Il Dio bambino

Cari amici di Duc in altum, vi propongo il mio più recente intervento per la rubrica La trave e la pagliuzza in Radio Roma Libera. Si parla del libro di Michele Dolz Il Dio bambino.

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Re o pastore, avvolto in fasce o in vesti splendenti, sorridente o serio, ricciuto o quasi calvo, dormiente o sveglio, benedicente o con le braccia incrociate, Gesù bambino ci guarda. E ci parla. Lo fa da secoli, da innumerevoli opere artistiche più o meno nobili, più o meno elaborate. Un’immagine così comune che, a volte, corriamo il rischio di non notarla. Ma lui, il bimbo nato a Betlemme, sta lì, e ci aspetta. Aspetta di incrociare il nostro sguardo, di ascoltare la nostra preghiera, di accogliere la nostra supplica.

A Gesù bambino nell’iconografia e nel culto è dedicato il bellissimo libro di Michele Dolz Il Dio bambino (Ares, 408 pagine, 24 euro), nel quale l’autore, docente di Storia dell’arte cristiana alla Pontificia università della Santa Croce, conduce una minuziosa esplorazione lungo la storia, dalle origini della devozione fino ai giorni nostri, accompagnandoci in una galleria all’insegna della bellezza e della tenerezza.

Già ai tempi di san Girolamo la grotta di Betlemme era meta di venerazione. Le monache di tutti i tempi hanno tenuto con loro un’immagine del Bambino, e grandi artisti lo hanno raffigurato: da Mantegna a Guido Reni, da Zurbarán a Dalí. San Francesco si commuoveva nell’evocarlo; Erasmo da Rotterdam gli dedicò un poema in latino e sant’Alfonso Maria de’ Liguori compose per lui indimenticabili ninne nanne. Santa Teresa di Lisieux volle chiamarsi “di Gesù Bambino”; Edith Stein lo sentiva vicino nell’orrore del campo di sterminio; Padre Pio se lo vide apparire. San Josemaría Escrivá gli diceva: “Mi piace vederti piccolino, indifeso, per illudermi che tu abbia bisogno di me”. E san Giovanni Paolo II gli chiese: “Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli”.

Da Arenzano a Praga, da Roma alle Filippine, da Siviglia a Lima, da Lisieux a Venezia, da Parigi a Madrid, da Monaco di Baviera a Washington, la geografia disegnata da Gesù bambino ci richiama alla contemplazione, al ringraziamento, al silenzio.

La domanda che Dolz pone fin dall’inizio e che fa da filo conduttore dell’intera indagine è: perché il Bambino?

La risposta sta in un misto di stupore, meraviglia, gratitudine, adorazione. Il mistero del Verbo che si è fatto carne si mostra nel Gesù bambino in tutta la sua sconvolgente evidenza e semplicità. Davanti al bambino nato a Betlemme siamo presi da ammirazione nel senso più letterale: è quel mirari da cui viene anche miracolo.

E il fatto che i Vangeli in proposito ci forniscano notizie con il contagocce aumenta la nostra voglia di vedere, conoscere, esplorare. Quasi niente gli evangelisti ci dicono dell’infanzia di Gesù a Nazaret, ma noi sappiamo, e il Catechismo della Chiesa cattolica ce lo ricorda, che “tutta la vita di Cristo è rivelazione del Padre”.

Parole e azioni di Gesù, in ogni tempo della sua vita, sono già e sempre salvifiche, ancor prima del ministero pubblico. E se la Passione mette in rilievo la Redenzione, il piccolo Gesù ci pone a confronto con il mistero dell’Incarnazione. D’altra parte, “se Cristo avesse voluto ricevere culto ‘da adulto’, come è ora risorto e glorioso in Cielo, non sarebbe apparso sulla terra anche come Bambino né la sua infanzia avrebbe fatto parte del messaggio di salvezza contenuto nei Vangeli”.

Davanti a Gesù bambino si sta in contemplazione, e la contemplazione, insegna san Tommaso, è “intuizione della verità che termina in un moto affettivo”. I santi lo sanno bene, ed ecco perché tanti santi hanno voluto e vogliono stare in compagnia del Bambino Gesù.  Un bambino che anche quando non è abbigliato come un principino noi veneriamo in quanto Re dell’universo, quel Re dei Giudei che i magi cercano seguendo la stella e che poi, quando sarà diventato grande, esorterà: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Re a tutti gli effetti, dunque, ma non nel modo umano. “Il mio regno non è di questo mondo” dice infatti Gesù a Pilato.

Fra le tantissime citazioni proposte da Dolz ne scelgo una tratta da sant’Ambrogio: “Egli volle essere un fanciulletto, affinché tu potessi diventare un uomo perfetto; Egli fu stretto in fasce, affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte; Egli nella stalla, per porre te sugli altari; Egli in terra, affinché tu raggiungessi le stelle; Egli non trovò posto in quell’albergo, affinché tu avessi nei cieli molte dimore” (Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 2, 41, PL 15, 1649).

Si diceva prima che i Vangeli non forniscono molte notizie su Gesù bambino. Numerose sono invece quelle proposte da alcune mistiche, come Maria Valtorta nel suo L’Evangelo come mi è stato rivelato, fluviale opera nella quale è restituita l’atmosfera di pace e di armonia che si respirava nell’umilissima casa della sacra famiglia. Ma anche santa Faustina Kowalska ebbe frequenti visioni di Gesù bambino nell’Ostia consacrata, come nella Messa di mezzanotte del 1934: “Durante l’offertorio vidi Gesù sull’altare; era di una bellezza incomparabile. Il Bambinello per tutto il tempo guardò verso tutti, tendendo le manine… È difficile esprimere la gioia che avevo nell’anima”.

Gioia, tenerezza, commozione. Come quelle trasmesse da sant’Alfonso nella celeberrima Tu scendi dalle stelle, composta e musicata a Nola nel 1754 e ancor oggi cantata nelle chiese e nelle case davanti al presepe, dove il “caro eletto Pargoletto” nasce, per amore, al freddo e al gelo.

Alla domanda “perché il Bambino?” si può dunque rispondere in molti modi. Ma il silenzio, o al più il canto sussurrato di una ninna nanna, sono forse le risposte più adeguate. Il Bambino ci chiede di spogliarci di noi stessi per diventare piccoli, come lui.

Aldo Maria Valli

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