E l’ideologia gender ora ci prova anche con Tolkien

Il prossimo seminario estivo della Tolkien Society, in programma il 3 e 4 luglio, sarà dedicato al tema della diversità. Il titolo è infatti Tolkien and Diversity Call for Papers.

Il Seminario della Tolkien Society, che si terrà on line su Zoom e sarà trasmesso in live streaming sul canale YouTube della Società, vedrà la partecipazione di centinaia di partecipanti. L’anno scorso vi presero parte di più di quattrocento persone di trentasette diverse nazioni.

Il tema della diversità, spiegano gli organizzatori, è cresciuto costantemente all’interno della ricerca su Tolkien e ha trovato nuovo impulso dalla serie televisiva basata sul romanzo Il Signore degli Anelli prodotta per Amazon Prime Video.

Sostenendo che “è fondamentale discutere il tema della diversità in relazione a Tolkien” e che “il seminario si propone di esplorare le molte possibili applicazioni della diversità all’interno delle opere di Tolkien”, i promotori annunciano che i titoli di alcune relazioni saranno di questo tipo: “Gondor in transizione: una breve introduzione alle realtà transgender ne Il Signore degli anelli”; “L’altro invisibile: le donne nane di Tolkien e la mancanza femminile”; “Indigenismo, identità e antirazzismo”; “Perdonare Saruman? Il queer ne Il Signore degli anelli; “Queer, atei, agnostici e animisti”.

Ora, è chiaro che il tema della diversità è centrale in Tolkien. Basti pensare alla diversità tra uomini ed elfi. Ma non è certamente la diversità intesa secondo l’ideologia gender e la visione politically correct che va oggi per la maggiore.

Sulla questione ho chiesto un contributo a un tolkeniano doc: lo scrittore Paolo Gulisano, esperto di storia e letteratura britannica e autore di numerose opere dedicate a Tolkien e al suo mondo, a partire da Tolkien: il mito e la grazia.

A.M.V.

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di Paolo Gulisano

L’Inghilterra è stata nel corso degli ultimi due secoli un grande laboratorio ideologico da cui sono uscite numerose linee guida del pensiero moderno e postmoderno. Un percorso filosofico che ha dato un contributo fondamentale alla realizzazione dell’attuale “società liquida”, dove l’umanità è andata progressivamente destrutturandosi. Non è un caso che la grande letteratura distopica (Benson, Orwell, Huxley Burgess e altri) sia nata proprio in ambito culturale britannico.

A fronte di questi veri e propri “antigeni” patologici, si può dire che sempre in Inghilterra si siano sviluppati per tempo anche gli anticorpi culturali. I principali protagonisti di questo tentativo di respingere la malattia e restituire la salute al pensiero umano furono tre grandi scrittori: G.K. Chesterton, C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien, veri giganti della narrativa e della cultura. Tre cercatori e difensori della Verità.

Il grandissimo successo che dalla metà del Novecento ha riscosso Il Signore degli Anelli ha fatto sì che nascessero attorno al nome di John Ronald Reuel Tolkien anche sodalizi culturali. Una delle più importanti è la Tolkien Society inglese, che promuove da molti anni attività di studio attorno all’opera e alla figura del grande scrittore.

In effetti, il suo capolavoro, Il Signore degli Anelli, ben lungi dall’essere un racconto per ragazzi o una storia fantasy di evasione, è la narrazione intensa e affascinante di una lotta iniziata agli albori dei tempi, ideata da un autore che attraverso la scrittura come sub-creazione insegnato a ricercare la Bellezza e la Verità. Non è azzardato, all’inizio del Ventunesimo secolo, guardare a Tolkien come a un vero e proprio classico, come all’Omero cristiano del Novecento, che ha saputo coniugare il mito e la grazia. Ciò che ispirò e che diede significato alla sua vita e alla sua opera non è riconducibile a un’ideologia, ma a una visione della vita, a una concezione dell’essere, dell’uomo, della storia che è ben di più che ideologia: è una filosofia. Tolkien possiede addirittura quella che potremmo definire una visione teologica della storia, attraverso la quale giudica le vicende umane con l’autorevolezza di un filosofo o di un profeta. Tolkien, dunque, come critico della modernità, del mondialismo, della omologazione massificante, a cui contrappone la cultura dell’appartenenza e del radicamento. In una società multietnica e multiculturale come quella della Terra di Mezzo, i piccoli hobbit difendono la loro Contea, il loro piccolo mondo pacificamente rurale e ricco di tradizioni.

Tuttavia, in tempi in cui l’ideologia pretende di imporsi alla realtà e alla ragione, i temi e le parole d’ordine che le sono proprie cercano di prendere possesso anche della letteratura, e anche di una narrativa limpida, e affascinante per il cuore umano, come quella di Tolkien.

La Tolkien Society ha voluto dedicare l’annuale seminario di studi che si terrà il 3 e il 4 luglio al tema Tolkien and diversity. Di per sé il tema è indubbiamente interessante: Tolkien nella sua monumentale opera ci ha mostrato un mondo ricchissimo di differenze, di peculiarità; un mondo ricco e variegato di popoli, genti, luoghi, flora (nelle sue opere cita un centinaio di piante e fiori) e fauna, anche fantastica, dagli Orchi ai Draghi agli Elfi. La diversità è ricchezza, da sempre.

Tolkien ci presenta anche una grande varietà di tipologie caratteriali, e ci mostra che le differenze non sono necessariamente motivo di conflitto: anche due creature diversissime come un nano e un elfo possono diventare profondamente amici, come nel caso di Gimli e Legolas. Questa è dunque per Tolkien la diversità: occasione di stupore di fronte alla magnificenza del Creato.

Oggi, tuttavia, con “diversità” o “differenze”, termini invariabilmente accompagnati dall’altra key-word “inclusione”, si intende ben altro. Destano inoltre perplessità le notizie che trapelano dal set della produzione “tolkieniana” che Amazon sta realizzando, e che vedrebbero in atto un’operazione di risistemazione dell’opera e del messaggio di Tolkien alla luce dell’ideologia del politicamente corretto. Non siamo ancora alla promozione esplicita di certi temi dell’agenda politica attuale, ma una porta è stata aperta.

Davanti a tali scenari, non resta che difendere Il Signore degli Anelli, opera che non necessita di alcun aggiornamento. Scritta settant’anni fa, diventa sempre più attuale col passare del tempo. È il racconto epico di un periodo di transizione, e rappresenta un autentico manuale di sopravvivenza tra gli errori e gli orrori della postmodernità.

Tolkien fu un cristiano, un cattolico inglese che cercò di parlare al cuore delle persone per invitarle a non cedere alla tentazione dello scoraggiamento, del cinismo, della bruttezza e del male. Tolkien rivela nitidamente una propria teologia della storia, che riprende la concezione agostiniana delle due città: la Città terrena, opera degli uomini in cui agisce il male, e la Città di Dio, meta verso la quale indirizzare attese, sforzi e speranze. È da sottolineare che sant’Agostino si trovò a vivere al confine tra il crepuscolo di un mondo antico, un tempo grandioso, e l’alba di una nuova era dai contorni ancora incerti, e insegnò che la storia è guidata dalla Provvidenza e che quindi ogni avvenimento – dalla piccola vicenda personale alle grandi svolte dell’umanità – possiede un significato che dissipa l’oscurità e sorregge le forze dell’uomo. Le rovine, segni numerosi di civiltà cresciute, ascese a grandezza e poi irrimediabilmente finite e dimenticate, costellano ovunque la Terra di Mezzo, ricordandoci la caducità della Città terrena.

La saggezza di Tolkien è affidata alle parole di Gandalf, nella conclusione del Signore degli Anelli: “Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi”. È questo il manifesto dell’umano realismo, profondamente cristiano, opposto agli incubi di tutte le ideologie.

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