Ancora su Roma senza papa e papa senza Roma

Cari amici di Duc in altum, il mio articolo Roma senza papa non smette di suscitare reazioni e commenti. Tra gli ultimi contributi, due lettere da parte di altrettanti lettori del blog. Le propongo qui.

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Caro Valli,

Roma senza papa si intitola un suo fondamentale articolo recente. Giustissimo, concordo appieno! Ma è d’uopo essere coerenti: se si dice che Roma è senza papa, è contraddittorio, poi, dire che Bergoglio è comunque papa.

Ubi Petrus ibi Ecclesia? Già, ma (ammesso che non sia tuttora papa Benedetto) nella storia più volte la Chiesa ha vissuto periodi di sede vacante anche di durata pluriennale, riportando meno danni che da certi pontificati.

E poi Bergoglio stesso non vuole essere papa, tanto da aver relegato il titolo di “Vicario di Cristo” fra quelli meramente storici, leggasi obsoleti e superati.

Capisco la sua tendenza, caro Valli, a essere moderato, equilibrato, a rifuggire dagli eccessi. Ma non possiamo divenire equilibristi: Gesù non mi pare abbia mai dato segni di equilibrismo.

Molti sostengono che non ci sono prove del fatto che Bergoglio sia incorso in circostanze invalidanti la sua elezione. Né, formalmente, nell’eresia, perché ha badato a non parlare ex cathedra.

Sembra di sentir parlare un azzeccagarbugli che, compulsando il codice, va alla ricerca del cavillo giusto per mandare a monte il processo contro un noto camorrista! Ce lo vede lei Nostro Signore che “quel giorno” ci rimprovererà per non aver saputo discernere i cavilli giusti?

Già il solo assicurare legittima l’elezione di un papa è, a mio avviso, problematico: non può essere come per il presidente della Repubblica! Lei sa bene che nel corso dei secoli il papa è stato eletto nei modi più vari, e spesso meno nobili: imposto dall’imperatore, dalla famiglia più ricca, da una massa vociante opportunamente manovrata, eccetera. La stessa introduzione del cardinalato, e poi la recente limitazione del diritto di voto ai non ancora ottuagenari, sono invenzioni tutte umane.

Cristo ci ha insegnato a badare alla sostanza, dandoci criteri semplici e chiarissimi: “Guardatevi dai falsi profeti […] dai loro frutti li riconoscerete”. Idem per i cattivi alberi.

Un papa si legittima con i suoi insegnamenti, ed è in tal modo che mostra di essersi effettivamente aperto all’azione dello Spirito. A mio giudizio, anche un emerito filibustiere come Rodrigo Borgia è da ritenere assai più legittimo di Bergoglio.

Che senso ha per il fedele avere un papa se non può affidarsi a lui, ma anzi, qualunque cosa dica o faccia, deve chiedere alla sua coscienza se non sia addirittura doveroso rigettare quel messaggio? Riconoscerlo papa, nella sostanza, significa solo concedergli la potestà di compiere atti gravissimi, come modificare il Catechismo della Chiesa cattolica.

Mi chiedo: può un papa ostentare il suo protervo rifiuto a inginocchiarsi davanti al suo Signore, realmente presente sull’altare? Può additare al suo gregge come modello e “medicina per la Chiesa” uno scomunicato, orgoglioso professionista del peccato, traditore del suo ordine sacro, che passò buona parte della sua vita a vomitare sterco sulla Chiesa di Roma, e in particolare sul papato? Può rifiutarsi di rispondere a quattro cardinali fedeli alla santa Chiesa che rispettosamente chiedono conforto e chiarimento? Può prestarsi a inscenare una sacrilega caricatura del sacramento del matrimonio per due orgogliosi concubini, a bordo di un aereo? Può consentire che sia tributato culto a un idolo pagano in basilica, a due metri dalla tomba di Pietro? Può appoggiare – pur dicendo che l’aborto è un crimine – alcuni tra i più accaniti abortisti del mondo? Può sottoscrivere che Dio stesso, nella sua sapienza, ha voluto la diversità fra le religioni? Può ricordarsi di non giudicare esclusivamente quando si tratta di omosessuali? Eccetera.

No, a mio avviso non può. Dunque, chi fa questo non è papa.

Un lettore (che preferisce l’anonimato per non farsi terra bruciata in parrocchia)

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Caro Aldo Maria Valli,

leggo che, dopo molti altri autori, anche l’abbé Jean-Michel Gleize, professore della Fraternità San Pio X, ha notato e commentato il suo Roma senza papa e, con un gioco di parole, ha voluto affermare che in Vaticano oggi c’è “un papa senza Roma”, nel senso che Francesco ha completamente abbandonato il patrimonio della Tradizione della Chiesa , che è poi ciò che fa di Roma la Roma di sempre.

Penso che l’abbé Gleize, parlando di un “papa senza Roma”, non potesse sintetizzare in modo migliore l’idea fondamentale della posizione lefebvriana sull’attuale crisi della Chiesa. Un’idea che ammette pacificamente, anche se amaramente, che possa esserci una Chiesa Romana che distrugge la Chiesa Romana, un Pastore Supremo che, conducendo con il proprio magistero le pecorelle lontano dalla verità e dalla salvezza, è il contrario di un Pastore.

Personalmente, mi rifiuto di credere che sia così. Roma può essere senza papa, ma un papa non può essere senza Roma. Roma può essere senza papa. Si pensi, in generale, all’ipotesi che il papa diventi pazzo o totalmente infermo di mente oppure eretico o apostata, oppure ancora all’ipotesi, del tutto naturale e normale, che egli deceda. Ma un papa non può essere senza Roma. Un papa – e lo stesso ovviamente vale per la Chiesa, di cui il Romano Pontefice è il capo visibile – non può agire per la distruzione della Chiesa insegnando a tutta la Chiesa dottrine sulla fede o sui costumi contrarie a quelle già insegnate dalla Chiesa stessa.

Se questo potesse accadere, infatti, come si potrebbe allo stesso tempo credere che le porte degli inferi non abbiano già prevalso sulla Chiesa? Cosa potrebbero fare di più le forze infernali, per poterle considerare vincitrici sulla Chiesa, che rendere la Chiesa stessa, la sua autorità, uno strumento di perdizione?

Inoltre, l’idea che un papa possa essere senza Roma presuppone un inammissibile mutamento del corretto rapporto che corre tra il papa e la fede. Il papa è per la fede! La convinzione che possa esserci un papa lontano dalla fede (lontano da “Roma”) spezza inevitabilmente il nesso finalistico tra il papa e la fede, perché appunto il papa potrebbe tranquillamente, benché deprecabilmente, esistere senza insegnare la fede (senza “Roma”), cioè senza pascere il gregge e confermare i fratelli nella fede aiutandoli a conservarla, che è la sua specifica ragion d’essere. Anzi, facendo tutto il contrario.

Naturalmente, invece, la Chiesa è romana (nel senso evidenziato dall’abbé Gleize) e se non è romana allora non è la Chiesa. E così per il papato.

Ciò che oggi si deve constatare, dunque, non è certo che a Roma c’è un papa che fa il contrario di quello che farebbe un vero Pastore, ma che Francesco non ha l’autorità di Romano Pontefice e che, dunque, davvero Roma è senza papa.

Antonio Polazzo

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