Carlo Maria Viganò / Meditazione in preparazione della Pasqua

di Carlo Maria Viganò

Si iniquitates observaveris, Domine:

Domine, quis sustinebit?

Ps 129, 3

Mors et vita duello

conflixere mirando.

Lo scorso anno, con una decisione tanto incomprensibile quanto sciagurata, per la prima volta nell’era cristiana, la Gerarchia cattolica ha limitato la celebrazione della Pasqua, assecondando la narrazione mainstream della pandemia. Molti fedeli, costretti a misure di confinamento dimostratesi inutili se non controproducenti, hanno potuto unirsi spiritualmente al Santo Sacrificio, assistendo alle funzioni tramite il computer. Un anno dopo nulla è cambiato rispetto ad allora, e ci sentiamo ancora ripetere che dovremo prepararci ad un ulteriore lockdown per consentire alla popolazione di essere sottoposta ad un siero genico sperimentale, imposto dalla lobby farmaceutica nonostante non se ne conoscano gli effetti collaterali a lungo termine. In molte nazioni si inizia a vietarne l’uso, davanti alle morti sospette che seguono la sua inoculazione; eppure, nonostante la martellante campagna di terrorismo dei media, le cure si dimostrano efficaci e in grado di ridurre drasticamente i ricoveri e, conseguentemente, anche i decessi.

Come cattolici siamo chiamati a comprendere il senso di quanto, da più di un anno, l’intera umanità è costretta a subire in nome di un’emergenza che – dati ufficiali alla mano – ha causato un numero di morti paragonabile a quello degli anni precedenti. Siamo chiamati a capire, prima ancora che a credere: perché se il Signore ci ha dotati di un’intelligenza, lo ha fatto perché la usiamo per riconoscere e giudicare la realtà che ci circonda. Nell’atto di Fede il battezzato non rinunzia alla propria razionalità in un fideismo acritico, ma accetta ciò che il Signore gli rivela, inchinandosi dinanzi all’autorità di Dio, che non ci inganna e che è la Verità stessa.

La nostra capacità di intus legere gli eventi ci preserva, alla luce della Grazia, dall’incorrere in quella sorta di sconsiderata irrazionalità che viceversa mostrano quanti fino a ieri celebravano la scienza come necessario antidoto alla “superstizione religiosa”, e che oggi celebrano i sedicenti “esperti” come nuovi sacerdoti della pandemia, rinnegando i più elementari principi della medicina. E se per il Cristiano una vera pestilenza è un salutare richiamo alla conversione e alla penitenza per le colpe dei singoli e delle nazioni; per gli adepti della religione sanitaria una sindrome influenzale curabile dovrebbe costituire il grido della Madre Terra violata dall’umanità. Una Natura matrigna, alla quale molti si rivolgono con le parole di Leopardi: Perché non rendi poi quel che prometti allor? di tanto inganni i figli tuoi? Ci accorgiamo che quella crudeltà tribale, quella primitiva forza che vorrebbe sterminarci come un virus del pianeta non risiede nella Natura, di cui il Creatore è mirabile artefice, ma in un’élite asservita all’ideologia globalista, che da un lato vuole imporre la tirannide del Nuovo Ordine Mondiale e dall’altro, per mantenere il potere, remunera generosamente quanti si mettono al suo servizio. I ribelli, i refrattari sono viceversa annientati nei loro averi, privati della libertà, costretti a sottoporsi a tamponi inattendibili e vaccini inefficaci in nome di un bene superiore che essi devono accettare senza possibilità di dissenso o di critica.

Qualche giorno fa una signora, credendo di apparire dotata di senso pratico, diceva che occorre sottostare all’uso della mascherina e del distanziamento sociale non tanto per la loro efficacia, quanto per assecondare i nostri governanti in vista di un allentamento delle misure sinora adottate: «Se mettiamo la mascherina e ci vacciniamo, forse la smetteranno e ci lasceranno tornare a vivere», commentava. Dinanzi a questa osservazione, un anziano signore rispondeva che qualche ebreo, nella Germania degli anni Trenta, ha forse pensato che portando la stella di Davide cucita sulla giacca avrebbe in qualche modo accontentato i deliri di Hitler, evitando ben peggiori violazioni e risparmiandosi la deportazione. Dinanzi a questa obiezione pacata la sua interlocutrice è rimasta scossa, comprendendo l’inquietante somiglianza tra la dittatura nazista e la follia pandemica dei nostri giorni; tra il modo in cui si è potuta imporre la tirannide a milioni di cittadini facendo leva sulla loro paura, allora come oggi. I quali si sono lasciati persuadere ad obbedire, a non reagire dinanzi alla violazione dei diritti di cittadini tedeschi colpevoli solo di essere ebrei, a farsi essi stessi delatori dei “criminali” presso l’autorità civile. E mi chiedo: quale differenza sussiste tra la denuncia di un vicino che nasconde una famiglia di ebrei e la zelante segnalazione di chi riceve conoscenti in violazione di un provvedimento incostituzionale che limita le libertà dei cittadini? Non si trovano entrambi a rispettare la legge, ad osservare le norme, mentre quelle stesse norme conculcano i diritti di una parte della popolazione, criminalizzata ieri su base razziale ed oggi su base sanitaria? Non abbiamo imparato nulla, dagli orrori del passato?

La voce della Chiesa invoca la divina Maestà perché allontani i «flagella tuae iracundiae, quae pro peccatis nostris meremur». Questi flagelli si sono manifestati nel corso della Storia con le guerre, le pestilenze, le carestie; oggi si mostrano con la tirannide del globalismo, capace di far più vittime di un conflitto mondiale e di distruggere le economie nazionali più di un terremoto. Dobbiamo comprendere che se il Signore dovesse permettere ai fautori dell’emergenza Covid di aver successo, sarà certamente per il nostro maggior bene. Perché oggi ci è precluso, quasi fosse una colpa, quel poco che rimaneva nella nostra società di ancora ispirato alla civiltà cristiana e che fino a ieri consideravamo normale e scontato: esercitare le nostre libertà fondamentali, ritrovarci a pregare in chiesa, uscire con gli amici, vederci a cena con i nostri cari, poter aprire la bottega o il ristorante e guadagnare onestamente, andare a scuola o fare un viaggio.

Se questa pseudo-pandemia è un flagello, non è difficile comprendere quali siano le colpe per le quali il Cielo ci punisce: delitti, aborti, omicidi, divorzi, violenze, perversioni, vizi, furti, inganni, truffe, tradimenti, menzogne, profanazioni, crudeltà. Colpe pubbliche e colpe dei singoli. Colpe dei nemici di Dio e colpe dei Suoi amici. Colpe dei laici e colpe dei chierici, della base e dei vertici, dei governati e dei governanti, dei giovani e dei vecchi, degli uomini e delle donne.

Sbaglia chi crede che la violazione dei diritti naturali che stiamo subendo non abbia alcun significato soprannaturale, e che nel renderci complici di quanto avviene la nostra parte di responsabilità sia ininfluente. Gesù Cristo è Signore della Storia, e chi vorrebbe bandire il Principe della Pace dal mondo che Egli ha creato e redento con il Suo preziosissimo Sangue non vuole accettare l’inesorabile sconfitta di Satana, l’eterno perdente. Così, in un delirio che ha tutti i tratti dell’hybris, i suoi servi si muovono come se la vittoria del male fosse ormai certa, mentre in realtà è necessariamente effimera e momentanea. La nemesis che si prepara per costoro ci farà ricordare il popolo d’Israele dopo il passaggio del Mar Rosso, e che nulla avrebbe potuto il Faraone se non fosse stato permesso da Dio.

La Pasqua cristiana, la vera Pasqua di cui quella dell’Antico Testamento fu solo figura, si compie sul Golgota, sul legno benedetto della Croce. Di quel Sacrificio perfetto Cristo fu Altare, Sacerdote e Vittima. L’Agnus Dei, additato dal Precursore sulle rive del Giordano, ha preso su di Sé i peccati del mondo, per offrirsi come vittima umana e divina al Padre, ripristinando nel Suo Sangue l’ordine violato dal nostro Progenitore. È lì, sul Calvario, che si è compiuto il vero Great Reset, grazie al quale il debito inestinguibile dei figli di Adamo è stato cancellato dai meriti infiniti della Passione del Redentore, riscattandoci dalla schiavitù del peccato e della morte.

Senza pentirci delle nostre colpe, senza proposito di emendare la nostra vita e di conformarla alla volontà di Dio, non possiamo sperare che vengano meno le conseguenze dei nostri peccati, che offendono la divina Maestà e possono essere placati solo dalla penitenza. Nostro Signore ci ha mostrato la via regale della Croce: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme» (I Pt 2, 21). Prendiamo ciascuno la nostra croce, rinnegando noi stessi e seguendo il divino Maestro. Avviciniamoci alla Santa Pasqua con la consapevolezza di essere sempre sotto lo sguardo del Signore: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (I Pt 2, 25). E ricordiamoci che nel dies irae Lo avremo certamente tutti come Giudice, ma che grazie al Battesimo abbiamo meritato il diritto di riconoscerLo come Fratello e Amico.

Al Sommo Giudice chiediamo, con le parole della Sacra Scrittura: «Discerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo et doloso erue me». Al Padre Misericordioso, che nel Suo divin Figlio ci ha resi eredi della gloria eterna, rivolgiamo con umiltà le parole di Davide: «Amplius lava me ab iniquitate mea, et a peccato meo munda me». Allo Spirito Consolatore chiediamo: «Da virtutis meritum, da salutis exitum, da perenne gaudium».

Se davvero vogliamo che questa cosiddetta pandemia crolli come un castello di carte – come sempre è avvenuto per ben peggiori flagelli, quando il Signore ne ha decretato la fine – ricordiamoci di riconoscere a Lui, e a Lui solo, quella Signoria universale che ad ogni peccato usurpiamo, rifiutandoci di obbedire alla Sua santa Legge e rendendoci così schiavi di Satana. Se vogliamo la pace di Cristo, è Cristo che deve regnare, ed è il Suo regno che dobbiamo volere, ad iniziare da noi stessi, dalla nostra famiglia, dalla nostra cerchia di amici e conoscenti, dalla nostra comunità religiosa. Adveniat regnum tuum. Se viceversa lasceremo che si instauri l’odiosa tirannide del peccato e della ribellione a Cristo, la follia del Covid sarà solo l’inizio dell’inferno in terra.

Prepariamo quindi la Confessione e la Comunione pasquale con questo spirito di riparazione ed espiazione, tanto per i nostri peccati quanto per quelli dei nostri fratelli, degli uomini di Chiesa e dei nostri governanti. Il vero e santo “nuovo rinascimento” al quale dobbiamo aspirare dev’essere la vita della Grazia, l’amicizia di Dio, l’assiduità con la Sua Santissima Madre e con i Santi. Il vero “nulla sarà più come prima” dobbiamo dirlo alzandoci dal confessionale con il proposito di non peccare più, offrendo al Re Eucaristico il nostro cuore come un trono nel quale Egli si compiaccia dimorare, consacrandoGli ogni nostra azione, ogni nostro pensiero, ogni nostro respiro.

Siano questi i nostri voti per la prossima Pasqua di Risurrezione, sotto lo sguardo benigno della Nostra Regina e Signora, Corredentrice e Mediatrice di tutte le Grazie.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

9 marzo 2021

Fonte: catholicfamilynews.com

 

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