La morte di Vincent Lambert, l’eutanasia di Stato e gli errori filosofici e contro la fede

Cari amici di Duc in altum, la morte di Vincent Lambert segna un momento drammatico per la nostra intera civiltà. Come scrive Luisella Scrosati su La nuova bussola quotidiana, Vincent “è stato ucciso da persone che odiano la legge di Dio, che non riconoscono altro Dio al di fuori di se stessi. Come i piccoli Alfie e Charlie e tanti altri sconosciuti, Lambert è un martire del nostro tempo, che il Signore ha chiamato a Sé nella festa di San Benedetto, segno che l’Europa ha bisogno di una rinascita cristiana”.

Sulla vicenda di Vincent interviene qui don Alfredo Morselli, che chiama in causa monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita. 

A.M.V.

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L’eutanasia del Vangelo della vita

Il cuore Vincent Lambert ha cessato di battere su questa terra, colpito dalla sospensione dei trattamenti di idratazione e nutrizione, ucciso come il conte Ugolino e i suoi figli nella torre della fame, non in grado di gridare  – il quarto dì venuti, come invece Gaddo poté fare con il padre -, ai Pastori e al Pastore: Padre mio che non mi aiuti[1]; e mentre Vincent si spegneva, veniva eutanasizzato anche il Vangelo della Vita, proprio da colui che istituzionalmente avrebbe il compito di proclamarlo. Sì è lui, monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, già noto per l’affresco degno di un gay-pride nella cattedrale di Terni[2], quindi costituzionalmente non troppo proteso verso ciò che è secondo natura (la nutrizione è un atto naturale, al pari dell’attrazione dei due sessi opposti).

Scriveva monsignor Paglia: “Il doloroso conflitto familiare circa l’ipotesi di sospendere alimentazione e idratazione artificiali, essendo precluso l’accesso alla volontà del paziente – elemento indispensabile per la valutazione della proporzionalità delle cure  –, ha condotto a una situazione di stallo che dura ormai da anni”[3].

Ci troviamo do fronte a un errore gravissimo: idratazione e alimentazione non possono essere considerate “atti medici”, e quindi non sono oggetto di valutazione di proporzionalità terapeutica.

I gravi errori di monsignor Paglia

Riprendiamo un discorso di San Giovanni Paolo II: “In particolare, vorrei sottolineare come la somministrazione di acqua e cibo, anche quando avvenisse per vie artificiali, rappresenti sempre un mezzo naturale di conservazione della vita, non un atto medico. Il suo uso pertanto sarà da considerarsi, in linea di principio, ordinario e proporzionato, e come tale moralmente obbligatorio, nella misura in cui e fino a quando esso dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che nella fattispecie consiste nel procurare nutrimento al paziente e lenimento delle sofferenze.

L’obbligo di non far mancare “le cure normali dovute all’ammalato in simili casi” (Congregazione per la dottrina della fede, Iura et bona, p. IV) comprende, infatti, anche l’impiego dell’alimentazione e idratazione (cfr Pontificio consiglio Cor Unum, Dans le cadre, 2.4.4; Pontificio consiglio per la pastorale degli operatori sanitari, Carta degli Operatori Sanitari, n. 120). La valutazione delle probabilità, fondata sulle scarse speranze di recupero quando lo stato vegetativo si prolunga oltre un anno, non può giustificare eticamente l’abbandono o l’interruzione delle cure minimali al paziente, comprese alimentazione ed idratazione. La morte per fame e per sete, infatti, è l’unico risultato possibile in seguito alla loro sospensione. In tal senso essa finisce per configurarsi, se consapevolmente e deliberatamente effettuata, come una vera e propria eutanasia per omissione.

A tal proposito, ricordo quanto ho scritto nell’enciclica Evangelium vitae, chiarendo che “per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”; una tale azione rappresenta sempre “una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana” (n. 65)”.[4]

Luigi Lorenzetti, in una risposta sul settimanale Famiglia cristiana, aveva spiegato molto bene perché l’idratazione e la nutrizione, anche empiricamente parlando, non siano paragonabili a cure palliative: “La questione nuova riguarda l’idratazione e l’alimentazione artificiali: sono trattamenti ordinari e, quindi, in linea di principio obbligatori o, viceversa, straordinari e, quindi, da rifiutare? Ci sono seri argomenti per concludere che sono trattamenti ordinari (utili e proporzionati). Non richiedono, infatti, l’impiego di sofisticati strumenti tecnologici; sono accessibili a strutture ospedaliere povere; sono praticabili anche a livello familiare. Anzi, non sono nemmeno atti medici (‘il nutrire si differenzia dal curare’), ma trattamenti di sostegno vitale e, in quanto tali, costituiscono il minimo che si possa prestare a chi non è in grado di nutrirsi autonomamente”[5].

Non è la prima volta che monsignor Paglia ha indebitamente equiparato la nutrizione e l’idratazione all’accanimento terapeutico: in occasione dell’eutanasia di Alfie Evans, aveva infatti dichiarato: “… se veramente le ripetute consultazioni mediche hanno mostrato l’inesistenza di un trattamento valido nella situazione in cui il piccolo paziente si trova, la decisione presa non intendeva accorciare la vita, ma sospendere una situazione di accanimento terapeutico. Come dice il Catechismo della Chiesa cattolica si tratta cioè di una opzione con cui non si intende ‘procurare la morte: si accetta di non poterla impedire’ (CCC 2278). Il Catechismo rimanda con questa frase a due limiti con cui dobbiamo fare i conti: quello proprio della condizione umana e quello della medicina”[6].

La radice dell’errore

Cerchiamo ora di analizzare i presupposti di queste dichiarazioni. Si tratta innanzitutto di un errore filosofico: infatti la distinzione tra cure naturali e atto medico si fonda sul concetto di natura. Ogni singolo uomo partecipa di una natura umana, partecipa di un’essenza uguale per tutti gli uomini.

Ogni natura è principio di operazioni, che, proprio per questo loro derivare dalla natura, vengono dette naturali. È proprio della natura umana respirare, nutrirsi, dissetarsi. Non è invece strettamente naturale l’assunzione di un farmaco, o subire un intervento chirurgico: queste operazioni, eventualmente utili, non procedono direttamente dalla natura, e pertanto sono, strettamente parlando, cure mediche.

Purtroppo il rifiuto fideistico neo-modernista della filosofia perenne conduce a un nominalismo filosofico e teologico: tutto ciò che ha a che fare con le essenze è respinto, a favore della sola esistenza, secondo la concezione blondeliana per cui la verità è l’adeguamento dell’intelletto alla vita e non all’essere[7].

Questa concezione, in morale, porta a una valutazione caso per caso ignorando la fattispecie degli atti umani; si respinge così l’idea che ci sono atti che vanno contro la natura umana, e quindi sempre cattivi, e non si capisce che un uomo non potrà mai vivere secondo la sua natura compiendo certi atti.

Ho aggiunto queste considerazioni, perché così come esiste un nesso dei misteri tra di loro, allo stesso modo esiste anche un nesso tra le eresie.

Le affermazioni di monsignor Paglia vanno contro la fede?

Insegna Lumen Gentium, al § 25: “Ma questo assenso religioso della volontà e della intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra. Ciò implica che il suo supremo magistero sia accettato con riverenza, e che con sincerità si aderisca alle sue affermazioni in conformità al pensiero e in conformità alla volontà di lui manifestatasi che si possono dedurre in particolare dal carattere dei documenti, o dall’insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi”[8].

Il discorso di san Giovanni Paolo II sopra citato ha tutte le caratteristiche per richiedere l’“assenso religioso della volontà e della intelligenza”, non solo per la maniera di esprimersi e per il carattere del discorso stesso, ma anche e soprattutto per l’ “insistenza nel proporre una certa dottrina”.

Infatti san Giovanni Paolo II richiama esplicitamente ben tre documenti solenni:

La dichiarazione Iura et bona (p. IV) della Congregazione per la dottrina della fede, del 5 maggio 1980, che ricorda l’ “obbligo di non interrompere le cure normali”[9].

Il documento Dans le cadre, del Pontificio Consiglio «Cor Unum», del 27 giugno 1981, che al § 2.4.4 afferma: “Mezzi minimali obbligatori: rimane, invece, l’obbligo stretto di proseguire ad ogni costo l’applicazione dei mezzi cosiddetti “minimali”, di quelli cioè che normalmente e nelle condizioni abituali sono destinati a mantenere la vita (alimentazione, trasfusioni di sangue, iniezioni, ecc.). Interromperne la somministrazione significherebbe in pratica voler porre fine ai giorni del paziente”[10].

La Carta degli operatori sanitari, del Pontificio consiglio per gli operatori pastorali, del 1995, che al § 120 afferma: “L’alimentazione e l’idratazione, anche artificialmente amministrate, rientrano tra le cure normali dovute sempre all’ammalato quando non risultino gravose per lui: la loro indebita sospensione può avere il significato di vera e propria eutanasia”[11].

La tesi di monsignor Paglia, che tenta di far rientrare la nutrizione e l’idratazione artificiale nel genere di accanimento terapeutico, costituisce un errore filosofico e un errore contro la fede. Un errore filosofico in quanto il presule mostra la totale non comprensione del concetto di natura e di operazione naturale; un errore contro la fede, perché quanto egli ha scritto contraddice affermazioni proprie del magistero ordinario infallibile.

Don Alfredo Morselli

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[1] “Poscia che fummo al quarto dì venuti/Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,/dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. Inf.,  XXXIII, 67-69.

[2] Cf. Carlo Franza, «Affresco omoerotico nella Cattedrale di Terni, un obbrobrio artistico e teologico dell’argentino Ricardo Cinalli, eseguito per volere dell’Arcivescovo Vincenzo Paglia», Scenari dell’arte, 8 febbraio 2018, https://tinyurl.com/yxjylytz, consultato l’11 luglio 2019.

[3] Vincenzo Paglia, «Monsignor Vincenzo Paglia: “Vincent Lambert, Nel Dramma Il Conflitto Non Aiuta”», https://tinyurl.com/y5m6qnw7, Famiglia Cristiana, 31 luglio 2017,

[4] S. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al congresso internazionale su “i trattamenti di sostegno vitale e lo stato vegetativo. progressi scientifici e dilemmi etici”, 20 marzo 2004, https://tinyurl.com/y647tykm, consultato l’11 luglio 2019; il grassetto è redazionale.

[5] Luigi Lorenzetti, « Il confine tra eutanasia e accanimento terapeutico», Famiglia Cristiana, 31 luglio 2017, https://tinyurl.com/y5qgen8t, consultato l’11 luglio 2019.

[6] Valerio Pece, «Alfie Evans. Per monsignor Paglia potrebbe trattarsi di “sospendere una situazione di accanimento terapeutico”», Tempi, 9 marzo 2018, https://tinyurl.com/yyxq7kmd, consultato l’11 luglio 2019.

[7] Cf. il mio « In principio era l’azione: il legame tra Amoris Laetitia e l’intercomunione con gli Evangelici», Cooperatores Veritatis, 6 maggio 2018, https://tinyurl.com/y3qxzsew, consultato l’11 luglio 2019.

[8] Lumen gentium, 25.

[9] https://tinyurl.com/y3cqwvrm.

[10] Pont. Cons. «Cor Unum», Dans le cadre (Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti), 2.4.4, https://tinyurl.com/yc8r3wqr,

[11] https://tinyurl.com/y5gqnlbj.

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