Lettera dal Cile / Dopo il primo turno elettorale: fine dell’incubo?

di Antonio Montes Varas

Immaginate di essere in mezzo a uno dei peggiori e più lunghi incubi, in cui vedete evaporare tutti gli sforzi fatti per assicurare un futuro sereno alla vostra famiglia. Peggio ancora, l’educazione dei vostri figli è presa in ostaggio da un mostro, che non potete identificare chiaramente, ma che vi priva del diritto di educarli come avreste voluto. E, come se tutto questo non bastasse, l’amato tempio dove vi siete sposati e avete fatto battezzare i figli sta bruciando tra le fiamme prodotte da un’orgia delirante e satanica.

Addirittura, la carta d’identità inizia a sbiadirsi e dove era scritto “Repubblica del Cile” e appariva la bandiera nazionale, compaiono banderuole multicolori che non riconoscete. Lo stesso terreno sul quale pensavate di poter camminare in tutta tranquillità sprofonda sotto il peso dei vostri piedi e il territorio nazionale si frammenta in “sovranità autonome” dove si parlano “lingue plurinazionali” che voi non capite.

Ora però, forse, l’incubo potrebbe dissolversi. Nel primo turno elettorale per la presidenza del Cile si è imposto, e con ragionevoli possibilità di vincere anche al ballottaggio, il candidato che rappresentava l’ordine e la pace sociale. Le contemporanee elezioni parlamentari hanno in buona misura ribaltato la situazione precedente di prevalenza di una sinistra complice della violenza e del sopruso, mettendo in una nuova posizione, molto più rilevante, le forze conservatrici.

Chi si sveglia dall’incubo non cerca di mettere ordine alla stanza né di rifare il letto in cui dormiva. Piuttosto, constata con sollievo che ciò che sembrava divorarlo era un gran brutto e che si sta ornando al buon senso.

È la consapevolezza che il Cile non è una nazione di sinistra, né è condannata a essere una nuova colonia del comunismo venezuelano o nicaraguense. Al contrario, quasi la metà della popolazione ha dimostrato con il suo voto di aspirare alla restaurazione dell’ordine naturale e cristiano e di tutto ciò che in un passato non lontano la contraddistingueva nel concerto delle nazioni. Di più, secondo le parole dello stesso candidato trionfatore, “la prima cosa, la prima cosa da fare è ringraziare Dio (…) e, dopo Dio, ringraziare la mia famiglia”.

Il candidato José Antonio Kast ha saputo indicare bene i due punti che gli sono valsi la vittoria: Dio e la famiglia.

Ovvero proprio quello che la sinistra prometteva di seppellire per sempre: Dio, la famiglia, la tradizione nazionale, il valore dello sforzo individuale e il rispetto per la proprietà guadagnata con l’impegno. La battaglia l’ha vinta dunque il buon senso.

Tuttavia, le elezioni sono lontane dall’aver assicurato la pace. Ci stiamo avvicinando al secondo turno, che avrà luogo tra qualche settimana. E a differenza del primo turno, questa volta il Partito comunista sarà la voce principale della sinistra.

Non è un mistero che il programma della coalizione di sinistra è stato redatto dal Partito comunista, e che lo stesso Partito comunista ha già minacciato, per voce del suo leader Daniel  Jadué: “Il giorno in cui Gabriel (Boric, candidato dell’estrema sinistra arrivato secondo e per ciò concorrente di Kast al ballottaggio) si allontanerà di un millimetro dalla linea del programma, mi vedranno essere il primo a denunciare e accusare”.

Di conseguenza, chiunque voti per Gabriel Boric al secondo turno non potrà nascondere alla sua coscienza che sta sostenendo l’ascesa del comunismo al governo.

Da sottolineare è la scomparsa forse definitiva della Democrazia cristiana.  La candidata Dc Yasna Provoste ha ottenuto meno voti del candidato assente, Franco Parisi, che ha fatto campagna soltanto per i social dagli Stati Uniti, dove risiede.

Non è facile per chi non è cileno capire quanto significativa sia la scomparsa di un movimento politico protagonista della vita nazionale dal 1964, quando la presidenza del Paese andò al suo candidato Eduardo Frei Montalva. Frei è passato alla storia con il soprannome di “Kerensky cileno” per il ruolo che il suo governo ebbe nel trasbordo del Paese alla sinistra socialcomunista di Salvador Allende. Da allora, le numerose e continue concessioni della Dc alla sinistra sono note come “kerenskismo”, perché associate al ruolo avuto dal dirigente socialista russo nel passaggio del potere al comunista Lenin.

Questa volta, il numero di candidati eletti come rappresentanti della Democrazia cristiana è diminuito notevolmente: solo otto deputati, il numero più basso della sua storia. Ciò che non è diminuito nella Dc, tuttavia, è stato il suo spirito “kerenskista”. La candidata Yasna Provoste, riconoscendo la sconfitta, ha dichiarato infatti che “non permetterà l’avanzata del fascismo rappresentato da José Antonio Kast”. In altre, è di nuovo ciò che diceva il Kerensky cileno, Eduardo Frei Montalva: “C’è qualcosa di peggio del comunismo, è l’anticomunismo”. Come dicevano i romani: “Talis vita, finis ita” (Com’è la vita, così è la morte).

Ci auguriamo che i membri di questo Partito che conservano ancora qualcosa di cristiano non seguano il consiglio dei loro capi, che hanno causato questa sconfitta, bensì le parole di Colui che ci ha insegnato: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro” (Matteo 6,24).

Nella foto, José Antonio Kast durante un incontro a Santiago del Cile (Reuters)

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