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L’arcivescovo di Lima: “Nessuno si converte con il tabernacolo”. Poi deve scusarsi, ma la toppa è peggio del buco

 

“Nessuno si converte con il tabernacolo”. Parola di arcivescovo. Nella fattispecie monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, di Lima, in Perù, che ha pronunciato queste parole durante l’assemblea sinodale della diocesi.

Quelli che fanno convertire, ha spiegato Mattasoglio, sono gli incontri con altre persone, sono i contatti umani, mentre è molto raro che si possa trovare Gesù in una situazione “di passività”, ovvero in preghiera davanti al Santissimo. “Nessuno è credente perché è arrivato presto una mattina in chiesa. Siamo tutti credenti perché qualcuno ci ha annunciato il Vangelo: nostra madre che ci ha fatto il segno della croce, la nonna, il padre, la zia, i compagni di classe nella scuola, la comunità cristiana o il gruppo di canto”.

“Ecco perché – ha detto ancora Mattasoglio – chi è in una prospettiva di soggetto credente autoreferenziale, cioè di persona umana credente ma che, diciamo, è guidata da certe norme e da un’interpretazione del dono di Dio come norma, finisce sempre in una situazione che non è mai messa in discussione da un riferimento”. Un soggetto del genere “non fa mai domande, ha sempre la verità, quindi non ascolta, non è attento alle situazioni. La sua è un’umiltà, potremmo dire, un po’ strana”.

Alcuni fedeli, sconcertati di fronte a questi ragionamenti, hanno espresso le loro perplessità e l’arcivescovo ha dovuto scusarsi, ribadendo però che la vocazione “non si trova nel tabernacolo, si trova nella vita”. Certamente, ha ammesso Mattasoglio, “è essenziale mantenere un livello di approfondimento e contemplazione del mistero del Signore fatto pane per noi, il mistero della transustanziazione come la chiamiamo più tecnicamente”, tuttavia, “papa Francesco ha detto qui a Trujillo che quando si ha una vocazione la si riceve sempre nella vita”.

La strana dicotomia introdotta da Mattasoglio tra il tabernacolo, che non sarebbe vita, e il rapporto interpersonale, che sarebbe invece vitale, induce a interrogarsi sulla spiritualità di taluni pastori.  Mattasoglio avrà mai sentito parlare del santo curato d’Ars, che trascorreva ore in ginocchio davanti al tabernacolo, dimora del Signore. E di padre Pio?

Cercando di giustificarsi, l’arcivescovo di Lima ha sostenuto che i cristiani a volte “cercano di raggiungere il soprannaturale dimenticando il naturale”, ma “Dio si rivela nella storia” e “non devi uscire dalla realtà per cercare il Signore”. Affermazioni che ovviamente hanno suscitato ulteriori perplessità. Adorare il santissimo equivarrebbe dunque a “uscire dalla realtà”?

Proprio mentre Mattasoglio (il quale durante il sinodo diocesano ha detto anche che “essere un soldato di Cristo è un’immagine obsoleta”, perché evoca “un modo di essere Chiesa come una crociata”) faceva queste riflessioni sul tabernacolo, negli Stati Uniti migliaia di giovani studenti universitari adoravano il Santissimo Sacramento  nel corso di un incontro giovanile organizzato dalla Catholic University Student Fraternity tenutosi a Phoenix, in Arizona.

Dopo aver ascoltato una meditazione dell’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Müller, e aver partecipato alla Santa Messa, novemila giovani hanno adorato in silenzio il Santissimo.

“Non possiamo sfuggire – ha detto il cardinale  Müller – al veleno mortale del serpente se diventiamo suoi amici; possiamo invece salvarci se manteniamo prudentemente le distanze e abbiamo l’antidoto pronto a portata di mano. E l’antidoto contro la secolarizzazione della Chiesa è la verità del Vangelo e la fede viva nel Figlio di Dio che mi ha amato e si è donato per me”.

“L’unico obiettivo che vale la pena cercare è il Signore Gesù Cristo”, ha detto in un’altra meditazione rivolta ai giovani l’arcivescovo di Philadelphia Charles Joseph Chaput.

A.M.V.

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