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Da “Summorum pontificum” a “Traditionis custodes”. Ovvero dalla riserva allo zoo

Cari amici di Duc in altum, in merito a Traditionis custodes eravamo curiosi di conoscere il parere della Fraternità sacerdotale san Pio X, ed ecco qui, puntuale, il loro commento. A giudizio dei seguaci di monsignor Lefebvre, se gli amanti della Tradizione erano prima relegati in una sorta di riserva, ora sono messi in gabbia, come animali, in vista della loro estinzione programmata, con i vescovi nel ruolo di guardiani (ma meglio sarebbe dire carcerieri). Per Francesco questi selvaggi del passato meritano solo di scomparire. Di qui la soluzione finale escogitata per loro.

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Papa Francesco ha pubblicato un motu proprio che dal titolo potrebbe far sperare: Traditionis custodes, “Custodi della Tradizione”. Sapendo che è rivolto ai vescovi, si potrebbe sognare: la Tradizione sta recuperando i suoi diritti all’interno della Chiesa?

Tutt’altro. Questo nuovo motu proprio opera un’eliminazione. Denota l’insicurezza dell’attuale magistero e indica la data di scadenza del Summorum pontificum di Benedetto XVI, che non avrà nemmeno compiuto quindici anni.

Tutto, o quasi tutto, ciò che conteneva Summorum pontificum è disperso, abbandonato o distrutto. L’obiettivo è chiaramente stabilito anche nella lettera che accompagna questa liquidazione.

Su “come procedere nelle diocesi” Il Papa enumera due principi: da una parte “provvedere al bene di quanti si sono radicati nella forma celebrativa precedente e hanno bisogno di tempo per ritornare al Rito Romano promulgato dai santi Paolo VI e Giovanni Paolo II”; dall’altra “interrompere l’erezione di nuove parrocchie personali, legate più al desiderio e alla volontà di singoli presbiteri che al reale bisogno del «santo Popolo fedele di Dio”.

Un’estinzione programmata
Mentre Francesco è il difensore delle specie animali o vegetali in via di estinzione, decide e promulga l’estinzione di coloro che sono legati al rito immemorabile della Santa Messa. Questa specie non ha più il diritto di vivere: deve scomparire. E per raggiungere questo risultato saranno usati tutti i mezzi.

In primo luogo, una severa riduzione della libertà. Finora gli spazi riservati al rito antico consentivano una certa ampiezza di movimento, un po’ come delle riserve naturali. Oggi siamo passati allo stato di zoo: gabbie, strettamente limitate e delimitate. Il loro numero è rigorosamente monitorato e, una volta stabilite, sarà vietato fornirne altre.

I guardiani – o dovremmo dire i carcerieri? – non sono altri che gli stessi vescovi.

Tutto ciò è specificato nell’articolo 3, comma 2: “Il Vescovo (…) indichi, uno o più luoghi dove i fedeli aderenti a questi gruppi possano radunarsi per la celebrazione eucaristica (non però nelle chiese parrocchiali e senza erigere nuove parrocchie personali)”.

Il regolamento interno di queste carceri è rigidamente controllato (articolo 3, comma 3): “Il Vescovo (…) stabilisca nel luogo indicato i giorni in cui sono consentite le celebrazioni eucaristiche con l’uso del Messale Romano promulgato da san Giovanni XXIII nel 1962”.

Tale controllo si estende ai minimi dettagli (ibidem): “In queste celebrazioni le letture siano proclamate in lingua vernacola, usando le traduzioni della sacra Scrittura per l’uso liturgico, approvate dalle rispettive Conferenze episcopali”. Non si useranno altre traduzioni, ad esempio di un lezionario del passato.

Si ritiene auspicabile l’eutanasia per gli esemplari ritenuti non idonei alle cure palliative (articolo 3, comma 5): “Il Vescovo (…) proceda, nelle parrocchie personali canonicamente erette a beneficio di questi fedeli, a una congrua verifica in ordine alla effettiva utilità per la crescita spirituale, e valuti se mantenerle o meno”.

La riserva viene inoltre del tutto rimossa, poiché scompare la commissione Ecclesia Dei (articolo 6): “Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, a suo tempo eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, passano sotto la competenza della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”.

Vietato ai migranti
Mentre il Papa continua a trattare con tutti i tipi di migranti, le carceri che ha istituito hanno confini recintati che non possono essere attraversati dall’esterno.

Per essere sicuro di non vedere allestite nuove riserve, il Papa vieta ogni estensione del carcere (articolo 3, comma 6): “Il vescovo (…) avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi”.

Questa misura è anche simile alla sterilizzazione: questi selvaggi del passato devono scomparire, è vietato loro riprodursi e perpetuare la loro specie.

Tale sterilizzazione riguarda anche i sacerdoti che saranno ordinati in futuro (articolo 4): “I presbiteri ordinati dopo la pubblicazione del presente Motu proprio, che intendono celebrare con il Missale Romanum del 1962, devono inoltrare formale richiesta al Vescovo diocesano, il quale prima di concedere l’autorizzazione consulterà la Sede Apostolica”.

Quanto ai sacerdoti che già beneficiano di un’autorizzazione, dovranno ora rinnovare il loro lasciapassare “celebrativo”, che è assimilabile a un visto provvisorio (articolo 5): “I presbiteri i quali già celebrano secondo il Missale Romanum del 1962, richiederanno al Vescovo diocesano l’autorizzazione per continuare ad avvalersi della facoltà”.

Quindi, se si tratta di reprimere, ridurre o anche distruggere gruppi, i vescovi hanno carta bianca, ma se occorre autorizzare, il Papa non si fida di loro: occorre passare per Roma.

Mentre decine di sacerdoti, spesso sostenuti dai loro vescovi, scherniscono la Congregazione per la Dottrina della Fede “benedicendo” le coppie omosessuali, senza alcuna reazione romana, se non una velata approvazione di Francesco attraverso il suo messaggio a padre Martin, i futuri sacerdoti saranno strettamente sorvegliati se desiderano celebrare la Messa di san Pio V.

Ovviamente è più facile nascondere la propria mancanza di autorità terrorizzando i fedeli che non resisteranno, che ridurre lo scisma tedesco. Sembra che non ci fosse niente di più urgente che colpire questa parte del gregge…

Vaccinazione contro il lefebvrismo
La grande paura della contaminazione del virus lefebvriano è esorcizzata dal vaccino Vat. II – del Laboratorio Moderno – obbligatorio (articolo 3, comma 1): “Il Vescovo (…) accerti che tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici”.

E tutto ciò che potrebbe essere fonte di potenziale contagio viene spietatamente eliminato (art. 8): “Le norme, istruzioni, concessioni e consuetudini precedenti, che risultino non conformi con quanto disposto dal presente Motu Proprio, sono abrogate”.

Trascinato dal suo entusiasmo, il Papa arriva quasi a dire che la Messa antica sia il virus da cui proteggersi. Così, all’articolo 1 si afferma: “I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano”.

Se il Novus ordo è l’unica espressione della lex orandi, come qualificare la Messa tridentina? È in uno stato di imponderabilità liturgica o canonica? Non ha lo stesso diritto al posto ancora occupato dal rito domenicano, ambrosiano o lionese nella Chiesa latina?

Questo sembra emergere da quanto afferma il Papa nella lettera che accompagna il motu proprio. Senza apparenti sospetti del paralogismo che commette, scrive: “Mi conforta in questa decisione il fatto che, dopo il Concilio di Trento, anche san Pio V abrogò tutti i riti che non potessero vantare una comprovata antichità, stabilendo per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum. Per quattro secoli questo Missale Romanum promulgato da san Pio V è stato così la principale espressione della lex orandi del Rito Romano, svolgendo una funzione di unificazione nella Chiesa.”

La conclusione logica che segue da questo confronto è che questo rito deve essere mantenuto. Tanto più che la bolla Quo primum di san Pio V lo protegge da ogni attacco.

Ciò è stato confermato anche dalla commissione cardinalizia riunita da Giovanni Paolo II, che ha affermato quasi all’unanimità (8 su 9) che un vescovo non può impedire a un sacerdote di celebrarla, dopo aver osservato all’unanimità che non era mai stata vietata.

E ciò che papa Benedetto XVI ha accettato e fatto proprio nel Summorum pontificum.

Ma per Francesco gli antichi riti mantenuti da san Pio V, compresa la cosiddetta Messa tridentina, non hanno alcun valore unificante, a quanto pare. Il nuovo rito e solo quello, con i suoi cinquant’anni di esistenza, le sue infinite varianti e i suoi innumerevoli abusi, è capace di dare unità liturgica alla Chiesa. Il controsenso è lampante.

Tornando alla sua idea di eliminazione della specie, il Papa scrive ai vescovi: “Spetta soprattutto a Voi operare perché si torni a una forma celebrativa unitaria, verificando caso per caso la realtà dei gruppi che celebrano con questo Missale Romanum”.

Una legge nettamente contraria al bene comune
L’impressione generale che emerge da questi documenti – motu proprio e lettera di accompagnamento del Papa – è di settarismo unito a un palese abuso di potere.

La Messa tradizionale appartiene alla parte più intima del bene comune della Chiesa. Reprimerla, gettarla nei ghetti e pianificarne infine la scomparsa, non può avere alcuna legittimità. Questa legge non è una legge della Chiesa perché, come dice san Tommaso, non esiste una legge valida contro il bene comune.

C’è anche, nei dettagli, un’evidente sfumatura del risentimento manifestato da alcuni esaltati della riforma liturgica contro la messa tradizionale. Il fallimento di questa riforma è sottolineato, come in chiaroscuro, dal successo della Tradizione e della Messa tridentina.

Ecco perché non possono sopportarla. Senza dubbio, immaginano che la sua totale scomparsa farà tornare i fedeli nelle chiese svuotate del sacro. Tragico errore. Il magnifico sviluppo di questa celebrazione degna di Dio sottolinea solo la loro indigenza: non è la Messa tridentina la causa della desertificazione prodotta dal nuovo rito.

Resta il fatto che questo motu proprio, che prima o poi finirà nell’oblio della storia della Chiesa, non è di per sé una buona notizia: segna un arresto nella riappropriazione della sua Tradizione da parte della Chiesa, e ritarderà la fine della crisi che dura ormai da più di sessant’anni.

Quanto alla Fraternità San Pio X, vi trova un nuovo motivo di fedeltà al suo fondatore, monsignor Marcel Lefebvre, e di ammirazione per la sua lungimiranza, la sua prudenza e la sua fede.

Mentre la Messa tradizionale è in via di estinzione e le promesse fatte alle società Ecclesia Dei sono così mal mantenute, essa trova nella libertà lasciatale dal Vescovo di Ferro la possibilità di continuare a lottare per la fede e per il regno di Cristo Re.

Fonte: fsspx.news

Foto: © Antoine Mekary | Dreamstime.com

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