Il primato del bene comune non giustifica la “sanitocrazia”

di Guido Vignelli

I due presupposti dell’attuale politica sanitaria

La drastica politica sanitaria contro il virus cinese, ormai messa in atto da un anno e mezzo da molti Governi nazionali, specialmente da quello italiano, spesso viene giustificata in base a due presupposti, il primo di fatto, il secondo di diritto.

Primo presupposto: la sopravvivenza della popolazione mondiale è messa in pericolo dalla più pericolosa pandemia della storia, quella da CoViD-19, dalla quale dobbiamo salvarci ad ogni costo. possiamo salvarci solo.

Secondo presupposto: la salvezza del bene comune globale esige che le autorità nazionali e internazionali impongano per legge ai popoli le più severe, invasive e capillari misure, sia preventive che repressive, non solo nel campo sanitario ma anche in tutti gli altri settori vitali, anche a costo di sospendere le libertà civili e costituzionali.

Non avendo competenza in campo sanitario, tralascio qui il primo presupposto, sul quale peraltro la stessa classe medica è discorde, e resto convinto che la politica sanitaria in corso miri a imporre il great reset e la “transizione ecologica” della società.

Mi preme invece di esaminare il secondo presupposto, ormai sostenuto anche da ambienti cattolici in nome della coerenza con la dottrina sociale della Chiesa. Infatti, secondo loro, negarlo comporta pretendere che i diritti individuali debbano prevalere sul bene comune – o, come oggi si dice, sulla “solidarietà sociale” – scivolando quindi in una forma di permissivismo o liberalismo. Ma è proprio così? Vediamo.

Il bene comune ridotto alla sopravvivenza fisica

Innanzitutto, bisogna notare che il secondo presupposto citato non si limita ad affermare che il bene comune di una società debba prevalere sul bene e sui diritti individuali dei suoi membri – il che sarebbe ovvio e pacifico – ma afferma qualcosa di molto più preciso.

Infatti, quel presupposto pretende che il supremo bene comune di una società consista in quella integrità sanitaria che assicura la sopravvivenza fisica della cittadinanza; l’antico motto romano “salus reipublicae suprema lex” viene così inteso come “la pubblica sanità è la suprema esigenza dello Stato”. Pertanto, alla pubblica sanità bisognerebbe sacrificare tutto, perfino quei valori spirituali che caratterizzano la civiltà di un popolo (ossia santità, saggezza, moralità, giustizia, libertà e fedeltà); la salute corporea avrebbe diritto di prevalere su tutti gli altri elementi che compongono il bene comune di una nazione, compresi quelli spirituali (ossia religiosi, morali, giuridici, politici, artistici e educativi).

Di conseguenza, rovesciando il saggio ammonimento di Giovenale (Satire, III, 8, vv. 83-84), la sopravvivenza fisica imporrebbe di perdere le ragioni e i fini per cui si vive; rovesciando il sacro ammonimento evangelico (Lc IX, 25), la salvezza dell’anima non varrebbe il mettere in pericolo la salute del corpo; si vada pure in rovina e all’Inferno, purché si abbia vissuto immuni da malattie!

I beni spirituali sacrificati a quelli materiali

Questa riduzione del bene comune alla pubblica sanità è oggi giustificata dalla cultura dominante e particolarmente dal cosiddetto salutismo, secondo il quale la salute fisica è il sommo bene e quindi il fine ultimo dell’uomo. I valori spirituali e perfino religiosi devono essere posti al servizio della suprema esigenza di assicurare salute e sopravvivenza fisiche della comunità. Pertanto, paradossalmente, la “qualità della vita” promossa dalla cultura materialistica si riduce a una “vita senza qualità”, ossia senza ideali, fini e beni che la rendano degna di essere vissuta.

Il salutismo tende, da una parte, a sacrificare l’identità spirituale e la coscienza civile di un popolo alla sua mera sopravvivenza fisica; dall’altra parte, tende a dividere la società tra i puri, ossia tra gli eletti che si adeguano al modello di risanamento sociale, e gl’impuri, ossia i reprobi che vi si sottraggono favorendo la contaminazione sociale.

Il salutismo porta all’estremo il processo di artificiosa medicalizzazione della vita umana e favorisce quella “socializzazione della corporeità”, avviata dai circoli sessantottini, che ieri ha giustificato le pratiche del pansessualismo e del trapiantismo e domani giustificherà quelle del transumanesimo.

Un celebre motto di Chesterton affermava: “il vero pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto tranne la ragione; parallelamente, oggi si potrebbe provocatoriamente affermare: “il vero malato non è colui che ha perso la salute, ma è colui che ha perso tutto tranne la salute”.

I doveri e diritti civili subordinati alla salute fisica

Orbene, se la salute fisica costituisce il summum bonum e una epidemia costituisce il summum malum da evitare ad ogni costo, la società deve adeguarsi a un astratto modello salutista che impone di sacrificare beni, libertà e attività spirituali alle esigenze della sicurezza sanitaria.

I sacerdoti del salutismo si ritengono incaricati della missione di salvare il mondo in pericolo mediante un esperimento globale di purificazione sociale realizzato dalle tecniche mediche, farmaceutiche ed ecologiche. Pertanto, essi pretendono che l’autorità politica, in quanto suprema tutrice della pubblica sanità, imponga di sospendere, anche a tempo indeterminato, l’esercizio di tutte quelle facoltà e attività che contrastano con quell’esperimento purificatore. Inoltre, nella preoccupazione di “proteggere il cittadino da sé stesso”, essi pretendono che lo Stato gli proibisca di fare tutto ciò che potrebbe diventare occasione di diventare impuro e di contagiare i puri.

Bisogna notare che questi divieti sospendono il concreto esercizio non solo dei diritti civili di libertà, ma anche di quei doveri di solidarietà sociale e di quei legami sociali vitali (nazionali, locali, familiari, assistenziali, docenti, economici) che assicurano non solo la tenuta delle relazioni comunitarie, ma anche il mantenimento della identità culturale, della dignità morale e della unità politica di una nazione.

Alcuni obiettano che, nonostante tutto questo, l’autorità pubblica – bontà sua! – concede ancora ai cittadini di esercitare alcuni diritti, come quelli di comunicare, circolare, visitare, studiare, lavorare, divertirsi, insomma vivere; ma queste libertà vengono sottoposte alle sempre più severe restrizioni dettate da esigenze non solo sanitarie ma anche di ordine pubblico.

Il regime politico della sanitocrazia

L’idolo della salute fisica impone il rito dell’assoluta sicurezza sanitaria alla quale bisogna sacrificare ogni certezza, bene, valore e diritto; di conseguenza, l’ideologia salutista si concretizza nel sistema politico e giuridico della sanitocrazia, producendo notevoli conseguenze sociali all’insegna del motto “salus corporum suprema lex”.

Il regime sanitocratico tende a organizzare un panopticon statale, ossia un invasivo e capillare controllo alla cui vigilanza tutto sarà sottoposto e al cui intervento nulla sarà sottratto, nemmeno la vita privata famigliare e individuale. Non c’è quindi da stupirsi se oggi la propaganda salutista proponga il totalitarismo cinese come modello di previdenza sanitaria, efficienza terapeutica e solidarietà sociale.

Le facoltà e i relativi permessi burocratici necessari per conservare molti diritti civili al fine di vivere una vita normale saranno riservati ai soli “cittadini coscienziosi e responsabili”, ossia agli eletti che avranno accettato di essere immunizzati, risanati e controllati come minorenni posti sotto perenne tutela.

Per contro, i reprobi che resteranno dissidenti o refrattari od oppositori alla sanitocrazia subiranno una sorta di apartheid mediante discriminazioni, declassamenti ed emarginazioni; gl’irriducibili verranno perseguitati violentemente, ad esempio internandoli in “campi di rieducazione alla solidarietà” per subire trattamenti psico-sanitari obbligatori al fine di guarire dalla loro “asocialità”.

I vari “comitati tecnico-medici”, emanati al fine di dare un’apparenza scientifica all’esperimento sociale già in corso, sono eredi di quel Comitato di Salute Pubblica che imperversò al tempo della Rivoluzione Francese, o di quegl’istituti di rieducazione psicologica che imperversarono al tempo dei regimi comunisti. Se l’antico motto di san Paolo era “chi non lavora non mangi” e quello di Lenin era “chi non obbedisce non mangi”, la sanitocrazia oggi afferma: “chi non s’immunizza non viaggi, non studi, non lavori, non mangi, insomma non viva”.

Il bene comune non è sacrificabile alla sanità pubblica

Gli errori della teoria salutista e gli orrori della pratica sanitocratica ci permettono di ricuperare il vero concetto di bene comune della società, oggi corrotto sia dall’individualismo liberale-libertario che dal collettivismo socialista ed ecologista.

Sappiamo che l’uomo è “sociale per natura”. Ciò significa che l’uomo non è accidentalmente sociale, altrimenti gli uomini potrebbero fare a meno della società, riducendola a una convenzione artificiosamente stabilita dagl’individui per loro convenienza. D’altra parte, però, l’uomo non è sostanzialmente sociale, altrimenti la società potrebbe fare a meno degl’individui, riducendoli a una manifestazione accidentale della collettività. Invece l’uomo è naturalmente sociale, ossia è necessariamente componente di una qualche società, a partire da quella familiare che lo procrea, alleva e educa, per finire con la Chiesa, che lo santifica e lo salva.

Il bene comune non è una somma di beni particolari né un compromesso tra quelli individuali, ma è quel bene globale che è condizione necessaria per armonizzare e ordinare gerarchicamente i beni particolari e individuali, al fine di ottenere l’umana perfezione e felicità. Pertanto, essendo superiore ai beni dei suoi componenti e delle sue parti, il bene comune di una società deve prevalere su di loro e anzi metterli al proprio servizio, per quanto possibile, altrimenti la società scivola nel conflitto permanente e rischia di dissolversi.

Tuttavia, «il bene comune non può essere determinato da concezioni arbitrarie, né può ricevere la sua norma primaria dalla prosperità materiale della società, ma piuttosto dall’armonico sviluppo e dalla naturale perfezione dell’uomo, alla quale la società è destinata, quale mezzo, dal suo Creatore» (Pio XII, Summi pontificatus, enciclica del 20 ottobre 1939).

Il bene comune risulta dalla gerarchica composizione degli elementi che lo compongono, ossia quando tutti i beni materiali sono posti al servizio di quelli spirituali e questi al servizio di quelli soprannaturali al fine di favorire la salvezza eterna, come stabilisce la Legge divina (cfr. E Colom, Scelti in Cristo per essere santi, vol. IV, Morale sociale, Pontificia Università della Santa Croce, Roma 2008, p. 120).

Insomma, il bene comune fa sì che «tutti i membri della vita associata possano vivere secondo le esigenze della norma morale di condotta e quindi raggiungere il proprio fine soprannaturale e la felicità eterna» (G. B. Guzzetti, La morale cattolica, Marietti, Torino 1965, vol. III, p.125).

In concreto, nel loro settore di competenza e secondo le loro possibilità, le umane associazioni hanno il dovere di facilitare la salvezza delle anime dei propri componenti, al fine di rendere gloria a Dio come summum bonum in quanto Creatore, Redentore e Santificatore dell’umanità.

In conclusione: se una pubblica autorità, sia essa politica o ecclesiastica, pretende di sacrificare un bene spirituale o soprannaturale a un bene materiale o naturale, fosse pure quello sanitario, essa viola sia il diritto e l’ordine naturale che quello rivelato e cristiano. Pertanto, la legittimità morale, giuridica e politica di quell’autorità può e deve perlomeno essere messa in questione.

Fonte: vanthuanobservatory.org

 

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