Storia di Mitch, attaccante di Dio

A volte sono necessarie situazioni difficili per far emergere il meglio nelle persone. Quando Mitch Morse, ventisettenne attaccante della squadra di football americano dei Buffalo Bills, era un bimbo di soli quattro anni, il suo fratellino Robbie, che all’epoca aveva quattro mesi, ebbe un infortunio che gli causò danni cerebrali permanenti e da allora richiese cure continue.

Crescendo, Mitch imparò a riservare speciali attenzioni al fratello minore, spesso anticipando ciò di cui Robbie aveva bisogno, e questo allenamento all’altruismo ebbe conseguenze anche sull’attività sportiva. Mitch infatti si concentrò non tanto sul diventare il miglior marcatore, ma sull’essere un uomo squadra, il che fece di lui un giocatore di spicco alla St. Michael’s Catholic Academy e all’Università del Missouri.

Dopo il college, nel 2015, Morse diventò professionista e fu scelto dai Chiefs di Kansas City, dove per tre anni  consecutivi fu il top player offensivo. Poi lo sbarco ai Buffalo Bills, dove è diventato il giocatore più pagato nel ruolo di centro.

“E pensare – dice Mitch Morse – che non avevo mai pensato di diventare un giocatore professionista. In famiglia non amavamo affatto il football professionistico. Fin da piccolo, ho giocato per divertimento. Solo durante l’ultimo anno di college mi resi conto che lo sport stava per diventare un lavoro”.

Mitch dice che, pur essendo diventato un marcatore, la sua filosofia di gioco non è molto cambiata rispetto a quando era più giovane. “Per giocare bene ed essere il miglior compagno di squadra possibile, non devo guardare troppo lontano. Devo semplicemente giocare bene ogni giorno. Il futuro non è ancora qui, quindi non può essere controllato o, per lo meno, ci sono solo poche cose che possono essere controllate qui e ora. Cerco solo di lavorare nel miglior modo possibile e confido in Dio”.

Mitch in effetti non ha mai nascosto la sua profonda fede cattolica, che gli ha permesso di reggere bene anche di fronte al duro impatto con il professionismo. “Ero intimidito da tutto. Ricordo di essere entrato per la prima volta negli spogliatoi non sapendo come avrei dovuto muovermi. Così applicai quello che io chiamo il codice Morse: parlare solo quando qualcuno ti  parla. Ero fuori dal mio elemento, ma da allora ho imparato che cosa aspettarmi, almeno fino a un certo punto, e soprattutto ho imparato a non dare nulla per scontato”.

“Ho sempre associato – racconta Mitch – il football e la fede. Al college, prima della partita, si andava a messa e poi c’era il pranzo di squadra. Per me non è mai stata solo una questione di sport: il background è sempre stato religioso. Ma anche nel Missouri, dove non stavo in una scuola cattolica, prima delle partite non mancava mai una preghiera. Fra i nostri dirigenti c’era un prete, padre Richard Rocha, che prima dell’ordinazione era stato un allenatore di football al college. Ogni fine settimana padre Richard celebrava la messa per giocatori, allenatori e dirigenti. Quel gruppo includeva Harrison Butker, oggi kicker dei Kansas City Chiefs, che andava a messa ogni giorno e, quando poteva, anche due volte nello stesso giorno”.

Circa la vicenda del fratellino Robbie, Mitch ricorda: “Ero molto piccolo, avevo solo quattro anni, ma ricordo il dramma. Robbie aveva quattro mesi quando una babysitter lo scosse in modo violento, procurandogli un ematoma al cervello, un problema serio, noto come sindrome del bambino scosso. Da allora Robbie ha notevoli problemi. È in grado di elaborare bene le informazioni, ma ha difficoltà con la comunicazione verbale e altre cose che la maggior parte di noi dà per scontate, quindi deve essere sotto costante supervisione. Ovviamente nessuno nella nostra famiglia avrebbe scelto volontariamente una cosa del genere, un dolore così grande, ma oggi possiamo dire che non è stata solo una tragedia: è stata anche una benedizione. Penso che i problemi di mio fratello mi abbiano reso più empatico e meno egocentrico. Ho preso l’abitudine di pensare a ciò di cui mio fratello potrebbe aver bisogno, e così ho sviluppato l’attenzione verso gli altri, verso i miei fratelli nel senso più ampio del termine. È spirito di servizio, e dà senso alla vita”.

Dopo il dramma di Robbie, spiega Mitch, il loro papà si convertì alla fede cattolica. Un esempio decisivo. “Vidi che, grazie all’aiuto del Signore, i miei genitori riuscirono ad accettare l’accaduto. Perdonarono la babysitter e si concentrarono su ciò che dovevano fare per andare avanti. Il danno era già stato fatto e non aveva senso restare prigionieri del risentimento. Quindi ne abbiamo tratto il meglio, e tutto ciò ci ha avvicinati ancora di più a Dio e agli altri. Se riesci a trarre il meglio da una situazione così, riesci a trarre il  meglio da tutto”.

La risposta dei suoi genitori al trauma del piccolo Robbie ha plasmato il modo in cui Mitch guarda alle persone e al mondo: “Cerco solo di trarre il meglio da come stanno le cose, anche quando non sono ideali. Quando vado a messa, resto spesso colpito dal fatto che la lettura del Vangelo e l’omelia sono dirette proprio a me. Mi riguardano da vicino e io posso prenderne spunto nella vita. Quando il sermone, invece, è noioso e poco coinvolgente, cerco lo stesso di trovare qualcosa che mi faccia bene. Uno spunto, anche se piccolo, c’è sempre”.

“Nel football – prosegue Mitch – mi comporto nello stesso modo. La preghiera è di vitale importanza. Quando tutto va bene, c’è sempre la tentazione di non pregare. In quei casi sembra che Dio non sia necessario. Le croci nella nostra vita arrivano per ricordarci che Dio, invece, deve essere sempre al primo posto: mediante le croci riceviamo la grazia di vedere che da soli, senza Dio, non stiamo bene. Abbiamo bisogno dell’aiuto divino per essere veramente in pace”.

“È indispensabile rivolgersi a Dio, in particolare per chiedergli la forza di fare la sua volontà. Ma la preghiera non è solo chiedere, è anche ringraziare e lodare Dio. A volte potrebbe sembrare più facile ringraziare o lodare un essere umano, ma solo Dio è degno di tutti i nostri ringraziamenti e tutta la nostra lod”.

Quando gli chiedono se ha un santo patrono, Mitch risponde: “Vengo da Austin, nel Texas, quindi mi piace St. Augustine of Canterbury, noto anche come St. Austin. Sono anche contento di avere lo stesso cognome di St. Henry Morse. Visse tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600. Era un protestante, ma si convertì al cattolicesimo e divenne sacerdote in un momento in cui ciò era illegale in Inghilterra. È uno dei tanti martiri cattolici inglesi. Un ideale di sacrificio che può esserci d’esempio sia nel lavoro sia a casa”.

A.M.V.

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Fonte: NCR

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