Lettera ad Aldo Maria Valli sul crepuscolo

di Aurelio Porfiri

Caro Aldo Maria,

leggendo le tue gradite lettere, noto come spesso ci si rivolga al passato come se in esso ci fosse una soluzione per consolarci del presente. Ovviamente anch’io ho grande rispetto per la storia, per le nostre radici, non dimenticando però che il passato non fu affatto rose e fiori come alcuni, non tu, pensano. Studiando il cammino della Chiesa nel passato, ci rendiamo conto della sofferenza profonda in cui essa era immersa, con attacchi da ogni parte, e non minori di quelli di oggi. Certo, gli osservatori attenti possono notare una differenza che in questi decenni si è fatta evidente e che io cerco sempre di descrivere con le parole del grandissimo Romano Amerio, il quale nel suo Iota unum ci offre un testo fondamentale per comprendere questo cambiamento. Forse ti ho citato questo brano in precedenza, ma non fa mai male rileggerlo: “E qui conviene formulare la legge stessa della conservazione storica della Chiesa, legge che è insieme il criterio supremo della sua apologetica. La Chiesa è fondata sul Verbo incarnato, cioè su una verità divina rivelata. Certo le sono date anche le energie sufficienti a pareggiare la propria vita a quella verità: che la virtù sia possibile in ogni momento è un dogma di fede. La Chiesa però non va perduta nel caso che non pareggiasse la verità, ma nel caso che perdesse la verità. La Chiesa peregrinante è da sé stessa, per così dire, condannata alla defezione pratica e alla penitenza: oggi la si dice in atto di continua conversione. Ma essa si perde non quando le umane infermità la mettono in contraddizione (questa contraddizione è inerente allo stato peregrinale), ma solo quando la corruzione pratica si alza tanto da intaccare il dogma e da formulare in proposizioni teoretiche le depravazioni che si trovano nella vita”.

Ecco, questa è la fase in cui, mi sembra, ci troviamo noi, una fase che ad alcuni sembra possa essere superata “ascoltando”. Ma a me sembra che si cerchi di ascoltare così tanto perché non si sa più cosa dire, perché il dialogo è divenuto un monologo, ma non siamo noi a parlare.

Il teologo Henri de Lubac, nella sua Meditazione sulla Chiesa, ci dice: “In altre parole, abbiamo ragione di non voler essere ‘separati’ dagli uomini che si tratta di condurre a Cristo, se alludiamo con ciò alla necessità di abbattere le barriere create tra loro e noi da forme di vita e di pensiero desuete e, a fortiori, da usanze che solo un ideale di benessere o di tranquillità potrebbe giustificare. Abbiamo ragione di non lasciarci rinchiudere, dagli altri o da noi stessi, in nessuna specie di ghetto. Ma dobbiamo ugualmente guardarci dal misconoscere tanto la posizione realmente centrale che la nostra fede ci assicura nella misura stessa della sua vitalità, quanto l’essenziale condizione di ‘separati’, propria di ogni cristiano e, a fortiori, di ogni sacerdote nei confronti del mondo. Se siamo veramente ‘convertiti a Dio’, ‘abbiamo abbandonato gli idoli’ e non possiamo ‘far coppia’ con coloro che ne sono ancora sedotti. Se in questa santa segregazione e nella pratica gioiosa di tutto ciò che essa comporta, noi dimostreremo di essere veramente vivi, saranno altri ad essere attirati da questo focolare di vita e a non voler essere più ‘separati’ da noi. Attraverso la nostra vita si perpetuerà così il miracolo dell’attrazione del Cristo”. E questo è il discusso de Lubac! Eppure egli dovrebbe essere molto popolare nella Chiesa attuale: gesuita, teologo caro a certo mondo progressista, pure fatto cardinale… Ma queste sue sagge parole, per quanto mi risulta, non vengono mai citate.

Allora come leggere il nostro tempo? Direi che siamo in una fase di crepuscolo. Il crepuscolo dai latini veniva detto diluculum, che significa qualcosa come “luce dubbia”. È la luce che precede il tramonto o quella dopo l’aurora? Su questa risposta si dividono tante anime cristiane. Noi la vediamo come l’annuncio di un tramonto ce accompagna anche il nostro tramonto esistenziale. Siamo pessimisti? Forse, eppure i segni ci spingono a questa valutazione. Certo, noi abbiamo la speranza che dopo questo crepuscolo verrà un nuovo cristianesimo, che non si vergognerà della sua Tradizione, della bellezza che ha saputo donare, della Parola che ha annunciato. Ma noi, abitanti del crepuscolo, non lo vedremo. “Ci basta un passo, solo un altro passo” direbbe il cardinale John Henry Newman. A noi è toccata la croce più grande perché altri, speriamo, possano esultare.

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