Lettera ad Aurelio Porfiri sul Ribelle (che se ne va nel bosco)

di Aldo Maria Valli

Caro Aurelio,

fai bene a ricordare che abbiamo la necessità di guardare tutti, consacrati e laici, ad Orientem. Per troppo tempo abbiamo puntato l’attenzione sull’uomo, dimenticando Dio o mettendolo in secondo piano. Il problema della liturgia post-conciliare sta tutto lì: l’uomo al posto di Dio, con la pretesa di rendere lo spazio-tempo del sacro uguale a quello del profano, senza distinzioni. Ma Dio non ci chiede di rendere tutto uguale: ci chiede, al contrario, di distinguere, di separare (n proposito ricordo un tuo scritto significativo).

Tra cattolici si parla spesso di discernimento, ma forse abbiamo dimenticato il vero significato di questo termine. Quando si dice che è importante discernere, in genere si intende dire che bisogna adeguare la Parola di Dio all’uomo, perché risulti meno dura e imperiosa. Invece discernere viene dal latino cernere, che significa separare, distinguere, setacciare. Separare che cosa? Letteralmente, la pula dal seme, la zizzania dal buon grano. E cernere a sua volta viene dal greco krinein, appunto separare e quindi scegliere, decidere (il che ci fa capire, fra l’altro, che il momento della crisi non necessariamente equivale a peggioramento, ma è momento di scelta, di svolta).

L’antropocentrismo di matrice illuministica, penetrato nella teologia, è sfociato nella liturgia consegnandoci una Messa che è più assemblea che sacrificio, più convegno umano che culto divino.

Ma vorrei tornare, se me lo permetti, su Jünger e sulla sua idea di “andare nel bosco”, attorno alla quale sto ragionando.

Ho accennato in precedenza alla necessità, a fronte di una Chiesa che troppo spesso non conserva il buon seme e non rende un culto degno a Dio, di diventare, noi fedeli, un po’ “guerriglieri”. Mi rendo conto che il concetto è profondamente estraneo alla nostra sensibilità di figli della Chiesa, ma lo uso, in modo provocatorio, per dire che nel momento in cui la Chiesa, in quanto istituzione, fin dai suoi vertici sceglie strade che, con tutta evidenza, non sono in linea con la retta dottrina e nemmeno con il semplice buon senso, dobbiamo in un certo modo renderci capaci di “andare nel bosco” come, appunto, il Ribelle.

Con la parola “Ribelle” è stato reso in italiano il tedesco Waldgänger, colui che passa al bosco, ovvero si dà alla macchia (l’espressione risale a un’usanza dell’antica Islanda dove nell’Alto Medioevo i proscritti, i fuorilegge e i ribelli si riunivano in luoghi remoti e lì conducevano una vita libera ma alquanto rischiosa). Ebbene, il mio guerrigliero e il Ribelle di Jünger hanno proprio questo in comune: a fronte di un’istituzione che appare dimentica di se stessa e della sua origine, che non propone più la via per la salvezza dell’anima ma insegue le idee del mondo in vista di una presunta salute psicofisica, che non si occupa più dell’aldilà (morte, giudizio, inferno, paradiso) ma parla prevalentemente dell’al di qua (ecologia, economia, sviluppo, solidarietà), che non fornisce una visione alternativa a quella secolarizzata ma si appiattisce sull’umanitarismo, e nel momento in cui questa deviazione è fatta propria dalla netta maggioranza di chierici e laici, ecco che colui che ha a cuore l’anima ben più del corpo e la vita interiore ben più dell’efficienza fisica, è di fatto costretto ad “andare nel bosco”. Significa sganciarsi, diventare una voce fuori dal coro, procedere in solitudine, senza aderire più alle grandi e vacue narrative e pianificazioni istituzionali, ma cercando la Verità.

Nota bene: andare nel bosco non è una fuga. Anzi, è una scelta virile di resistenza. Se l’istituzione non salva più il seme, qualcuno deve farlo. Ben sapendo che tutto ciò comporta rischio e sacrificio. Non solo perché nel bosco non sono disponibili le comodità del centro abitato, ma perché l’istituzione è abile nell’identificare il Ribelle, il guerrigliero, e nel rendergli la vita difficile.

Insisto: non è una fuga. È una forma di resistenza estrema, attuata quando è ormai chiaro che l’istituzione ha preso la via del tradimento e dell’apostasia.

Anche per il cattolico vale una legge umana generale: è più facile, gratificante e rassicurante rimettersi agli apparati e alle narrative condivise, affidandosi ai loro piani e alle loro parole d’ordine, piuttosto che procedere soli o con pochi amici cercatori della Verità in un mare dominato dall’ambiguità e dalla menzogna. Ma ora è il momento di abbandonare gli apparati, sapendo che da lì non arriva la salvezza dell’anima, che da lì arrivano parole adulterate. Sta a ciascuno decidere se restare al riparo dell’apparato, con la comodità conseguente, o prendere la via del bosco.

Spesso il passaggio al bosco segue la messa al bando e dunque è scelta obbligata. Ma, anche così, è scelta di libertà. È resistenza. È tentativo di non lasciarsi inghiottire. Ed è proprio nel bosco, alle prese con bisogni primari, che si oltrepassa la linea: la vita appare per ciò che è, senza inutili orpelli, e si ha finalmente la possibilità di dedicarsi a ciò che conta, a partire dalla riflessione sulla morte.

Anche la Chiesa, in quanto istituzione, può comportarsi come il Leviatano e minacciare il ribelle che non sta al gioco. Ma questo è solo un motivo in più per scegliere il bosco.

Io, ovviamente, mi auguro di non essere costretto, un giorno, a “passare al bosco” in senso letterale, ma la piega presa dalla storia mi spinge a sentirmi sempre più nel bosco, già ora e già da tempo, in senso culturale, politico, spirituale e religioso.

Quando il papa produce un documento come Traditionis custodes, con il quale si accanisce contro la Santa Messa apostolica romana e, dunque, contro secoli di fede espressa attraverso la liturgia, credo sia inevitabile sentirsi nel bosco. Ho incominciato a sentirmi così dopo Amoris laetitia, e da allora il bosco è la mia casa. Jünger nel Trattato del Ribelle scrive che la via del bosco è inevitabile per quelli che non si lasciano abbindolare. Lo sto sperimentando.

Ma lo stesso discorso si può fare sul piano civile. Quando uno Stato introduce un provvedimento come il Green Pass, con il quale discrimina apertamente un’intera porzione dei suoi cittadini facendoli diventare di serie B e, così facendo, diventa a tutti gli effetti un regime dispotico (nel mio Virus e Leviatano mi sono occupato di questa trasformazione da sistema liberale democratico a dispotismo sostanziale su base sanitaria e pseudoscientifica), la via del bosco è obbligatoria. Si esce da un certo ordine culturale e politico, da un modo di pensare (o meglio, di non pensare), da un certo tipo di narrativa, e si entra in un’altra dimensione. Che è minoritaria e un po’ sotterranea, ma nella quale è ancora possibile essere e comportarsi come gli apoti di Prezzolini. Apoti: ovvero quelli che non se la bevono.

Essere nel bosco, per me, significa, ad esempio, evitare di informarmi attraverso la televisione e i giornali che normalmente sono definiti mainstream, ma che io preferisco definire dogmatici, perché a tutti gli effetti propalano gli assiomi del Nuovo Ordine Mondiale pretendendo che vadano accolti e accettati come verità indiscusse e indiscutibili.

Termino con una citazione dal Trattato del Ribelle: “Assai sospetto, e dunque da considerare con estrema vigilanza, è l’intervento crescente che, di solito con pretesti filantropici, lo Stato esercita sull’organizzazione sanitaria”. Queste parole furono scritte nel 1951. Quando l’intellettuale fa il suo mestiere, e non il manutengolo di corte, sa essere incredibilmente lungimirante.

 

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