Pandemia e “comunicazione di guerra”. In margine alle affermazioni del senatore Monti

di Aldo Maria Valli

Le affermazioni che il senatore Mario Monti ha fatto durante una trasmissione televisiva meritano una riflessione.

Occupandosi del rapporto tra pandemia e comunicazione Monti ha detto: “Il modo in cui è organizzato il nostro mondo è desueto, non serve più. Due cose sono state toccate: la comunicazione e la governance del mondo. Subito abbiamo iniziato a usare il termine guerra, perché è una guerra, ma non abbiamo minimamente usato in nessun paese una politica di comunicazione adatta alla guerra. E forse oggi non si riesce più, anche se ci fosse una guerra vera, ad avere una comunicazione come quella che si aveva nel caso di guerre. Io credo che bisognerà, andando avanti con questa pandemia, e comunque per futuri disastri globali della salute, trovare un sistema che concili certamente la libertà di espressione, ma che dosi dall’alto l’informazione”.

La conduttrice a questo punto, sottolineando che nessuno dei presenti ha vissuto il tempo di guerra e quindi nessuno ha avuto esperienza diretta di una “informazione di guerra”, chiede delucidazioni. Che cosa intende il senatore con l’espressione “informazione di guerra”? Forse il ricorso alla censura? Risposta di Monti: “La comunicazione di guerra anch’io l’ho vissuta da incosciente perché sono nato due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, ma significa che c’è un dosaggio dell’informazione, un dosaggio che nel caso di guerre tradizionali è odioso, perché vuole far virare la coscienza e la consapevolezza della gente, ma nel caso di una pandemia, quando la guerra non è contro un altro Stato, ma è contro un morbo, contro una cosa che è comune a tutto il mondo, io credo che bisogna trovare delle modalità meno… posso dire meno democratiche, secondo per secondo, nella somministrazione dell’informazione”.

Ma chi mai – chiede la conduttrice –  dovrebbe procedere a questo “dosaggio” delle informazioni? A chi spetta il controllo? E Monti risponde: “Abbiamo o non abbiamo accettato delle limitazioni molto forti alla nostra libertà di movimento? Bene che siano venute da parte dei governi. Quindi, in una situazione di guerra, quando l’interesse di ciascuno coincide con l’interesse pubblico, pena il disastro del paese e di ciascuno, si accettano delle limitazioni alla libertà. Noi ci siamo abituati a considerare la possibilità incondizionata di dire qualsiasi profonda verità o qualsiasi sciocchezza su qualsiasi media come un diritto inalienabile garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo…”

Nuova interruzione della conduttrice, che rileva: in tempi neanche troppo lontani abbiamo avuto un ministero della Propaganda che controllava l’informazione, ma eravamo sotto un regime, una dittatura. Ora, in un regime democratico, chi dovrebbe decidere in merito alla comunicazione? Risposta di Monti: “Il governo ispirato, nutrito, istruito dalle autorità sanitarie. Ma guardate che ci siamo già”.

Credo che dobbiamo essere grati a Monti, perché ha detto chiaramente ciò che si pensa ai piani alti dei palazzi in cui si elabora, per usare l’espressione di Focault, l’ordine del discorso.

L’idea espressa da Monti è che a fronte di uno stato di emergenza, o di eccezione, quelli che in precedenza erano considerati diritti fondamentali e inalienabili, come la libertà di movimento, di espressione e di informazione, possano venir meno. Anzi, non solo possano, ma debbano venir meno. Nello stato di emergenza, o di eccezione (qual è appunto una guerra), non valgono più i consueti equilibri fra i poteri e non c’è più spazio per le garanzie tipiche delle democrazie liberali. A fronte di un pericolo globale, equilibri e garanzie sono lussi che non possiamo più permetterci. A fronte di un pericolo globale, occorre che il governo, come dice Monti, sia “nutrito” e “istruito” da un potere che si assume il ruolo di suprema istanza decisionale sospendendo le abituali garanzie e libertà. E nel caso di una pandemia questo potere deve essere esercitato dai responsabili della sanità pubblica.

Lo stato di eccezione è argomento da sempre al centro dell’interesse degli studiosi di scienze politiche (ricordo le lezioni del professor Gianfranco Miglio all’Università Cattolica di Milano) perché è proprio lì, nella situazione limite, nel momento della straordinarietà, che il potere si mostra nella sua essenza, potremmo dire nella sua nuda natura: la capacità decisionale che diventa vincolante.

In genere, e a ragione, si richiamano a questo proposito le parole di Carl Schmitt, secondo il quale “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Ma a questo punto nasce spontanea una domanda (è quella che pongo all’inizio del mio saggio Virus e Leviatano): che cosa impedisce che lo stato d’emergenza, o d’eccezione, sia indotto appositamente, a fini  dispotici? E come non vedere che una pandemia, ancor più di una guerra, si offre perfettamente allo scopo? Non è forse vero che la pandemia minaccia tutti e il nemico è ovunque. Non è forse vero che in caso di pandemia il pericolo è talmente vasto e radicato da giustificare ampiamente la sospensione delle garanzie costituzionali e delle libertà personali?

Tali riflessioni vengono normalmente giudicate da “complottisti”. In realtà sono doverose se si è consapevoli di quanto la democrazia liberale sia fragile.

Di fatto, da circa due anni a questa parte abbiamo assistito al progressivo affermarsi dell’idea che, a fronte di uno stato d’emergenza, un sistema democratico liberale non abbia in sé le risorse per rispondere e debba quindi snaturarsi, rinunciando alle proprie peculiarità e lasciando spazio a forme più o meno esplicite di autoritarismo. Se in uno stato di diritto è consentito tutto tranne ciò che è espressamente vietato, ormai ci viene detto quotidianamente che è vietato tutto tranne ciò che è espressamente consentito.

In conclusione, vorrei far notare alcune espressioni usate da Monti. Quando il senatore, accennando alla governance, dice che il modo in cui è organizzato il mondo è “desueto” e “non serve più”, ricorre a un vocabolario rivelatore. È il modo di parlare, e di pensare, di un “illuminato”, del rappresentante di un’élite (non a caso il senatore dice anche che l’informazione va dosata “dall’alto”) il quale da un lato ritiene che il popolo, il volgo, non sia in grado di distinguere tra “verità” e “sciocchezze” e quindi abbia bisogno di un tutore, e dall’altro vede nel mondo non un fine, ma un mezzo. Altrimenti avrebbe detto che il modo in cui è organizzato il mondo “non funziona più”. Invece no, ha detto “non serve più”.

E che cosa serva, oggi, lo stiamo vedendo bene. Serve prendere in ostaggio interi popoli, serve terrorizzarli, serve indurli ad accettare come provvidenziale e salvifica la sospensione delle libertà. Serve soggiogarli. Serve farli diventare (per usare il termine di Günter Anders ricordato in Virus e Leviatano) conformisti assoluti. E chi è il conformista assoluto? Colui che è convinto di aver bisogno solo di ciò che gli viene imposto e, defraudato persino della libertà di soffrire dell’illibertà, vede nel suo conformismo la manifestazione del più alto senso di responsabilità.

E qual è l’ingrediente fondamentale per fabbricare un conformista assoluto? Ma l’informazione, ovviamente.

Quindi, senatore Monti, grazie di cuore. Davvero non avrebbe potuto essere più esplicito.

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