Un dogma chiamato dialogo

Cari amici di Duc in altum, mi fa piacere condividere il mio primo contributo (lo potete ascoltare qui) per radioromalibera.org, che da oggi ospita la rubrica La trave e la pagliuzza.

A.M.V.

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Vorrei dedicare il mio primo intervento a Radio Roma Libera a quello che definisco il dogma del dialogo, uno dei dogmi più rigidi della nuova Chiesa tutta amicizia e comprensione nei confronti del mondo e degli altri, una Chiesa che si compiace di essere antidogmatica ma poi in realtà produce suoi dogmi rispetto ai quali non ammette obiezione alcuna.

Quello che definisco dogma del dialogo nasce con il Concilio Vaticano II e con l’ottimismo del quale quel Concilio fu imbevuto. Sembrava che il mondo avesse molte cose buone da dare alla Chiesa e che il confronto con il mondo fosse necessario per uscire da un certo isolamento, per rinnovarsi e apparire più dinamici, spigliati e simpatici, meno rigidi, meno ingessati e meno austeri.

Eravamo all’inizio egli anni Sessanta del secolo scorso, il Sessantotto era alle porte. Il dialogo sembrò una via obbligata. La Chiesa dimenticò che il mondo non ha nulla da insegnarle, ma è la Chiesa che deve insegnare al mondo. E deve insegnare, in ogni tempo, la via verso la Verità, ovvero la via della conversione.

Da quella prospettiva erronea proviene anche il modo distorto di concepire il dialogo, che non è e non può essere un bene in sé, perché tutto dipende dal fine che vogliamo perseguire. E in questo senso possiamo osservare che l’erronea concezione del dialogo è figlia della crisi dell’idea di Verità, una crisi che ha duramente colpito anche la Chiesa nel momento in cui essa ha incominciato a secolarizzarsi. Il dialogo, infatti, nella Chiesa è diventato un fine in sé man mano che l’idea di Verità si è appannata. Ecco così l’illusione di poter trovare tracce di Verità nella conversazione e non nella conversione! Ed ecco così l’affermarsi del dogma del dialogo in campo ecumenico e interreligioso, ma anche sociale e culturale.

Ora credo che la domanda che ogni cattolico deve porsi sia la seguente: ma Gesù dialogava? La risposta è no. Gesù non dialogava. Gesù insegnava. Ecco il punto. A causa della crisi dell’idea di Verità, crisi che la Chiesa ha acquisito dal mondo e fatto propria man mano che è andata secolarizzandosi, i pastori hanno smesso di insegnare e si sono messi a dialogare. La crisi dell’idea di Verità ha infatti innescato la crisi dell’idea di autorità, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

Una Chiesa che intimamente avverte di non essere più la custode della Verità ma soltanto una voce tra le altre, una Chiesa che si vergogna di proclamare che extra Ecclesiam nulla salus, una Chiesa che vuole apparire amichevole e simpatica, una Chiesa che tralascia il discorso sulle cose ultime per dedicarsi ai temi sociali è una Chiesa che fatalmente tradisce il Vangelo di Gesù e diventa relativista. E una Chiesa relativista, che rinuncia alla potestas docendi e si compiace del suo essere amichevole e simpatica, può proclamare solo il dogma del dialogo, perché non ha niente altro da proclamare.

Ovviamente quando noi diciamo queste cose veniamo prontamente bollati come tradizionalisti (anzi, come ultra-tradizionalisti). Invece siamo semplicemente cattolici. “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura”. Così ha detto Gesù. Non “andate e dialogate”, non “andate e conversate”. Ed ha aggiunto: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”.

Certo, qualche gesuita potrà sempre sostenere che all’epoca di Gesù non c’erano i registratori e quindi non possiamo essere sicuri che il Maestro abbia detto proprio così. E qualche teologo modernista potrà sempre dire che nel verbo “predicare” in realtà è contenuta anche l’idea del dialogo eccetera eccetera. Ma queste sono posizioni ideologiche.

La Chiesa vive nel mondo, ma non è del mondo. Ecco perché quando il mondo cerca di tirarla dalla propria parte essa non solo può ma deve fare resistenza. Ma una Chiesa secolarizzata non ha queste preoccupazioni. Una Chiesa secolarizzata si preoccupa del proprio aspetto, non dei contenuti. Una Chiesa secolarizzata si esprime mediante il politicamente corretto. E quando poi arriva un papa, come Benedetto XVI, che nella Dominus Iesus spiega che mai e poi mai il dialogo può essere messo al servizio del relativismo, è la Chiesa stessa a remare contro quel papa, dipinto come irrimediabilmente rigido e incapace di cogliere i segni dei tempi.

E così ecco l’idea balzana di rincorrere i protestanti sul loro stesso terreno, perché Lutero sarebbe stato “una medicina per la Chiesa”, come ha purtroppo dichiarato papa Francesco. Ed ecco la dichiarazione di Abu Dhabi, nella quale possiamo leggere che Dio stesso ha voluto la diversità fra le religioni.

Queste sono le aberrazioni a cui porta il dialogo elevato a dogma. Parlo di aberrazioni perché si tratta di atteggiamenti e affermazioni che non stanno in piedi né sul piano storico né su quello teologico. Però piacciono alla gente che piace. E questo solo conta per una Chiesa che bada alla propria immagine più che alla difesa della fede.

Voglio ora proporvi una citazione. Sentite: Oggi “abbiamo a che fare con un’inflazione del dialogo. Si vuole ‘aprire un dialogo’ con ognuno e possibilmente con tutti. Non è tanto importante l’argomento che trattiamo; è più importante la relazione che intessiamo nel dialogo. Il percorso è la meta”.

Sapete chi l’ha detto? Non un cattolico conservatore e “ultra-tradizionalista”, bensì un teologo evangelico: Jürgen Moltmann, il quale aggiunge: “Il dialogo dei nostri giorni non è funzionale alla verità, bensì alla comunione”, ed è così che subisce una sorta di edulcorazione. Il tentativo di evitare gli spigoli porta all’appiattimento, e la teologia ne risente. “Oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione”. Alla ricerca della comunione, le asperità sono limate fin quasi a scomparire. E ciò che resta è spesso una tolleranza priva di contenuti che sacrifica la passione per la verità.

Moltmann è esplicito nel suo elogio della disputa: “Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni”.

Più chiaro di così il teologo evangelico non potrebbe essere, ed è significativo che la sua rivalutazione della disputa, contro l’inflazione del dialogo, sia arrivata proprio nell’anno in cui, tra molteplici inni al dialogo e ben poca attenzione per la questione della verità, si è celebrato il mezzo millennio dalla Riforma. “Comunione e verità non procedono più di pari passo?”, si chiede Moltmann.

Come è stato giustamente notato, sembra che oggi non ci sia alternativa possibile: o si dialoga all’insegna del buonismo o si fa polemica aggressiva. Non c’è più posto per la sana, virile disputa.

Sembra un po’ paradossale che la critica del dialogo fine a se stesso arrivi da un protestante, visto che l’assolutizzazione del dialogo è figlia, anche, della mente protestante. Paradossale ma significativo. Moltmann, con onestà intellettuale riconosce che si è esagerato nel dialogo fine a se stesso, privo di contenuti.

Nell’Ecclesiam suam Paolo VI non dice che il dialogo ha valore in sé, ma che occorre dialogare per convertire. Tuttavia mi sento in linea con Romano Amerio quando, in Iota Unum, parla di equazione incoerente e impossibile “tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo”.

Insomma, a dispetto delle preoccupazioni di Paolo VI, il relativismo è entrato nella Chiesa ed ha usato l’idea di dialogo in modo strumentale. Ecco perché chi ha a cuore la questione della Verità dovrebbe far sua la proposta di Moltmann e rivalutare la disputa, lo scambio vivace di opinioni, la controversia che mette sul tavolo ragioni diverse. Solo che, per disputare, occorre saper ragionare, e proprio questo, oggi, è il problema. Perché la nostra è sì crisi di fede, ma forse, prima ancora, è crisi della ragione.

Vorrei invitarvi a riflettere anche sull’esperienza dei convertiti. Da che cosa sono attirati coloro che si convertono al cattolicesimo? Se ci pensiamo, sempre da due elementi: la verità e la bellezza. Non ho mai sentito dire da un convertito: “Sono arrivato alla Chiesa cattolica grazie al dialogo”. No. Si arriva alla Chiesa cattolica sotto la spinta di una profonda ricerca di verità e perché si è attirati dalla bellezza della liturgia, espressione della pienezza sacramentale.

“Chi sono io per giudicare?” è diventato il marchio di fabbrica di questa Chiesa liquida, dialogante e amichevole. Ma io in questo marchio non voglio riconoscermi. Perché la fede è necessariamente un giudizio e lo è su tutto. Senza il giudizio non c’è nemmeno la fede. Senza il giudizio c’è l’indifferenza. Certo, è bene che nel mio giudicare io eviti di diventare aggressivo e antipatico, ma il giudizio fa parte integrante dell’esperienza di fede. Altrimenti c’è solo un vago sentimentalismo. E mi sa che i paladini del dialogo, tutti peace and love, vogliono proprio questo: ridurre la fede a un fatto sentimentale, privatissimo e circoscritto, che eviti di sollevare problemi e di interferire con i padroni del vapore.

Ma poi, alla fin fine, sapete perché l’idea di dialogo ha tanto successo? Perché è comoda. È comodo dire che dobbiamo riconoscerci nell’altro, che dobbiamo andare d’accordo. È comodo parlare di rispetto e tolleranza. È comodo dire che occorre ascoltare. Sono tutte belle espressioni, che assicurano il consenso e non costano nulla. Molto più complicato è disputare, sollevare questioni, fare polemiche. Molto più impegnativo è avventurarsi in un contraddittorio, in una confutazione. È molto più difficile e complicato perché, prima di tutto, occorre avere qualche idea in testa e poi perché occorre fare una cosa alla quale siamo sempre meno abituati: utilizzare le idee, ovvero pensare!

Ecco perché anche i pastori (preti, vescovi, cardinali), i quali, in fin dei conti, sono, come tutti, figli del nostro tempo, preferiscono, nella maggior parte dei casi, dire “chi sono io per giudicare?”. È più comodo, ti evita un sacco di problemi e ti fa apparire simpatico, à la page o, come direbbero i miei figli, cool. Ma non credo che Gesù si sia mai posto il problema di come essere cool. Ed ecco perché di lui sappiamo che se ne andava per città e villaggi predicando e annunciando la buona novella, non dialogando!

“Credere nella possibilità di conoscere una verità universalmente valida – si legge nella Fides et ratio – non è minimamente fonte di intolleranza; al contrario, è condizione necessaria per un sincero e autentico dialogo tra le persone. Solamente a questa condizione è possibile superare le divisioni e percorrere insieme il cammino verso la verità tutta intera, seguendo quei sentieri che solo lo Spirito del Signore risorto conosce”.

Ritengo che questo sia un passo decisivo per uscire dall’equivoco del dialogo fine a se stesso, che si compiace del pluralismo senza ambire al raggiungimento di quella “verità universalmente valida”.

“Meno dialogo e più tradizione!”, mi verrebbe da dire con uno slogan. Mi diano pure del sovranista: non mi scompongo. Anzi, della strana parola “sovranismo” prendo il buono che ha in sé e dico, con un altro slogan: giù le mani dai miei principi sovrani!

A.M.V.

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