Giù Cristoforo Colombo, su Marsha P. Johnson. Una storia americana

Negli Stati Uniti, a Elizabeth (New Jersey) al posto del monumento a Cristoforo Colombo sarà eretta una statua dedicata a Marsha P. Johnson. E chi è Marsha P. Johnson? È “un’icona transgender”.

La petizione online per buttare giù Cristoforo Colombo e mettere al suo posto l’icona transgender è stata sottoscritta da 166 mila persone. La statua sorgerà vicino al municipio della città, dove Marsha P. Johnson nacque. Secondo i promotori dell’iniziativa, Colombo “non è una figura da celebrare”, mentre lo è l’icona transgender. È la prima volta, a quanto pare, che un monumento viene innalzato per onorare un transgender e anche la prima volta che “i diritti Lgbtq vengono incisi nella pietra dallo Stato americano”.

Marsha P. Johnson però è già stata celebrata. Infatti, il 24 agosto di quest’anno, in occasione di quello che sarebbe stato il suo settantacinquesimo compleanno, il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo le ha dedicato un parco a Brooklyn, iI Marsha P. Johnson State Park, che prima si chiamava East River State Park: “Sono fiero di fare questo annuncio – ha detto Cuomo – perché New York è in debito con lei”.

Johnson, morta nel 1992 a quarantasei anni in circostanze poco chiare, nacque come Malcolm Michaels Jr. e già a cinque anni incominciò a indossare abiti femminili.  Più tardi scelse come nome Black Marsha, ma in seguito optò per Marsha P. Johnson, dove P. sta per pay it no mind (non pensarci), la risposta che dava quando le chiedevano se fosse uomo o donna, mentre Johnson era il nome di un ristorante.

In un’epoca in cui non si usava il termine transgender, Malcom-Marsha si definiva gay e drag queen, e come tale si esibiva nei locali. Prese parte ai moti di Stonewall, una serie di violenti scontri avvenuti nel 1969 fra gruppi di omosessuali e la polizia a New York. Entrò poi nel Gay Liberation Front e fondò l’organizzazione Street Transvestite Action Revolutionaries, inizialmente chiamata Street Transvestites Actual Revolutionaries, dando vita a numerose manifestazioni. Malcom-Marsha fu però bandita nel 1973 dal gay pride perché il comitato gay e lesbiche che stava organizzando l’evento disse che non avrebbe ammesso le drag queen.

Altre imprese di Malcom-Marsha furono un nuovo scontro con la polizia, l’accusa di aver colpito gli agenti, l’arresto per prostituzione e l’apertura di un rifugio per giovani gay e transessuali.

Gli arresti furono numerosi, circa cento, specie per prostituzione. Una prima crisi mentale arrivò nel 1970. La doppia identità fu definita l’effetto di una personalità schizofrenica. Il corpo di Malcom-Marsha fu rinvenuto nel fiume Hudson nel 1992, poco dopo il gay pride. Suicidio, disse la polizia, ma nel novembre 2012 un’attivista Lgbt ha fatto riaprire il caso dal dipartimento di polizia di New York per classificarlo come possibile omicidio.

“Dovremmo commemorare Marsha P. Johnson per le cose incredibili che ha fatto nella sua vita e per l’ispirazione che è stata ed è per i membri della comunità Lgbtq+ in tutto il mondo, in particolare per le donne trans nere” si legge nella petizione che ha chiesto di onorare Malcom-Marsha con una statua al posto di quella di Colombo.

“Questo è un momento davvero eccezionale per esaminare perché l’America celebra un passato pieno di colonizzatori, assassini e persone che hanno oppresso altre persone per decenni», dice Steven G. Fullwood, co-fondatore del Nomadic Archivists Project, un archivio che conserva e gestisce storie relative alle comunità afroamericane. “Ora abbiamo l’opportunità di resettare e ripensare la libertà in questo Paese”. Secondo Fullwood, Malcom-Marsha, che ai suoi tempi fu emarginato dallo stesso movimento gay, “rappresentava una visione radicale di ciò che ora, cinquant’anni dopo, diamo per scontato”.

Di fronte a questa storia americana, mi tornano alla mente le parole scritte da Johan Huizinga in La crisi della civiltà: “Se si vuole che questa civiltà si salvi, che non decada a secoli di barbarie, ma anzi, salvando i supremi valori che sono il suo retaggio, trovi la via per giungere a nuova saldezza, è necessario che gli uomini d’oggi si rendano esatto conto di quanto sia già progredita la dissoluzione che li minaccia”.

A.M.V.

***

Cari amici di Duc in altum, vi ricordo i miei ultimi libri

Aldo Maria Valli, Ai tempi di Gesù non c’era il registratore. Uomini giusti ai posti giusti (Chorabooks, 2020)

Aldo Maria Valli, Aurelio Porfiri, Decadenza. Le parole d’ordine della Chiesa postconciliare (Chorabooks, 2020)

Aldo Maria Valli, Non avrai altro Dio. Riflettendo sulla dichiarazione di Abu Dhabi, con contributi di Nicola Bux e Alfredo Maria Morselli (Chorabooks, 2020)

Aldo Maria Valli, Gli strani casi. Storie sorprendenti e inaspettate di fede vissuta (Fede & Cultura, 2020)

Aldo Maria Valli, Le due Chiese. Il sinodo sull’Amazzonia e i cattolici in conflitto (Chorabooks, 2020) 

Aldo Maria Valli (a cura di), Non abbandonarci alla tentazione? Riflessioni sulla nuova traduzione del “Padre nostro”, con contributi di Nicola Bux, Silvio Brachetta, Giulio Meiattini, Alberto Strumia (Chorabooks, 2020)

***

Sei un lettore di Duc in altum? Ti piace questo blog? Pensi che sia utile? Se vuoi sostenerlo, puoi fare una donazione utilizzando questo IBAN:

IT65V0200805261000400192457

BIC/SWIFT  UNCRITM1B80

Beneficiario: Aldo Maria Valli

Causale: donazione volontaria per blog Duc in altum

Grazie!

***

I contributi che appaiono nel blog sono disponibili anche su Telegram.

Potete cercarmi digitando il mio nome, Aldo Maria Valli, oppure cliccate sul link https://t.me/aldomariavalli e poi scegliete: unisciti al canale. 

I miei ultimi libri