Il coronavirus, la morte, la felicità. E l’invidia

Cari amici di Duc in altum, vi propongo il mio più recente intervento per la rubrica La trave e la pagliuzza in Radio Roma Libera.

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Tra le molte analisi su quanto sta succedendo a causa del coronavirus ne ho trovata una che mi è sembrata singolare e stimolante. È di Paolo Azzone, psichiatra, psicoterapeuta e psicoanalista.

L’analisi si occupa del nostro rapporto con la malattia e la morte e termina con una interpretazione sul perché in questa crisi ci sia stata una sorta di persecuzione nei confronti di alcune categorie di persone.

Partiamo con il primo aspetto. “Per millenni – argomenta lo specialista – l’umanità è stata del tutto impotente di fronte alle malattie infettive. Peste, colera, febbre gialla, malaria e tubercolosi hanno mietuto nei secoli milioni di vittime. Dopo la Seconda guerra mondiale la salute pubblica ha conosciuto un’epoca d’oro senza precedenti. Con lo sviluppo degli antibiotici, la letalità della maggior parte delle malattie batteriche è stata drasticamente ridimensionata. I vaccini hanno neutralizzato quasi completamente le minacce delle malattie virali. I farmaci antivirali hanno dimostrato di poter tenere sotto controllo lo spettro dell’Aids. Per un attimo l’umanità ha intravisto la possibilità di poter completamente risolvere il problema delle malattie infettive come significativa causa di mortalità nelle popolazioni umane immunocompetenti. Il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita non è sembrato però sanare le angosce ipocondriache. Anzi, negli ultimi anni il terrore della malattia e della morte ha raggiunto una rilevanza sociale sconosciuta ai nostri progenitori. Il trattamento di malattie banali (come le malattie esantematiche dell’infanzia) o molto rare è divenuto oggetto di dibattiti feroci. Quattro casi di meningite solo pochi mesi fa hanno scatenato una vera isteria collettiva, con code agli uffici di vaccinazione”.

L’esperienza comune a tutti noi può confermare quanto illustra lo psichiatra. Forme di ansia e angoscia causate da un’apprensione costante ed esagerata per la propria salute e quella dei nostri cari sono sempre più diffuse ed evidenti. La tendenza ossessiva a sopravvalutare i minimi disturbi può rendere la vita molto difficile per il soggetto che ne è colpito e per le persone che gli stanno attorno.

Al fondo c’è un equivoco circa la morte. Scrive ancora lo specialista: “La nostra comunità ha inseguito con esasperata determinazione il sogno di una longevità garantita. Si è affermata la convinzione che la morte sia un evento che riguarda solo la terza età. Oggi i media presentano abitualmente ogni decesso come espressione di un’imprudenza, una colpa, un disservizio da attribuire ora ai medici, ora agli amministratori, ora ad alcuni gruppi sociali arretrati e oscurantisti. La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno”.

Dal senso di impotenza alla collera il passo è breve e quasi obbligato, come si vede sui social. E dalla collera si passa altrettanto facilmente alla ricerca del colpevole.

Si tratta, scrive lo psichiatra, di “meccanismi proiettivi molto noti a chi si occupa di gruppi, comunità e istituzioni. Leggendo I promessi sposi di Alessandro Manzoni abbiamo imparato che la caccia all’untore è una pratica gradita alle masse terrorizzate e ampiamente promossa dai governi autoritari. La gogna mediatica punta il dito in direzioni precise. Dimostra un peculiare intuito nel selezionare i nemici del popolo”.

Ebbene, nella crisi del coronavirus quali sono state le categorie dipinte come “nemiche” e da colpire con più decisione?

Lo psichiatra osserva che i social media, la stampa e la politica hanno mostrato allergia, se non vero e proprio odio, soprattutto verso i runner (che in solitudine e senza far male a nessuno desideravano mantenere la loro abitudine di correre serenamente all’aperto), verso i bambini (costretti a stare rinchiusi in casa per settimane con evidente sofferenza), verso le coppie (costrette a incontrarsi clandestinamente, magari nei pressi di un supermercato) e verso i fedeli cattolici.

Come si può notare, si tratta di categorie estremamente diverse tra loro, eppure qualcosa le accomuna: la ricerca della felicità. Il runner, il bambino, la coppia che si ama e il fedele cattolico, osserva lo psichiatra, rimandano tutti, sia pure in modi molto diversi, a un’esperienza di godimento, di pienezza, di soddisfazione. Sono persone che ci parlano di felicità. E per questo sono state colpite. Ma perché?

Risponde lo psichiatra: per invidia.

“Melanie Klein (Vienna, 1882 – Londra, 1960. Psicoanalista nota per i suoi lavori pionieristici nel campo della psicoanalisi infantile, ndr) e i suoi allievi ci hanno insegnato che l’invidia rappresenta una straordinaria forza motivazionale a livello individuale e sociale. Sigmund Freud ha scoperto che nulla genera una gelosia più intensa di un uomo e di una donna uniti dall’amore e capaci di generare una discendenza”.

Le cose starebbero dunque così: siccome la percezione generale, magari non espressa ma intimamente radicata nelle persone e nella cultura, è che non si possa essere veramente felici e che il senso di appagamento e di pienezza siano soltanto illusioni, ecco che chi osa, nonostante tutto, essere felice, e mostrarlo, va colpito.

È il trionfo, appunto, dell’invidia, scaturita da un profondo senso di disperazione e alimentata da una sostanziale solitudine.

Non ho competenze in campo psichiatrico, ma trovo stimolante questa prospettiva di indagine. A dispetto di tutto il parlare che si fa sulla qualità della vita, allignano in noi una disperazione, una solitudine e, di conseguenza, un odio per noi stessi che non esitano ad accanirsi, per invidia, contro le autentiche espressioni di felicità e le loro fonti.

Amara è la conclusione dello psichiatra. Il virus forse un giorno se ne andrà e diventerà solo un triste ricordo. Ma il “collasso sociale”, figlio della disperazione e della solitudine, resterà con noi.

Aldo Maria Valli

Fonte: stateofmind.it 

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