Funerali e Messe / Ma la Cei vuole una Chiesa di Stato?

Cari amici di Duc in altum, siano ormai alla Chiesa di Stato, come in Cina? La domanda viene spontanea dopo che la Cei non solo ha accettato quanto “benevolmente” concesso dal governo circa la celebrazione dei funerali, ma ha interpellato il Comitato tecnico-scientifico, ormai assurto al ruolo di Ente Supremo di Controllo. Più realista del re, la Cei non ha voluto assumersi la responsabilità di decidere in proprio, come le compete in base al diritto canonico e al Concordato tra Chiesa e Stato.

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Alla Conferenza episcopale italiana (Cei) non è bastato quanto “benevolmente” concesso dall’art. 1, lettera (i) dell’ultimo decreto del presidente del Consiglio (DPCM, 26 aprile 2020), ossia la possibilità di celebrare almeno i funerali secondo il rito religioso, purché non vi partecipino più di quindici fedeli e mantengano il distanziamento profilattico interpersonale, come in ogni altra attività sociale. A norma di buon diritto civile, sarebbe stato sufficiente attenersi a quanto decretato dall’autorità governativa e procedere di conseguenza, organizzando l’attività liturgica in ossequio a questa disposizione, ma in legittima autonomia gestionale, come fa ogni azienda di questi tempi. Se le norme prevedono che si mantenga il distanziamento tra i clienti in un supermercato, è il direttore del medesimo che decide autonomamente dove mettere i banchi di vendita, come distribuire ai clienti, nel settore prodotti da forno, il pane porzionato in quantità da essi richiesta, o con che modalità far eseguire il pagamento alle casse prima di uscire. Non deve chiedere, e di fatto non chiede a nessuno (né al prefetto, né al questore o al sindaco, e neppure all’Azienda sanitaria locale) come organizzare l’attività di commercio al dettaglio: si attiene alle norme di legge e le applica con intelligenza e rigore, ma operandi scelte di cui lui è competente e responsabile. E basta.

No, non è stato così per i funerali e siamo quasi certi che non lo sarà neppure per la ripresa delle Messe festive e feriali. La Cei ha voluto essere più realista del re. Non ha voluto semplicemente obbedire allo Stato, ma farsi sostituire dallo Stato in un compito di organizzazione della liturgia all’interno di un luogo di culto, che è solamente di competenza della Chiesa, come riconosciuto dallo stesso Stato negli Accordi di Villa Madama (1984; il cosiddetto “Nuovo Concordato” tra Stato e Chiesa), che sono legge della Repubblica italiana. E così il segretario generale della Cei ha scritto al ministero degli Interni per avere istruzioni su come svolgere la liturgia funebre all’interno o all’esterno di una chiesa. E ha ricevuto una risposta saggia, di buon senso, equilibrata, da parte di un dirigente dello stesso ministero. Parrebbe di capire, da come scrive, che sia un credente, o almeno che frequenti la chiesa almeno qualche volta e che comprenda il significato e il valore dei riti cristiani. Una grazia, di questi tempi, trovare un funzionario statale così ben disposto. In questa risposta si delineano e precisano alcune indicazioni pratiche per la celebrazione del funerale, ma con la dovuta discrezione che lascia fare alla Chiesa ciò che è compito della Chiesa e non chiede ai parroci più di quanto viene chiesto al direttore di un supermercato, a un giornalaio o al conducente di un autobus. E si poteva chiudere qui la vicenda delle esequie finalmente concesse.

Niente affatto. Non paga neanche di questo, la Cei ha voluto interpellare ulteriormente un organismo temporaneo (e solo di consulenza, non esecutivo) del governo, il Comitato tecnico-scientifico per l’emergenza Covid-19. Ma come, si chiedono i sacerdoti e i fedeli più attenti, il ministero degli Interni non è forse un organo esecutivo del governo a pieno titolo, che ha competenza e autorità per diramare direttive di ordine pubblico a prefetti, questori, sindaci e aziende pubbliche e private, e questi si attengono a esse senza dover richiedere ulteriori indicazioni a chicchessia? Evidentemente tutto ciò non è chiaro alla Cei o, pur essendo chiaro, essa persegue una logica oscura agli occhi di sacerdoti e fedeli. In questo secondo e più probabile caso, gli scenari sono due. O la Cei ha ritenuto che quanto precisato dal ministero degli Interni non fosse conforme alle esigenze liturgiche della celebrazione funebre e ha voluto cercare una strada per ottenere maggiori concessioni (cosa improbabile, perché è noto anche alla Cei che è proprio il Comitato tecnico-scientifico del governo ad aver condizionato pesantemente il presidente del Consiglio nel negare la ripresa delle Messe anche in “Fase 2”, come da lui stesso pubblicamente ammesso), oppure la Chiesa italiana non ha voluto assumersi la responsabilità di decidere in proprio, come le compete ai sensi del diritto canonico e del Concordato, le nuove modalità di svolgimento della liturgia delle esequie, nel rispetto delle norme profilattiche valevoli per tutti (e dunque anche per la Chiesa) su tutto il territorio nazionale.

Fatto sta che dalle prescrizioni del Comitato tecnico-scientifico sono uscite delle norme liturgiche e cerimoniali per il funerale che il segretario generale della Cei si è affrettato a trascrivere in una direttiva inviata a tutti i vescovi diocesani italiani. Essa contiene, come ben sappiamo, vincoli (per esempio, circa lo spostamento dei fedeli durante il rito) e operazioni (come quella del controllo della temperatura corporea dei quindici fedeli che desiderano entrare in chiesa) che non sono richieste a nessun altro soggetto esercente attività pubblica, come un supermercato, una banca, un tabaccaio e neppure per la sala d’attesa di un ambulatorio medico. Non c’è che dire: la Cei ha avuto quello che ha chiesto senza se e senza ma. Come dicono i nostri contadini, si è tirata la zappa sui piedi. O, più precisamente, l’ha tirata sui piedi dei parroci e dei fedeli.

Che cosa succederà da lunedì, quando potranno di nuovo celebrarsi le esequie nelle (o fuori) le chiese? E cosa accadrà quando si giungerà, nelle prossime settimane oppure a giugno, alla ripresa delle Messe domenicali e settimanali? Se tanto mi dà tanto, è ormai prossimo l’avvento di una “liturgia di Stato” e di “chiese militarizzate”. Non certo per un golpe di un regime autoritario (almeno per ora, in Italia non siamo a questo), ma per una abdicazione volontaria della Chiesa al proprio diritto nativo (che è diritto di origine divina) e a quello positivo, sancito dal Concordato tuttora in vigore. Non solo e non tanto, ma anche da una deplorevole mancata assunzione di responsabilità verso Dio e verso i fedeli per quanto concerne il suo dovere di disciplinare la liturgia e l’amministrazione dei sacramenti in conformità alla loro intrinseca dignità e al bene delle anime.

A questo punto (e non avremmo mai dovuto arrivarci), possiamo almeno esigere, come minimo dei minimi per la libertas Ecclesiae, che i controlli sul numero degli accessi in chiesa, la temperatura corporea dei fedeli, le mascherine, l’autocertificazione per poter uscire di casa e tutto il resto che Comitato tecnico-scientifico ha imposto alla Cei avvenga esclusivamente all’esterno degli ingressi delle chiese e non all’interno di esse? E che la disposizione dei fedeli sulle panche o sulle sedie (secondo il corretto distanziamento) e le modalità di distribuzione della Comunione siano disciplinate da un servizio d’ordine (o servizio liturgico) organizzato e gestito dalla Chiesa stessa, secondo il proprio diritto, e non dai funzionari pubblici? E, infine (ma non meno importante), che le forze di polizia e le forze armate in servizio sul territorio non entrino in chiesa durante le celebrazioni per controllare l’applicazione delle disposizioni profilattiche, ma vigilino solamente all’esterno ed elevino eventuali contestazioni al sacerdote in privato, a celebrazione conclusa? Tutto questo è previsto dall’art. 5 degli Accordi di Villa Madama, recepiti nella legislazione italiana.

Avranno i nostri vescovi la libertà e il coraggio di chiedere con forza che la Segreteria di Stato, la Nunziatura in Italia e la Cei ottengano garanzie precise e inalienabili (almeno quanto le disposizioni imposte dal Comitato tecnico-scientifico) che non si vedano poliziotti o carabinieri (non importa se in divisa o in borghese) girare dentro le chiese durante le celebrazioni e dare ordini ai sacerdoti e ai fedeli? Il vulnus che ne deriverebbe alla dignità del culto divino e alla libertà della Chiesa sarebbe senza precedenti in una democrazia europea.

A.M.V.

 

 

 

 

 

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