Auguri don Filippo!

Oggi, 26 settembre, don Filippo compie ottant’anni. E non ci posso credere. Perché quando penso a don Filippo lo vedo sempre giovane, mentre gioca a pallone (la talare svolazzante) nel cortile dell’oratorio San Carlo o celebra la Messa dopo una delle gite in montagna, o confessa noi bimbetti nella chiesa di San Vittore.

Don Filippo è stato (per me è tuttora) il mio, il nostro prete dell’oratorio. Rho, a due passi da Milano. Anni Sessanta del secolo scorso. Televisione in bianco e nero. Scuola in bianco e nero: maschi da una parte (grembiule nero) e femmine dall’altra (grembiule bianco). Si gioca con le figurine dei calciatori. Il sogno, avere una bici col cambio. Al prete non si dà del tu. Lo si saluta dicendo “Sia lodato Gesù Cristo” e lui risponde “Sempre sia lodato”.

All’oratorio San Carlo siamo tantissimi: i figli del boom. E don Filippo è il nostro condottiero. Quando ci chiede se siamo d’accordo con lui ci lascia due alternative: “Sì o sì?”. E giù a ridere. A volte parla in dialetto e fa le battute, ma quando si tratta della Messa e dei sacramenti niente scherzi. Ci convoca nel confessionale che sa di cera per il legno e ci mette in mano un foglietto per l’esame di coscienza. Vietato fiatare. Ci prende sul serio. Siamo piccoli uomini.

All’oratorio c’è un bar dove per poche lire compriamo beviamo la “spuma”, dolcissima, gasatissima e coloratissima. C’è un campo di calcio stupendo, in erba, dove gioca la Victor. E c’è il nostro campetto: terra battuta, tanti sassi, ma due porte vere. Il teatro dei sogni.

Sul campetto polveroso si disputa il torneo per le scuole elementari. Si gioca sette contro sette. Una squadra per ogni classe. Le squadre hanno i nomi delle rispettive maestre o maestri, quindi noi siamo la “Reggiani”. Abbiamo magliette rosse comperate con l’autotassazione. Io sono il terzino sinistro: ho il mito di Facchetti. Vinciamo sia il torneo di quarta elementare sia quello di quinta. Portiamo in classe la coppa che don Filippo ci ha consegnato, la regaliamo alla signora maestra e lei ci dà una carezza, ma poi si torna subito a riassunti e tabelline: mica si può perdere tempo in smancerie.

Dunque, don Filippo compie ottant’anni. E mi ha scritto. Dice: “Sono don Filippo, il tuo prete dell’oratorio, e non ti ho mai dimenticato”. Neanch’io, don Filippo, glielo assicuro! Aggiunge: “Il mio spirito è ancora quello di una volta, quando ci divertivamo sui campi dell’oratorio San Carlo e partecipavamo ai vari momenti formativi, mettendo alla prova la paziente e generosa collaborazione dei nostri educatori”.

Eccome, se la mettevamo alla prova, caro don Filippo. Ricordo quella povera, giovane signora che ci faceva catechismo. Le lezioni erano prima delle partite di calcio e noi della squadra, scalpitanti, non pensavamo ad altro e si può immaginare quanta fosse la nostra attenzione per ciò che la poveretta cercava di insegnarci!

Nella lettera, dopo aver ricordato le tappe del suo ministero (ventitré anni all’oratorio, due in una parrocchia, ventisette in un’altra), don Filippo propone una frase di Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano e poi papa Paolo VI: “Il Sacerdozio o è vissuto ad alta temperatura, ed è una bellissima cosa, ed è una grande cosa che riempie di gioia coloro che lo vivono, oppure è vissuto a una temperatura calante e tiepida, ed è una pesantissima cosa!”.

Beh, caro don Filippo, mi sembra che nel suo caso non ci siano proprio dubbi: lei il sacerdozio (sebbene di questi tempi di Covid usare certe espressioni può suonare male) l’ha vissuto a temperatura altissima, ma il bello è che quel fuoco è riuscito a trasmetterlo a tanti.

Scrive ancora don Filippo: “Porto sempre la mia talare, senza vergognoso imbarazzo e come gioiosa testimonianza della mia consacrazione al Signore!”. E me la ricordo bene, quella talare! Quando ci sfidava a calcio, caro don Filippo, il pallone spariva sotto la tonaca e per noi erano dolori. Ma quanto era rassicurante scorgere quella tonaca. Era come un faro: ecco lì il prete, il nostro prete.

Nella lettera che mi ha inviato, don Filippo propone diverse citazioni, una più bella e significativa dell’altra. Sentite questa, di Gilbert Cesbron: “Non c’è orgoglio nel voler essere santi: è solo l’istinto di conservazione dell’anima”.

Alla scuola di don Filippo siamo cresciuti così. E adesso che lui scrive che a ottant’anni suonati ha ancora una grande voglia di continuare a farsi santo, per la salvezza delle anime, io sento di poter dire: ecco, questa è la mia fede, qui c’è tutto ciò che conta. E ringrazio il buon Dio che ha messo sul mio cammino un prete così.

Don Filippo cita anche il cardinale Giulio Bevilacqua, che diceva: “Non si può inguantare il Vangelo! Del resto, non ci riuscirebbe nessuno! Il Vangelo ha unghie tali che finiscono nel bucare i guanti!”. Pienamente d’accordo, ma vallo a dire a quelli che oggi, per piacere al mondo, grondano misericordia da tutti gli artigli!

Don Filippo conclude: “Che tu, Aldo Maria, possa perseverare nella vocazione al bene con tutta la tua famiglia e con quella forza d’animo che non si lascia intimorire da coloro che la pensano diversamente”.

Grazie, don Filippo, ci proverò! Grazie per il tempo che ci ha dedicato, per la fede che ha alimentato e trasmesso, per l’amore alla Chiesa e alla liturgia, per il bene che ha voluto a noi, i suoi ragazzi. Lei davvero si è preso cura delle nostre anime e so che anche adesso, nel silenzio, continua a farlo.  Riceva il mio abbraccio, in unione di preghiera, e mi benedica.

Aldo Maria

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