Pentecoste, mi permetto un suggerimento: non usate immagini della scrittura per sostenere un discorso politico. Vi si ritorce contro!

Voi dite: “La solennità di Pentecoste ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue; pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore”, e da questa immagine partite per un invito all’accoglienza dei migranti, da qualunque paese, cultura, etnia provengano, e a vivere la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore.

In realtà gli Atti (2,5) ci dicono tutt’altro: “Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”.

Insomma, riportando ai giorni nostri l’immagine dei giudei osservanti, si può dire che non si tratta di migranti. Potremmo paragonarli alla folla dei fedeli di ogni nazione radunata in piazza San Pietro per l’Angelus.

In quanto poi al discorso di Pietro, non è, come voi dite, attualizzazione dell’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore, ma annuncio del kerigma.

L’apostolo Pietro parlò a tutti i presenti per annunciare: “Gesù di Nazaret che voi avete crocifisso e ucciso, Dio lo ha risuscitato”. “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni”. “Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”

Se veramente desiderate essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà – da qualunque paese, cultura, etnia provengano – invitate le vostre comunità a un rinnovato spirito missionario che con le parole dell’apostolo Pietro chiami ogni uomo a “convertirsi e a farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo”

È questo il modo più pieno di accogliere l’invito che fate nella lettera: “Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste.”

Infatti la vera e piena accoglienza e integrazione è descritta dal versetto finale dell’icona della Pentecoste: “Allora coloro che accolsero la parola di Pietro furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone”

Se invece, strumentalizzando la Scrittura, proponete un messaggio umano di solidarietà e irenismo non potrete sfuggire al giudizio: “Sono ebbri di vino dolce”

Dulos Acreios

 

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