L’aborto in Argentina e gli amici di papa Francesco

Cari amici di Duc in altum, nel giorno in cui in Argentina è stata approvata la legge sull’aborto (dopo il via della Camera, anche il Senato ha detto sì alla legge, con 38 voti a favore e 29 contro) ricevo da Buenos Aires questo contributo del professor Rubén Peretó Rivas.

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Oggi è stata approvata in Argentina la legge sull’aborto, una delle più permissive al mondo, che lo permette addirittura fino al nono mese di gravidanza, quando la “salute integrale della gestante” è compromessa.

Al di là di tutte le considerazioni morali che conosciamo, è stata una sconfitta umiliante per papa Francesco, poiché il fatto si è verificato nel suo paese ed è stato promosso dal partito politico che egli ha sostenuto in ogni modo possibile. Peggio ancora, quelli che hanno promosso e votato il disegno di legge erano i suoi stessi amici. Questa non è un’interpretazione; è quello che dicono i numeri nudi e crudi dei voti. Il 70% dei deputati peronisti e il 68% dei senatori di quello stesso partito hanno votato a favore del progetto. Il partito centrista, lo stesso che papa Francesco bistratta continuamente e per il quale nutre un profondo risentimento di classe, ha votato ampiamente contro la legge in entrambe le Camere. In poche parole, l’aborto legale in Argentina è opera degli amici di Bergoglio.

Il presidente argentino, Alberto Fernández, è stato colui che ha promosso la legge e si è impegnato a esercitare personalmente e con insistenza pressioni su diversi legislatori affinché cambiassero il loro voto e consentissero la sua approvazione. È lo stesso presidente che è stato accolto con compiacenza e ampi sorrisi dal sommo pontefice il 31 gennaio 2020, lo stesso che quel giorno ha partecipato alla messa celebrata per la sua comitiva dall’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo nella cripta della Basilica Vaticana, dove ha fatto la comunione con la sua concubina, l’ex showgirl Fabiola Yañez. Molti dei legislatori che hanno contribuito con il loro voto a rendere possibile l’aborto in Argentina hanno avuto e hanno un ingresso libero a Santa Marta, e le loro fotografie con il papa, abbracciati e sorridenti, periodicamente girano per la stampa del Paese. Ancora una volta gli amici di papa Francesco sono responsabili dell’aborto in Argentina.

Gli altri suoi amici, i vescovi, hanno mostrato oggi il loro rammarico per l’approvazione della legge, anche se, curiosamente, i motivi per cui la considerano iniqua sono quelli del magistero bergogliano. In una breve dichiarazione, costellata da un linguaggio disordinato di “genere” (“fratelli e sorelle”, “argentini e argentini”, “ragazzi e ragazze”), la Conferenza episcopale argentina lamenta che la nuova legge “accrescerà le divisioni nel Paese”. La tragedia, per i vescovi, è che saremo meno uniti e verranno costruiti meno ponti. Che l’aborto sia l’omicidio di un essere umano indifeso è un dettaglio che non sembra nemmeno degno di nota.

I vescovi argentini, a seguito della pandemia di coronavirus, hanno ordinato che in tutte le messe i fedeli ricevessero la Santa Comunione esclusivamente nella mano. Molti di loro hanno punito i sacerdoti che rispettavano il diritto dei cattolici che preferivano riceverla in bocca, e lo hanno fatto con decreti solenni in cui proclamavano la sospensione delle loro licenze ministeriali. Uno di loro, monsignor Eduardo Taussig, vescovo di San Rafael, in un eccesso di preoccupazioni igieniche, ha chiuso il suo seminario diocesano, il più frequentato per vocazioni dell’intero paese, poiché i seminaristi si rifiutavano di ricevere la comunione nella mano. Noi cattolici argentini ci chiediamo se i nostri vescovi saranno altrettanto severi e chiari con i legislatori che hanno approvato la legge, informandoli che su di loro è ricaduta la pena della scomunica e non possono avvicinarsi a ricevere i sacramenti.

Quello che è successo in Argentina oggi rende chiare molte cose. In primo luogo, che papa Francesco, nella migliore delle ipotesi, è un politico mediocre, incapace di impedire che s’infligga una sconfitta così schiacciante alla Chiesa e a sé stesso. E nel peggiore dei casi, è un cinico a cui importa poco o nulla dell’approvazione di una legge criminale.

In secondo luogo, il pontefice dimostra ancora una volta la sua incapacità di scegliere i suoi amici. Mentre si oppone ai gruppi politici conservatori, si getta tra le braccia dei populisti che finiscono per legiferare sull’aborto. E questa goffaggine non si verifica solo nella sfera politica. Nella stessa curia vaticana, ha saputo circondarsi di personaggi inutili e della peggior razza morale: Battista Ricca, Gustavo Zanchetta, Edgar Peña Parra e Fabián Pedacchio sono un esempio completo della speciale predilezione pontificia per personaggi con note debolezze.

Inoltre, quanto accaduto a Buenos Aires fa capire ancora una volta che il peronismo è un partito politico con la morfologia dell’ameba, capace di adattarsi a qualsiasi circostanza che possa favorire la sua permanenza al potere e l’aumento della ricchezza dei suoi leader. Bergoglio ha sostenuto stabilmente quel partito politico, che ha potuto contare con il suo aiuto e sostegno per vincere le elezioni del 2019. Mi chiedo se il pontefice condividerà con loro la stessa morfologia zoologica.

Un vecchio proverbio spagnolo dice che “Non c’è male che non porti un bene” (“No hay mal que por bien no venga”). Il male abissale dell’aborto porterà agli argentini un piccolo beneficio: per i prossimi anni, papa Francesco non metterà piede in Patria.

Rubén Peretó Rivas

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