Lettera ad Aurelio Porfiri sul nemico

Caro Aurelio,

chi legge i nostri scambi di lettere potrebbe pensare che noi due siamo sempre d’accordo su tutto e che ci scriviamo per confortarci a vicenda. Ora, la necessità di confortarci a vicenda indubbiamente c’è, e sarebbe sciocco volerla nascondere. Ma ciò non significa che siamo sempre d’accordo su tutto. Per esempio, in materia di pandemia e vaccini la pensiamo in modo diverso, come ci siamo detti più volte. Il che però non ci impedisce di rispettarci e cercare di comprendere le ragioni dell’altro, anche se, in coscienza, si avverte di non poterle fare proprie.

Dico questo perché, diversamente da quanto avviene fra noi due, in generale vedo scarsissimo rispetto tra coloro che su Covid e vaccini la pensano in modo differente. Spesso c’è la derisione, accompagnata dal tentativo di screditare l’altro. Un segno di imbarbarimento.

Capisco che il confronto, toccando temi come la salute e il bene comune, possa diventare particolarmente caldo, ma noto che è come se le due parti appartenessero a universi non solo contrapposti, ma antitetici e inconciliabili.

Qualcosa di simile lo vedo nei diversi schieramenti all’interno della Chiesa: anche qui il rispetto reciproco è poco, mentre abbondano aggressività e prepotenza.

Non voglio fare la mammoletta. So bene che il dibattito, tanto più se riguarda temi avvertiti come vitali, può implicare lo scontro duro. Osservo comunque che il tasso di ostilità ha superato i livelli di guardia.

Ostilità mi sembra l’espressione giusta perché viene da hostis, il nemico. Oggi chi la pensa diversamente non è un altro cittadino come me, non un’altra persona come me, ma, appunto, un nemico da combattere e, possibilmente, annientare.

Da questo punto di vista il clima è davvero di guerra, e lo è soprattutto sotto un profilo psicologico ben noto a chi si occupa di propaganda: il nemico va screditato. E per screditarlo occorre farne un mostro oppure irriderlo.

Capisci bene che in tali condizioni resta ben poco spazio per l’argomentare. Il confronto si riduce a uno scambio di invettive e i temi non vengono mai sviscerati. Si procede piuttosto con parole d’ordine e formule predefinite, con l’intima certezza che dall’altro non ci sia nulla da imparare e che l’avversario vada solo schiacciato.

Lungi da me voler fare l’elogio del dialogo, parola fin troppo abusata, anche nella Chiesa, allo scopo di produrre aria fritta e pestare l’acqua nel mortaio. Personalmente sono, piuttosto, un nostalgico della vecchia e sana disputatio, nella quale ogni parte in causa porta qualcosa, in modo che il dibattito sia arricchente. Ma oggi non vedo alcun segno di disputa: solo superficialità e invettive.

I nuovi mezzi di comunicazione sociale, fondati sulla sintesi estrema, sulla rapidità e sull’apertura a tutti, hanno dato certamente un contributo decisivo a questa deriva, come dimostra il linguaggio della politica, totalmente prosciugato e impoverito. Lo spazio della riflessione si è enormemente ridotto. Argomentare stanca, e non paga. Molto meglio spararla grossa. Ciò che conta non è dire qualcosa di sensato, ma usare i trenta secondi messi a disposizione dal pastone politico del tiggì per urlare più forte, nella certezza che nessuno verificherà o chiederà conto di alcunché.

Accenno, per finire, alla latitanza dell’autoironia. In questo scenario greve, in cui tutti si prendono tremendamente sul serio, domina la tronfia sicumera. Parafrasando Ennio Flaiano, direi che la stupidità ha ormai avuto ampiamente la meglio sul buon senso, tanto da essere libera, a questo punto, di spargere il terrore attorno a sé.

I miei ultimi libri