Sinodalità, ma perché?

Cari amici di Duc in altum, su radioromalibera.org è disponibile il mio nuovo intervento per la rubrica La trave e la pagliuzza. Si intitola Sinodalità, ma perché? e lo potete ascoltare qui.

Qui sotto invece trovate il testo scritto.

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Penso che “sinodo” e “sinodalità” siano tra le parole più truffaldine che la Chiesa, da decenni ormai, sta utilizzando nel quadro del sempre vagheggiato “rinnovamento”.

Chi pronuncia spesso la parola “sinodalità” ben raramente dice a che cosa dovrebbe condurre tutto questo “camminare insieme”. Ecco perché parlo di parola truffaldina. Perché è utilizzata come una cortina fumogena.

I due sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015 e il sinodo sui giovani del 2018 sono stati utilizzati più che altro per far passare alcune “innovazioni”: nel caso della famiglia la comunione ai divorziati risposati e nel caso dei giovani lo sdoganamento dell’omosessualità.  Che cosa è rimasto di tutte le altre migliaia e migliaia di parole spese durante questi sinodi? Nulla.

Ma “sinodalità” è truffaldina anche in un altro senso: perché lascia intendere che la Chiesa sia una sorta di democrazia assembleare, mentre non è così e non può essere così! Certamente un confronto di idee è sempre utile, ma c’è una grande differenza tra il confronto di idee e la pretesa di far entrare nella Chiesa l’idea di libertà così come la intende l’illuminismo!

Molti paladini della sinodalità ritengono che l’essere cristiano corrisponda a una sorta di attivismo, per cui non si deve aspettare che la Chiesa faccia cadere le sue direttive dall’alto, ma occorre organizzarsi in proprio. Così ecco l’idea che la Chiesa la facciamo noi, con il nostro “cammino” e che solo così la Chiesa possa essere sempre nuova, al passo con i tempi, e veramente “nostra”.

Come si può ben vedere, si tratta di una visione che applica alla Chiesa categorie ideologiche e politiche. E l’uso che si fa della parola “sinodalità” va spesso in questa direzione. Si dice: niente schemi prestabiliti, niente norme accettate a scatola chiusa, niente riti codificati. Perfino nella liturgia ciò che conta è lo spontaneismo, figlio della democrazia. La Chiesa è nostra, siamo tutti uguali e decidiamo noi!

Ma se guardiamo alla Scritture e alla legge divina non c’è nulla che giustifichi questa visione di stampo politico. Come ci ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica, la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica è tale in Cristo. L’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità non sono attributi che la Chiesa si conferisce da se stessa, ma “è Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere una, santa, cattolica e apostolica, ed è ancora lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche” (n. 811).

Consiglio di rileggere in proposito un testo di Joseph Ratzinger. Si tratta della trascrizione del discorso tenuto al Meeting di Rimini del 1990, quando l’allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, precisando appunto che la Chiesa non è una democrazia, disse fra l’altro: “Tutto quello che gli uomini fanno può anche essere annullato da altri. Tutto ciò che proviene da un gusto umano può non piacere ad altri. Tutto ciò che una maggioranza decide può venire abrogato da un’altra maggioranza. Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana. Essa è ridotta a livello di ciò che è fattibile e plausibile, di quanto è frutto della propria azione e delle proprie intuizioni ed opinioni. L’opinione comincia a sostituire la fede”.

Ecco il punto: l’opinione incomincia a sostituire la fede! È proprio ciò a cui stiamo assistendo con questo esagerato investimento sulla sinodalità. Investimento tutto strumentale, in vista di una desacralizzazione della Chiesa e di una sua riduzione a organismo politico di stampo democratico, come se l’assemblearismo, e non la volontà di Nostro Signore, fosse il valore supremo.

La sinodalità, o, per meglio dire, l’enfasi eccessiva posta sulla sinodalità è figlia di questa idea che la Chiesa sia fatta dagli uomini, ma così non si riforma la Chiesa e non si costruisce il suo futuro. Così si distrugge la Chiesa!

L’autentico camminare insieme, in senso cristiano, sta nel volgersi tutti insieme verso il volto di Gesù, nel contemplare il Volto Santo, non sta nel fatto di essere assemblea.

Ora sento già le obiezioni di chi non vuol capire e alle quali sono abituato: ma tu sei un autoritario, un vecchio nostalgico di epoche superate, nelle quali tutto era calato dall’alto e non c’era partecipazione! Ovviamente non è così. Non sono nostalgico di nulla se non della sana e retta dottrina che ha nutrito la fede di generazioni e generazioni di credenti. Quel che sostengo è che non si possono applicare alla Chiesa logiche umane, trasformando in imperativo teologico ciò che è solo contingente esigenza funzionale. Come diceva Ratzinger, la Chiesa non ha bisogno di attivisti, ma di “ammiratori”, in senso letterale: persone capaci di mirari, ovvero di meravigliarsi per il mistero divino che ci è dato di contemplare.

Strettamente connessa alla questione della sinodalità è quella dell’autorità. Il sinodo dei vescovi nasce nel 1965, a conclusione del Concilio Vaticano II, con la Apostolica sollicitudo di Paolo VI, che appunto istituisce il sinodo in quanto “consiglio permanente di Vescovi per la Chiesa universale”.

Ora, ritengo molto significative alcune espressioni utilizzate da papa Montini proprio all’inizio del documento. Mi riferisco ai passaggi nei quali il pontefice spiega di essere arrivato alla sua decisione “scrutando attentamente i segni dei tempi” e per “adattare le vie ed i metodi del sacro apostolato alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società”. Il riferimento all’adattamento ai tempi e alle nuove necessità lascia trasparire lo spirito con il quale il papa giunse all’idea del sinodo. Quando si ammette di dover “adattare” l’apostolato vuol dire che c’è una forma, se non vogliamo dire di asservimento, almeno di subordinazione e di soggezione della Chiesa nei confronti del mondo.

Dal punto di vista del successore di Pietro la Chiesa non dovrebbe adattarsi al mondo. Semmai, dovrebbe essere il mondo a conformarsi agli insegnamenti della Chiesa. Nel momento in cui, invece, il papa riconosce di doversi attrezzare per far fronte ai cambiamenti del mondo, è la stessa autorità papale che viene interpellata e messa in discussione.

Il sinodo e la sinodalità nascono così, con questo stigma della subordinazione al mondo. E Montini, che ne sia cosciente o meno, in quel settembre del 1965 non fa molto per nasconderlo. Quando infatti scrive che l’età, per quanto “aperta ai salutari soffi della grazia divina”, è “veramente turbinosa e piena di pericoli”, e proprio per questo egli avverte il bisogno di sperimentare qualche forma di “unione con i sacri Pastori”, ammette che l’autorità papale non si sente attrezzata per guidare la barca di Pietro nel mare in tempesta della modernità.

In questo contesto la sinodalità diventa la maschera che la Chiesa decide di mettersi sul volto con un duplice obiettivo: da un lato accreditarsi come organismo che, di pari passo con il sentire del mondo, dà sempre più importanza all’assemblearismo e, dall’altro, mostrare a se stessa di essere in grado di conciliare autorità e cambiamento. Ma, nei fatti, quella che la Chiesa incomincia a vivere è una profonda crisi epocale e la sinodalità, nonostante la retorica del dialogo, del confronto e dell’ascolto, non riuscirà a nasconderla né a mitigarla.

Lasciando da parte il rischio del conciliarismo (che pure esiste, ma meriterebbe una trattazione a parte), la Chiesa che enfatizza il “cammino sinodale” è una Chiesa che, come il mondo, non cerca più la verità, ma solo il pluralismo. Ora, che il mondo si comporti così è comprensibile, data l’esigenza di trovare forme di convivenza tra punti di vista diversi senza che si arrivi all’uso della forza. Ma la Chiesa, a differenza del mondo, ha il dovere non solo di proporre bensì di insegnare la Verità!

L’enfasi sulla sinodalità nasce dalla perdita di fiducia (di fede?) nella ricerca della Verità. La Chiesa sinodale è sotto molti aspetti la Chiesa dell’attivismo umano: una Chiesa che pone in cima a tutto il dialogo e il confronto perché non è più capace di percepire ciò che supera l’umano. In una parola, è una Chiesa che abolisce la trascendenza.

“Camminando, semplicemente cammina”: dice così, se non ricordo male, un maestro zen. Credo che questo tipo di filosofia orientale sia entrato ormai anche nel nostro pensiero di matrice cristiana. È un pensiero che non ha nulla a che fare con il cristianesimo. Il cristiano non cammina per camminare, né per uscire da sé o per calarsi nell’essenza delle cose. Il cristiano cammina, razionalmente, verso una meta. La nostra è la religione del Logos, non dell’annullamento, del nirvana.

Nel Vangelo troviamo una bellissima pagina con al centro il camminare. È l’episodio dei discepoli di Emmaus che camminano discutendo su quanto è successo nei giorni della passione e della morte di Gesù, quand’ecco che, “mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro”. Questa annotazione fa tutta la differenza tra un camminare che trova nel cammino stesso la ragione del suo essere e il camminare cristiano. Gesù è con noi e ci indica la meta!  “Ed egli disse loro: ‘Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”.  Il nostro camminare, in quanto cristiani, ha senso se camminiamo accanto al Signore e lo ascoltiamo.

Quel riferimento a Gesù che, partendo dai profeti, si rimette a spiegare tutto quanto è veramente stupendo. Abbiamo sempre bisogno di tornare alla scuola di Nostro Signore, ma per farlo dobbiamo essere umili e disponibili. Invece la Chiesa ai nostri giorni sembra spingerci a mettere davanti a tutto noi stessi, il nostro attivismo, il nostro “camminare”, non si sa verso dove e per quale motivo.

Certamente il cristiano deve camminare per le vie del mondo, ma, mentre cammina, ha il dovere di mostrare la bellezza e la verità della sua fede. Come direbbe Divo Barsotti, deve essere manifestazione di una presenza divina. Altrimenti si riduce a essere un povero vagabondo sperduto.

Come sarebbe bello se i nostri pastori, anziché tediarci con la vuota retorica del “camminare insieme”, ci mostrassero la via verso la santità attraverso l’esempio di coloro che quella via l’hanno già percorsa! Come sarebbe bello se i nostri pastori la smettessero di parlare come sindacalisti o sociologi e tornassero a insegnare la retta dottrina cattolica, per la salvezza delle nostre anime!

Dobbiamo pregare senza stancarci perché la Santa Madre Chiesa abbandoni la strada degli equivoci e dell’ambiguità e torni a essere maestra di Verità, perché i pastori abbandonino ogni tipo di presunzione e la smettano di inseguire il rinnovamento al posto della Parola del Signore e della legge divina.

Aldo Maria Valli

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