Se il parroco non crede alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia

Al centro di numerose tra le testimonianze che stanno arrivando a Duc in altum in merito alla formazione, spesso distorta o parziale, che si riceve nei seminari c’è una questione assolutamente prioritaria per la vita di fede e per la Chiesa stessa: l’Eucaristia. Ciò che emerge dai racconti è che a volte nei seminari prevale una visione più protestante che cattolica, al punto che si arriva a mettere apertamente in discussione la dottrina ufficiale cattolica circa la presenza reale di Cristo nel sacramento eucaristico. Poi i seminaristi diventano preti, diventano cappellani, parroci, vanno in mezzo ai fedeli e…

In proposito ho ricevuto una testimonianza che mi è sembrata significativa. Riguarda una parrocchia del Nord Italia e i fatti che mi sono stati narrati , e che proverò a riassumere, vedono protagonista una fedele (la chiameremo Maria) la quale, partecipando alle Sante Messe, si rende conto che nella liturgia e nella predicazione avvengono alcune stranezze: parole del Vangelo cambiate arbitrariamente, invenzioni nelle preghiere.

Maria ci resta male ma, nella speranza che la situazione migliori, evita di chiedere spiegazioni. Cosa dalla quale però non può esimersi quando, una domenica, nella Messa per il gruppo scout, il cappellano dice: “E ricordate: il pane e il vino che vedete là sull’altare sono per noi un simbolo, una presenza spirituale.”

Un simbolo? Una presenza spirituale? La signora non crede alle proprie orecchie. Chiede agli altri fedeli e riceve conferma: il celebrante ha detto proprio così. Inevitabile, questa volta, è riferire al parroco, il quale però reagisce a muso duro: “Se io faccio l’analisi chimica della particola, quali molecole, quali composti chimici trovo?”.

“Ma, i miracoli eucaristici…” prova a obiettare Maria.

“Oh! Quelli – riprende il parroco – si contano sulle dita di una mano! Tu rispondimi a questo: che molecole trovo?”

“Immagino molecole del pane…”.

“Ecco. Il pane resta pane, ma con la sostanza di Gesù, che ognuno di noi impara a riconoscere grazie alle proprie esperienze di vita. Come un fiore è simbolo dell’amore di un uomo per una donna, così il pane è simbolo dell’amore di Gesù per noi”.

Insomma, in sintesi: niente presenza reale; il pane non diventa Corpo di Cristo, né il vino Sangue del Signore. No: essi sono un simbolo della sua presenza spirituale, della sua sostanza immateriale. Infatti, aggiunge il parroco, “quando si spezza l’ostia, non si spezzano le braccine e le gambine di Gesù.”

La signora è talmente basita da non trovare le parole. Ma allora che fine ha fatto tutto ciò che la Chiesa cattolica ha sempre insegnato? Che fine ha fatto la dottrina secondo cui il pane e il vino, pur mantenendo l’aspetto di pane e di vino, dopo la preghiera eucaristica divengono il corpo e il sangue di Cristo?

Superato lo smarrimento, la signora prova a replicare parlando della transustanziazione e chiedendo se sia ancora un dogma o se qualcosa, per caso, sia cambiato ultimamente, ma il parroco taglia corto: “Transustanziazione è una parola inventata nel Medioevo e che prima non esisteva”.

La discussione prosegue e Maria, a proposito della Santa Messa, a un certo punto cita Padre Pio. Non l’avesse mai fatto! Il parroco si mostra ancor più nervoso, quasi disgustato.

Maria decide allora, sia pure a malincuore, di scrivere al vescovo, chiedendogli di dire una parola chiara, specie sull’Eucaristia. Ma non riceve risposta.

Ho sintetizzato notevolmente il racconto e spero di non averne tradito il senso. Molti altri sono i dettagli che andrebbero messi in evidenza circa la vita di fede in quella parrocchia. Per esempio Maria riferisce  di una catechista che ai bambini delle elementari racconta favole con gnomi, fate, elfi e magie varie; di un’altra che spiega ai bambini che il pane e il vino, dopo la consacrazione, “restano pane e vino”; del parroco che raccomanda alle catechiste di non parlare mai del peccato e della colpa, “altrimenti i bambini si spaventano; di un pastore luterano invitato alla Messa e del parroco che gli dà la parola e, per obbligare i fedeli ad ascoltarlo, impartisce la benedizione solo dopo il lungo sermone dell’ospite.

Resta la domanda di fondo: quanto c’è di veramente cattolico in tante comunità che ormai, forse, sono cattoliche solo di nome? E qual è il futuro della Chiesa dal momento che l’Eucaristia (“fonte e culmine di tutta la vita cristiana”, come ricorda il Catechismo) è trattata in questo modo?

Aldo Maria Valli

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