Di fronte alle irruzioni nelle chiese si sveglino i vescovi! Infranto il patto solenne tra Stato e Chiesa

Cari amici di Duc in altum, volentieri vi propongo questo contributo che ho ricevuto dal professor Pietro De Marco. Nell’articolo si torna sulla questione delle Sante Messe interrotte dalle forze dell’ordine, fatti che non saranno mai sufficientemente stigmatizzati. In proposito il blog ha già ospitato un articolo dell’avvocato Antonino Ennio Andronico.

A.M.V.

***

È noto che papa Francesco ha detto suggestivamente, pochi giorni fa: “[La] familiarità con il Signore, dei cristiani, è sempre comunitaria. Sì, è intima, è personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, una familiarità senza il Pane, una familiarità senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa. Può diventare una familiarità – diciamo – gnostica, una familiarità per me soltanto, staccata dal popolo di Dio. La familiarità degli apostoli con il Signore sempre era comunitaria, sempre era a tavola, segno della comunità. Sempre era con il Sacramento, con il Pane”.

Lo si è inteso come una seria riserva del papa alla prosecuzione indeterminata, nonché alla banalizzazione, dell’attuale blocco della vita liturgica pubblica negli spazi propri (le chiese). Bene. Naturalmente il linguaggio di Bergoglio resta, anche in questa occasione, il suo consueto. Egli si preoccupa del momento comunitario locale, quasi fosse anzitutto esso fons et culmen della Chiesa. La tavola, il pane, la com-pagnia; il resto è gnosi. L’istituzione, poi, è assente e con ciò anche il papa, cioè Francesco stesso, come papa non come buon parroco. Chi ha la cura ultima delle comunità cattoliche? Chi ha responsabilità vicaria del Corpo mistico? Sta al papa confirmare (cioè ovviare a) la fragilità dei vescovi, se e quando si dà, se questi non sostengono i fedeli. In lui si concentra infine la relazione ultima che legittima ogni sovranità, quella tra protezione e obbedienza.

Non è in questione – non per me – la necessaria disciplina di tutti nel contrasto al contagio. È in questione che da parte della Chiesa non si sia saputo far notare all’esecutivo, e magari al capo dello Stato, quanto fosse improprio che un ministero, infine, potesse esercitare sans façon un potere in casa d’altri (in munere alieno). Ora, vescovi e sacerdoti, cittadini italiani, hanno certamente due obbedienze. La potestà di ordine (sacro), ovvero la potestà sui sacramenti, ne ha una sola.  Ma sembra, tutt’oggi, mancare persino la voglia di preoccuparsene; non si vogliono “privilegi”.

È stato scritto da qualche parte che l’adeguamento delle diocesi alla decretazione (i diversi DPCM) era stato affrettato e inevitabilmente non ragionato. A mio avviso, in una situazione meno liquida dell’attuale – liquide le istituzioni, liquido il sentire pubblico – una possibile chiusura degli edifici sacri sarebbe stata trattata bilateralmente, tra Stato e Santa Sede, alla luce del Concordato vigente. Senza questo passaggio un atto governativo può profilarsi come un abuso, un vero e proprio vulnus. E lo si è sostenuto; raccomando si recuperino online la discussione avviata da Fabio Adernò e i materiali offerti dai siti www.olir o www.diresom che raccolgono le posizioni degli ecclesiasticisti accademici. Non è mai banale, per principio e tantomeno in regime concordatario, che un governo oggettivamente interrompa la pratica religiosa con la motivazione unilaterale di un’emergenza (che in sé potrebbe essere pretestuosa).

Lo stato di necessità sarebbe stato portato dal governo all’esame della parte ecclesiastica e, se riconosciuto (com’era ovvio che fosse), la Chiesa avrebbe trascritto il decreto governativo in un proprio atto regolativo. Non risulta che si sia fatto niente del genere. Qualcosa si è aggiustato, more solito.

Peccato. Solo un esempio. Entro un accordo quadro si sarebbero potuti ufficializzare dei sacerdoti “dedicati” che, accanto a medici e infermieri, prestassero il proprio ministero negli ospedali e nei cimiteri. Il vuoto di cura d’anime che, a parte l’oblazione di alcuni preti, ha accompagnato migliaia di morti negli epicentri dell’epidemia rischia di essere un altro passo verso l’invisibilità della Chiesa presso le persone comuni, che sono invece il non retorico obiettivo della pastorale. Un testo non ufficiale della Cei intitolato Brevi note della Segreteria generale, del 5 aprile scorso, smentisce, almeno per un periodo, l’impressione di una persistente passività istituzionale dei vescovi. Ne raccomando la lettura. Ma si tratta di materia grave, non di buone parole ma di sacramenti; e senza la Santa Sede i vescovi sono, di fronte allo Stato, un’istanza tra altre.

Al contrario, il diritto offre, accanto a vincoli e tutele, molte chances costruttive. Che né l’una né l’altra parte (ma, mancando l’avvertenza da parte dei poteri pubblici, era la Chiesa a dover prendere l’iniziativa) si siano mosse entro il quadro concordatario, indica bene i danni dell’assenza di cultura giuridica e nella Chiesa italiana di coscienza (non retorica) dei propri diritti.

Avviene così che in numerose occasioni, troppe per la verità, si sono compiute vere, e rozze, irruzioni (ora la polizia municipale, ora carabinieri, ora la protezione civile) nelle chiese dove si celebrava, senza rispetto per la celebrazione in corso, per il sacerdote, per i (pochi) fedeli, e non secondariamente per un patto solenne tra Stato e Chiesa cattolica che lo vieta. La documentazione è estesa e talora rabbiosa. In sé, l’ufficiale dei carabinieri che dice al parroco “Che vuole che ne sappia io della Consacrazione!” è in difetto; se un pubblico ufficiale interviene in questioni ecclesiastiche e in uno spazio peculiare (luogo di culto) deve sapere cosa fa. Si tenga nello scaffale un compendio pratico di diritto ecclesiastico.

Ma come pretenderlo, nello spappolamento democraticistico di funzioni e spazi, dove la gente, praticanti o meno, va e viene e il clero stesso si muove, in tutto, con stile casual (“pratico e disinvolto”, come dicono i lessici)? Si sveglino i vescovi, invece di subire o addirittura consentire, un po’ servilmente, agli abusi. E si renda conto papa Francesco che suo compito, quindi dovere, va oltre il message-massage dell’ordinaria informale omelia mattutina.

Pietro De Marco

 

I miei ultimi libri