Con Francesco un ritorno al cesaropapismo?

Con il pontificato di Francesco c’è, in forme nuove, un ritorno al cesaropapismo. E il sinodo amazzonico che sta per incominciare ne è l’espressione.

La tesi è sostenuta da Carlos Esteban su Infovaticana e merita attenzione.

Il cesaropapismo (che si manifestò quando il cristianesimo fu ammesso in quanto religione imperiale e poi, in forme diverse, durante il sacro romano impero, fino alla nascita delle monarchie nazionali) si fonda sul prevalere dell’autorità civile su quella religiosa, al punto che la prima (Cesare) decide anche in merito alle questioni disciplinari e teologiche della seconda (papa).

Opposto alla teocrazia, nella quale è il potere religioso a prevalere su quello civile, il cesaropapismo, che trovò applicazione anche nella Russia degli zar, viene evocato ora da Esteban alla luce di alcuni fatti recenti.

Durante la conferenza stampa in volo, di ritorno dall’Africa, il papa ha detto:  “Le organizzazioni internazionali, quando noi le riconosciamo e diamo ad esse la capacità di giudicare a livello internazionale, pensiamo al Tribunale internazionale dell’Aja o alle Nazioni Unite, quando si pronunciano, se siamo un’unica umanità, dobbiamo obbedire”.

Obbedire è un verbo assai esplicito. Significa che i cattolici devono obbedienza a organizzazioni che promuovono abitualmente l’aborto e politiche che si scontrano con la dottrina sociale della Chiesa. E l’autorità del papa? E il suo insegnamento? E la sua libertà?

C’è poi un secondo fatto. Nell’elenco dei partecipanti al sinodo amazzonico chi troviamo? L’ex segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, il quale non risulta essere né un cardinale né un vescovo né un missionario. Anzi, a ben vedere non si sa neppure se sia credente e a quale religione appartenga, visto che sull’argomento ha sempre preferito sorvolare.

Dunque perché un ex segretario generale dell’Onu a un sinodo dei vescovi della Chiesa cattolica? Con quale ruolo? È forse un riconoscimento di quell’obbedienza di cui si parlava prima?

E l’economista americano Jeffrey Sachs, convinto abortista? E il climatologo ateo Hans J. Schellnhuber, considerato un ecologista estremista perfino dalla comunità scientifica internazionale? Perché anche loro a un sinodo dei vescovi cattolici? Osserva Esteban: per quanto unanime possa essere (e non lo è) il consenso circa la teoria del cambiamento climatico, la Chiesa dopo tutto non dovrebbe basare la sua predicazione sull’accettazione di una tesi scientifica, che è al di fuori della sua area di competenza.

Secondo Esteban siamo di fronte, appunto, a una sorta di ritorno, in forme nuove, al vecchio cesaropapismo, con il papa che si assoggetta al potere civile e scientifico. Con una differenza: a quei tempi Cesare, chiunque egli fosse, almeno nominalmente era cristiano, mentre i poteri ai quali oggi il papa ritiene di dovere obbedienza sono lontanissimi da una visione di fede, o addirittura le sono ostili.

Ma accanto al cesaropapismo ecco un altro ritorno: il patronato regio. Si tratta di quel sistema in base al quale dalla metà del XV secolo fino al XVII i pontefici romani concessero ai sovrani di Spagna e Portogallo poteri sempre più ampi in campo religioso nelle nuove terre scoperte. E a che cosa assomiglia, se non al patronato regio, la linea adottata dalla Santa Sede nei confronti del Partito comunista cinese, il quale, in base agli accordi tra Vaticano e Cina, ha addirittura il potere di proporre al papa i vescovi da nominare?

Anche qui si nota però una differenza rispetto al passato: se i sovrani spagnoli e portoghesi erano cattolici, nel caso dei dirigenti cinesi il papa ha concesso ampi poteri di intervento negli affari della Chiesa ad atei conclamati.

Conclude Esteban: se si guarda al cesaropapismo e al patronato regio rispolverati da Francesco, si può dire che siamo di fronte a un ritorno al passato e quindi a un pontificato, in un certo senso, molto ma molto “tradizionale”. Purtroppo non nel senso migliore del termine.

A.M.V.

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