La mia intervista a “La Verità” sugli scandali vaticani (e intanto Pell rientra dall’Australia)

Cari amici di Duc in altum, vi propongo l’intervista che mi è stata fatta da Alessandro Rico per il quotidiano La Verità. Intanto (vedi notizia sotto) il cardinale Pell torna in Vaticano…

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Il vaticanista Aldo Maria Valli ci scherza su: «Alla luce del caso Becciu, il Papa valuti l’ipotesi di circondarsi di cardinali e monsignori figli unici…».

Allude ai fratelli di monsignor Angelo Becciu?

«Quando uscirà l’enciclica Fratelli tutti, qualcuno potrebbe pensare male…».

Dunque, è vero che l’obolo di San Pietro è stato usato per l’acquisto dell’immobile a Londra e che i soldi della Caritas sono finiti alla coop del fratello di Becciu?

«Non ho in mano le carte e non posso giudicare. Il problema è capire perché questi scandali scoppiano sempre più spesso».

Che idea s’è fatto?

«Le finanze vaticane sono senza pace da decenni. Penso al licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi, che voleva fare pulizia, dallo Ior. O, risalendo fino agli anni Settanta, al coinvolgimento di monsignor Paul Marcinkus nel crac del Banco Ambrosiano e in altre vicende oscure».

Qual è la causa?

«Nelle casse del Vaticano confluiscono da tutto il mondo somme enormi. Ma le amministrazioni e i centri di spesa sono tanti e differenziati».

Quindi?

«Molti hanno fatto in modo di non dover rendere conto a nessuno. Ne sa qualcosa il cardinale George Pell».

Il quale, ostacolato dal segretario di Stato, Pietro Parolin, e dallo stesso Becciu, voleva centralizzare le finanze della Santa Sede.

«Nel 2014 fu nominato prefetto della nuova Segreteria per l’economia, proprio per centralizzare e controllare le amministrazioni».

Obiettivo fallito?

«Io andai in Vaticano per vedere come lavorava la Segreteria».

Cosa scoprì?

«Un collaboratore di Pell mi raccontò della fatica che facevano, con scarsi risultati, nel farsi dare i conti dalle amministrazioni vaticane».

Non consegnavano le carte?

«Questi conti, spesso, nemmeno esistevano. O erano stilati in modo approssimativo, magari per celare operazioni opache. Era una situazione di anarchia».

Che non fu sanata.

«Sappiamo come finì Pell».

Travolto dal processo per abusi in Australia, in cui alla fine è stato assolto. Allora, la regia dello scandalo fu vaticana?

«Non lo penso. Ma sicuramente vennero stappate bottiglie di spumante, in Vaticano, per la brutta fine di Pell…».

La «fine» di Pell, però, non è stata un caso isolato, giusto?

«Niente affatto. Pensi a Gotti Tedeschi, che era stato messo allo Ior per gli stessi motivi di Pell».

E Libero Milone, il revisore dei conti, poi licenziato?

«Idem. E non dimentichi Carlo Maria Viganò: dal 2009 al 2011 fu segretario generale del Governatorato. Tentò di razionalizzare le spese, di stroncare il clientelismo. Parlò con il Papa di sperperi di denaro, fenomeni di corruzione e operazioni finanziarie o appalti opachi».

Ad esempio?

«Il presepe di Piazza San Pietro del 2008, costato qualcosa come 550.000 euro».

A cosa portarono le indagini di monsignor Viganò?

«Fu allontanato: trasferito negli Usa come nunzio. Il problema, alla fine, è sempre quello».

Ovvero?

«Chi lavora per la trasparenza viene estromesso, mentre le amministrazioni vaticane vogliono restare svincolate da ogni controllo. Inclusa la Segreteria di Stato».

Ma papa Francesco vuole davvero fare pulizia?

«La narrativa dominante è quella del povero Papa solo, tradito dai collaboratori».

Le cose non stanno così?

«Il Papa non è stato eletto ieri. Ormai, tutti i principali incarichi nella curia romana sono coperti da persone scelte da lui. Eppure…».

Eppure?

«Tutto verte intorno ad accuse che nascono spesso da carte uscite sulla stampa, con l’interessato che si difende… E alla fine non succede nulla».

In che senso?

«Non c’è un vero processo. Ci sono provvedimenti repentini del Papa, che di tanto in tanto fa saltare qualche testa».

Lo stesso Becciu si è lamentato di questa sorta di giustizialismo.

«Esatto. Ma come si può pensare di amministrare il Vaticano in questo modo? Io comincio a pensare che il problema stia proprio a Santa Marta, forse nelle caratteristiche psicologiche di questo Pontefice».

Cosa intende?

«Si racconta che Francesco passi rapidamente dall’entusiasmo per una persona alla condanna, e che in questi passaggi si lasci influenzare facilmente».

Ad esempio?

«Un prelato liquidato così: “Mi dicono che lei sia diventato mio nemico”. Si tagliano teste in base ai “mi dicono”? Qualcuno ha parlato di clima da junta sudamericana».

Condivide?

«Non siamo lontani dal vero. Ci troviamo spesso di fronte a provvedimenti soggettivi, dettati dalle circostanze, presi in base a chi vince la guerra tra bande. È molto triste, soprattutto per noi credenti».

Da dove dovrebbe partire la pulizia delle finanze vaticane?

«Dall’indagine affidata a tre cardinali – Julián Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi – da Benedetto XVI».

A quando risale?

«Iniziò dopo il Vatileaks. I tre lavorarono bene. Ricorda la foto dei due Papi a Castel Gandolfo?».

Benedetto e Francesco?

«Sì, con lo scatolone consegnato da Benedetto a Francesco, quasi un passaggio di consegne».

Ebbene?

«Di quel rapporto non si parla più. Quali sono stati i risultati? Chi era implicato? Se serve più trasparenza, questo rapporto dovrebbe saltare fuori».

L’obolo di San Pietro dovrebbe servire a finanziare la carità del Papa. Ma investirlo non può servire ad accrescerne la dotazione?

«Il denaro per le attività caritative deve essere utilizzato solo per quelle. Le altre somme possono essere certamente investite, il Vaticano lo fa dall’Unità d’Italia, quando la Santa Sede si è trovata senza risorse di altro tipo e poi, dopo i Patti lateranensi del 1929, con le somme ricevute in risarcimento di espropri e beni confiscati».

In fondo, una Chiesa «povera» rischia di essere anche una Chiesa senza mezzi per la carità.

«Quella della Chiesa “povera per i poveri” è una retorica assurda. Per evangelizzare, la Chiesa ha bisogno di risorse. Ma deve trovarle in modo onesto e trasparente…».

Nella vicenda dell’immobile di Londra, colpisce la facilità con cui gli investitori ecclesiastici sono stati avvicinati da speculatori inaffidabili. Come mai?

«Anche questa è una costante. La mancanza di trasparenza e la sensazione di essere svincolati da ogni regola attirano i disonesti».

Lo scandalo londinese parte dal fallito investimento nel fondo petrolifero angolano.

«Esattamente».

Lei ha scritto che monsignor Becciu, da nunzio apostolico in Angola, intratteneva «frequentazioni e amicizie quanto meno sospette». A cosa si riferiva?

«A una fonte vaticana che mi ha riferito che, nel periodo angolano, Becciu venne a contatto con italiani che, da quelle parti, non si comportavano in modo molto corretto…».

A Roma sapevano?

«Ci fu una richiesta per far rientrare Becciu in Italia. E che lui abbia pensato di investire nel petrolio, conferma che fosse coinvolto in vicende strane».

Francesco sarebbe furioso per il presunto dossieraggio di Becciu ai danni di uomini a lui vicini, come monsignor Gustavo Zanchetta, accusato in Argentina di abusi sui seminaristi. A giugno, è stato avvistato in Vaticano…

«Sì, pare si trovi lì».

Dal sinodo sugli abusi è emersa una volontà punitiva, di nuovo, quasi giustizialista, ma Zanchetta, accusato di abusi, continua a ricoprire l’incarico di assessore all’Apsa?

«Ha ragione. C’è una totale mancanza di trasparenza e di rigore. Tutto è affidato agli umori del Papa: si può essere protetti, o cadere in disgrazia, o finire nelle mani della giustizia esterna».

L’effetto degli scandali, sull’opinione pubblica, quale sarà?

«Vedo un grande calo di fiducia nelle gerarchie. E questo calo di fiducia si sta trasformando in un calo di donazioni».

Avremo finalmente la Chiesa “povera per i poveri”…

«In effetti, si può iniziare ad avanzare un sospetto».

Quale?

«Un Papa che ha destrutturato tutto, inclusa la sua figura, non vorrà per caso destrutturare anche il governo centrale della Chiesa per toglierle risorse?».

A che pro?

«Per rendere la Chiesa sempre più annacquata, mescolata al mondo, priva d’identità, sempre più simile a una grande Ong».

Domani il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, doveva visitare Francesco. Ma il Papa ha detto no.

«Speravo che Pompeo e l’amministrazione Trump riuscissero a far rinsavire il Papa, che ha scelto una linea incomprensibile di cedimento al regime comunista di Pechino».

Il Papa deve rinsavire?

«Le relazioni dalla Cina parlano di un peggioramento delle condizioni dei cattolici da quanto è stato firmato l’accordo con il regime».

Che è tuttora segreto.

«Anche per chi dovrebbe conoscerlo, come il povero cardinale Joseph Zen. Qui è in gioco la libertas Ecclesiae. E non solo».

Che altro?

«Scendere a compromessi con il regime significa anche mancare di rispetto a schiere di martiri».

Addirittura?

«Pensi solo a vescovi come Ignazio Kung Pinmei, trent’anni di carcere, morto in esilio, o Giulio Jia Zhiguo, più di quindici anni in prigione. È inaccettabile».

Inaccettabile?

«Personaggi di spicco in Vaticano, tipo l’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, molto ascoltato da Francesco, dicono che la Cina è il Paese nel quale la Dottrina sociale della Chiesa è applicata meglio. È pazzia».

In effetti…

«Questo va detto chiaramente, nel nome di chi in Cina, tutti i giorni, patisce la persecuzione».

Fonte: La Verità 

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E il papa richiama Pell

Il cardinale George Pell è atteso in Vaticano in settimana dall’Australia. Il prefetto emerito della Segreteria per l’Economia dovrebbe volare da Sidney a Roma domani 29 settembre, a quanto riportato dall’Heralds Sun. Il ritorno di Pell cade a pochi giorni dalla clamorosa defenestrazione del suo “rivale” cardinale Giovanni Angelo Becciu, che giovedì sera il papa ha dimissionato da prefetto delle Cause dei santi togliendogli anche i privilegi connessi al cardinalato.Una notizia commentata a stretto giro di posta da Pell per mezzo di un comunicato: “Il Santo Padre è stato eletto per pulire le finanze vaticane. La partita è lunga e bisogna ringraziarlo e fargli le congratulazioni per gli ultimi sviluppi”.A inizio pontificato il porporato australiano fu nominato da Jorge Mario Bergoglio prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia (2014-2019), ma nel 2017, con il beneplacito del papa, tornò in Australia per difendersi in tribunale dalle accuse, formulate dalla polizia e dalla Procura dello Stato australiano di Victoria, di abusi sessuali su minori. Condannato in primo grado, incarcerato per quattrocento giorni, è stato scagionato dall’Alta corte australiana alla fine dell’anno scorso, tornando libero. Durante il suo periodo in Vaticano – ora gli è succeduto il gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero – i suoi programmi di riforma delle finanze vaticane e i suoi modi bruschi gli procurarono numerosi nemici ed ebbe con Becciu, in particolare, rapporti tesi. Ora ha concluso il suo comunicato con un auspicio: “Spero che continui la pulizia sia in Vaticano sia a Victoria”. A certificare i cattivi rapporti “professionali” tra Pell e Becciu è stato lo stesso cardinale sardo in occasione di una conferenza stampa di autodifesa dalle accuse di peculato e favoreggiamento che gli ha fatto il Papa in un incontro avvenuto giovedì pomeriggio. “Con il cardinale Pell – ha detto Becciu – c’è stato del contrasto professionale perché noi la vedevamo in un modo e lui voleva applicare leggi che non erano state promulgate. Sapevo che lui ce l’aveva con me e un giorno gli ho chiesto udienza. Lui mi ha ricevuto, ha voluto che fosse presente anche il suo segretario. Mi ha fatto un interrogatorio, se io credevo nella riforma, se ero contro la corruzione, se ero con l’Apsa o con la Segreteria… ci siamo lasciati bene. In un’altra occasione, in presenza del papa, discutevamo di come usare i fondi della Segreteria di Stato, io davo dei suggerimenti e lui a un certo punto mi ha tacitato: ‘Lei è un disonesto’, ha detto, e io lì ho perso la pazienza. Gli ho detto che i miei genitori mi hanno insegnato l’onestà e che disonesto è il peggior insulto che mi si poteva fare. Il papa alla fine mi ha detto ‘hai fatto bene’. Ma ricordo anche che quando Pell tornò in Australia (per difendersi in tribunale dalle accuse di pedofilia, ndr.), io gli ho scritto un biglietto così: ‘Cara Eminenza, malgrado i contrasti professionali, soffro per queste accuse e da sacerdote mi auguro che verrà pienamente provata la sua innocenza. La saluto e l’abbraccio’. Se Pell è ancora convinto che io sia disonesto non ci posso fare niente”. Ora Pell torna a Roma.

Fonte: askanews

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