“Traditionis custodes” / I superiori degli istituti tradizionali faranno il punto

di Edward Pentin 

I superiori generali degli istituti apostolici che celebrano esclusivamente il Santo Sacrificio della Messa secondo la forma tradizionale del rito romano si riuniranno la prossima settimana per discutere il nuovo decreto di papa Francesco che limita l’uso antico della sacra liturgia. L’incontro fa seguito all’uscita a luglio di Traditionis custodes (Custodi della Tradizione), lettera apostolica di Francesco emessa motu proprio che limita la celebrazione della forma più antica del rito latino.

Padre Andrzej Komorowski, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP), annuncia che i superiori stanno per riunirsi “per scambiare punti di vista e vedere cosa possiamo fare insieme”. Aggiunge che l’idea è venuta dai superiori locali degli istituti tradizionali in Francia subito dopo la pubblicazione della Traditionis custodes. 

Mentre ci sono state speculazioni su ulteriori restrizioni vaticane sugli istituti, padre Komorowski  sottolinea che la discussione prevista per la prossima settimana si basa su rapporti che per quanto non confermati hanno reso l’incontro “più urgente e potrebbero anche averlo accelerato”.

La Fraternità San Pietro è il più grande dei tre istituti internazionali tradizionali di vita apostolica che celebrano la messa nella forma straordinaria del Rito Romano, la forma della messa universalmente utilizzata per quasi cinquecento anni prima delle riforme di papa san Paolo VI. Gli altri due istituti sono l’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSP) e l’Istituto del Buon Pastore (IBP).

Con la pubblicazione, il 16 luglio scorso, della Traditionis custodes, papa Francesco ha stabilito ampie restrizioni alla celebrazione della messa tradizionale in latino, andando in senso contrario rispetto ai precedenti decreti papali che avevano liberalizzato la Messa celebrata prima delle riforme liturgiche seguite al Concilio Vaticano II e limitandone la pratica. In particolare, ai vescovi è stata data “competenza esclusiva” per autorizzare la messa e vengono istruiti a trovare luoghi alternativi per i gruppi che la praticano senza creare nuove parrocchie.

Sotto Traditionis custodes la responsabilità degli istituti tradizionali è stata trasferita dalla Congregazione per la dottrina della fede alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, il cui prefetto, il cardinale brasiliano João Braz de Aviz, quando era arcivescovo di Brasilia veniva considerato un “nemico” della forma più antica della Messa.

Il papa ha detto di aver preso l’iniziativa poiché riteneva che le riforme liberalizzanti di papa san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI della forma più antica della Messa fossero state sfruttate per creare divisione. Si è anche detto “addolorato” che l’uso del messale del 1962 abbia portato ad abusi, “spesso caratterizzati” da un rifiuto del Concilio e dalle riforme liturgiche che ne sono seguite.

Il motu proprio di Francesco ha suscitato sgomento tra gli aderenti alla messa latina tradizionale, che considerano ingiustificato il giro di vite sull’antica sacra liturgia ed eseguito in modo ingiustificatamente rapido e duro. Ma fino ad oggi solo una piccola minoranza di vescovi ha soppresso in tutto o in parte la celebrazione del rito latino tradizionale nelle proprie diocesi; la maggior parte ha permesso di continuare senza restrizioni.  

Secondo recenti speculazioni, il Vaticano prevede di vietare agli istituti tradizionali di ricevere candidati al sacerdozio fino a quando ciascuno di essi non avrà ricevuto una visita canonica o apostolica dal Vaticano.

I critici della Traditionis custodes sostengono che il Vaticano produrrà un documento, forse già il prossimo mese, sull’applicazione generale della Traditionis custodes che potrebbe inasprire le restrizioni.

Nei commenti rilasciati al National Catholic Register il 25 agosto, padre Komorowski ha affermato di presumere che una visita potrà aver luogo “perché è una procedura normale” e perché la Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica “non conosce i nostri istituti e probabilmente vuole conoscerci meglio”. Ma sulla possibile restrizione all’accettazione di nuovi candidati, ha affermato che si tratta “finora solo di voci su Internet”, arrivate non da “una fonte ufficiale”, e quindi è “molto difficile avere una strategia chiara su come rispondere” al momento. Ha aggiunto che, in ogni caso, il motu proprio non ha avuto “finora alcun effetto immediato” e non si aspetta cambiamenti sotto vescovi favorevoli alla messa tradizionale.

Lui e i suoi colleghi superiori degli altri due istituti – spiega padre Komorowski – non sono stati convocati in Vaticano come alcuni hanno ipotizzato. “Non siamo stati informati di un simile incontro a Roma. Finora non abbiamo avuto contatti ufficiali né informali con la Congregazione”.

La Sala Stampa della Santa Sede e il cardinale Braz de Aviz non hanno risposto alle richieste del National Catholic Register che chiedeva di confermare o smentire le notizie. Ma un alto funzionario vaticano ha detto al NCR che ritiene che tali restrizioni sui candidati al sacerdozio siano improbabili, che è “troppo presto” per la pubblicazione di un documento sulla questione e che i rapporti vanno attribuiti a “sfortunate speculazioni”.

Le preoccupazioni per le possibili mosse di papa Francesco per limitare gli istituti tradizionali risalgono al 2016, quando la Congregazione per il clero pubblicò una nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, principi fondamentali per la formazione sacerdotale.

L’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Beniamino Stella, ha affermato che il documento proponeva una sola formazione sacerdotale che doveva applicarsi a tutti gli istituti di vita apostolica, compresi quelli tradizionali raccolti “nella Pontificia commissione Ecclesia Dei, fondata da san Giovanni Paolo II nel 1988 in parte per ospitare questi istituti.

Ulteriori indicazioni sono emerse nel 2019 quando Francesco ha soppresso la Pontificia commissione Ecclesia Dei. Il suo segretario, l’arcivescovo Guido Pozzo, fu mandato a fare l’economo del coro della Cappella Sistina e non venne sostituito, mentre i compiti della commissione furono assunti da una “sezione speciale” della Congregazione per la dottrina della fede.

A seguito della pubblicazione della Traditionis custodes, tre dei quattro funzionari che lavoravano in quella sezione sono stati licenziati e sono iniziati i lavori per trasferire le responsabilità e gli archivi della sezione alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, un processo da completare entro ottobre.

Il motu proprio di Francesco è arrivato in un momento in cui gli istituti tradizionali stanno mostrando almeno da due decenni una crescita significativa, in controtendenza rispetto al resto della Chiesa, con un numero di vocazioni in costante aumento e una crescente partecipazione alla messa.

Nel novembre 2020 la Fraternità Sacerdotale San Pietro, fondata nel 1988, contava 330 sacerdoti, triplicati dal 2001, e 162 seminaristi. Nel maggio 2020 l’Istituto Cristo Re, fondato nel 1990, contava 120 sacerdoti, cento seminaristi e una presenza in dodici paesi, mentre l’anno scorso l’Istituto del Buon Pastore, fondato a Roma nel 2006, contava 48 sacerdoti in dieci paesi.

“Ogni istituto ha un’alta frequentazione di giovani e giovani famiglie”, osserva un sacerdote tradizionalista con sede a Roma. “Queste persone di ogni estrazione ed età sono immediatamente attratte dalla pura e trasparente cattolicità della messa in tutta la sua semplicità, con lo scopo di lodare Dio e promuovere la vita interiore, consapevoli della necessità di abbandonare il peccato e vivere in uno stato di grazia e riparazione in compagnia dei santi di Dio”.

Ma papa Francesco ha emesso la Traditionis Custodes dopo aver “considerato attentamente” i risultati di un sondaggio in nove punti che la Congregazione per la dottrina della fede ha inviato ai vescovi lo scorso anno per valutare l’attuazione del Summorum pontificum, il motu proprio di Benedetto XVI del 2007 che liberalizza la Messa tradizionale.

Quel sondaggio, che si ritiene contenga alcuni resoconti degli abusi e delle strumentalizzazioni a cui Francesco accenna nella lettera di accompagnamento al motu proprio, non è mai stato reso pubblico ed è improbabile che lo sarà. L’alto funzionario vaticano dice al NCR che il sondaggio è “in possesso del Santo Padre, è sub secreto [sotto segreto pontificio] e non vi abbiamo accesso”.

Padre Komorowski ha definito “presunti” gli abusi e le interpretazioni errate menzionati da papa Francesco, poiché personalmente non ne ha avuto molta esperienza.

“Posso capire che ci sono sempre e ovunque alcuni fedeli e anche sacerdoti che non sempre parlano in modo molto diplomatico”, ma alla Fraternità “non è stato chiesto in alcun modo di dare il nostro parere, quindi è una situazione molto spiacevole”.

Allo stesso modo, il Vaticano dovrebbe consultare gli istituti tradizionali per vedere se hanno idee su come attuare il motu proprio. “Se ci verrà chiesto di dare la nostra opinione su tutte queste cose, saremo lieti di aiutare”.

Nel frattempo, padre Komorowski spiega che la Fraternità sacerdotale sta cercando di rimanere fiduciosa. “Dobbiamo rimanere positivi. Vogliamo solo vivere il nostro carisma e rimanere attaccati alle nostre costituzioni approvate dalla Santa Sede. Quindi, se qualcosa verrà da lì per cambiare il nostro carisma e le nostre costituzioni, dovrebbe essere fatto nel modo giusto, attraverso un capitolo generale e nel rispetto della volontà dei fondatori e dei membri. Dobbiamo davvero cercare di rimanere concentrati sulle nostre attività apostoliche, e pregare e sperare, come abbiamo fatto finora, che la divina Provvidenza ci aiuti a superare questa crisi”.

Fonte: National Catholic Register

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