“Potete prendere il mio corpo, non la mia anima”

Cari amici di Duc in altum, il Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis mi ha inviato il contributo che qui vi propongo.

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Il tempo del combattimento

Ci accusarono di difendere posizioni perdute, rispondemmo che non era un motivo sufficiente per noi per abbandonarle

Ernst von Salomon

Seppur nella loro drammatica, immediata incidenza, consideriamo essere soltanto mere “tappe” intermedie, lungo l’ancora in itinere programma della metastorica Sovversione anticristica (o del Great Reset, se vogliamo dirla in termini storici), i due recenti e quasi concomitanti provvedimenti posti in atto con emblematica sintonia:

  1. sul fronte sociale: la coercitiva e scientificamente ingiustificata spinta alla vaccinazione di massa, nonché l’adozione impositiva e discriminante del cosiddetto Green Pass;
  2. su quello ecclesiale: il motu proprio Traditionis custodes, ben noto nei suoi contenuti supportati da motivazioni del tutto pretestuose e, proprio per questo, altamente rivelatrici di un intento ideologico piuttosto che pastorale.

Essi hanno suscitato alcune considerazioni che qui proponiamo, a titolo di testimonianza.

Prima o poi nella vita – e spesso più di una volta – si deve tracciare una “Linea del Piave” ovvero, se l’immagine è più congeniale, un “Vallo di Adriano” o una “difesa di Vienna”; arroccarsi lì e scrivere sulla fascia legata al proprio braccio sinistro, quello cioè più vicino al Cuore (mentre il braccio destro saldamente impugna la Spada): “Anche se tutti, io no. Potete prendere il mio corpo, non la mia anima”.

Migliaia di uomini e donne, in ogni epoca, su un fronte o sull’altro, hanno messo in gioco la propria tranquilla sicurezza, i propri agi, i propri affetti e la vita stessa – spesso perdendola – per i principi, i valori e gli ideali in cui credevano.

A noi cristiani è stato peraltro posto come obiettivo, in quanto precipuo senso della nostra missione e della nostra testimonianza, quello di essere “sale della terra” (Mt 5,13; Mc 9,50; Lc 14,34): immagine che ben esprime il doveroso mantenimento, assoluto e radicale, della nostra fedeltà a Cristo Signore.

Oppure anche noi allora, cattolici in questi tempi escatologici, apparteniamo a quella categoria antropologica che il filosofo, scrittore, poeta e politico Miguel de Unamuno ha definito dell’homo insipidus?

Se la risposta è sì, non dobbiamo far nulla: solo adattarci di volta in volta ai diktat di questo potere sempre meno occulto e sempre più identificabile per il tanfo di zolfo che emana. Un imperium rovesciato, che nella propria luciferina perversione sta realizzando una malata ed invertita sinergia tra un potere temporale tirannico ed un’autorità spirituale divenuta succube – e per questo anche complice – di una cultura totalmente secolarizzata in senso anticristico.

Imperium perverso, dunque, codesto. Vero e proprio biblico Leviathan che si propone come essere la perfetta antitesi di Melkitsedeq: il misterioso Re e Sacerdote, figura di Cristo Signore. Esso, per fini scellerati, si è sostituito all’unico vero e legittimo Sacrum Imperium, scimmiottando malignamente l’Ordine della Società Organica, ossia di quella Societas Christiana che, nella sua forma più perfetta, è stata così magnificamente dipinta da Sua Santità Leone XIII nell’enciclica Immortale Dei: «Vi fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava la società: […] quando la religione fondata da Gesù Cristo, collocata stabilmente a livello di dignità che le competeva, ovunque prosperava, col favore dei Principi e sotto la legittima tutela dei magistrati; quando Sacerdozio e Impero procedevano concordi e li univa un fausto vincolo di amichevoli e scambievoli servigi. La società trasse da tale ordinamento frutti inimmaginabili».

Ma se la risposta alla suddetta domanda è invece no, dobbiamo allora tracciare, hic et nunc, il nostro “Vallo”, scrivere sul nostro braccio sinistro, proprio lì ove vorrebbero inserire un ago: “Anche se tutti, io no!”.

Vale qui riportare un passo di Isacco di Ninive, laddove insiste su quale sia il senso assoluto della “lotta spirituale”: «Questo mondo è la palestra della lotta e lo stadio della corsa; e questo tempo è il tempo del combattimento. E il luogo del combattimento e il tempo della lotta non sono soggetti a una legge. Ciò significa che il re non ha posto un limite ai suoi lavoratori, finché non sia finita la lotta e non siano tutti radunati nel luogo del Re dei re. Lì sarà esaminato colui che ha perseverato nella battaglia e non ha ricevuto sconfitta, e colui che non ha voltato le spalle. Infatti, quante volte è accaduto che un uomo buono a nulla, che a causa della sua mancanza di esercizio era costantemente battuto e gettato a terra, e che era sempre in uno stato di fragilità, abbia afferrato lo stendardo dell’accampamento dei figli dei valorosi, e il suo nome sia diventato famoso più di quello di coloro che erano stati diligenti, di coloro che si erano distinti, degli abili e degli istruiti, e abbia ricevuto la corona e doni più preziosi di quelli dei suoi compagni».

E chiudiamo con un monito di Dante: «Se mala cupidigia altro vi grida, / uomini siate, e non pecore matte, / sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida! Non fate com’agnel che lascia il latte / de la sua madre, e semplice e lascivo / seco medesmo a suo piacer combatte!» (Par. V, 79-84).

Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis

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