Scandalo abusi. I vescovi di Francia nel vortice “meaculpista”. Una capitolazione

di don Claude Barthe

I vescovi di Francia hanno offerto uno strano spettacolo a Lourdes il mese scorso: scossi da scandali originati da crimini infami, sotto la pressione massima dell’«opinione», hanno assunto un atteggiamento e preso decisioni le cui conseguenze saranno immense in termini di perdita di dignità e di credibilità e in termini di obbrobrio, che penalizzerà più ancora di quanto già non sia la missione della Chiesa.

In principio v’è stata negligenza da parte di un certo numero tra loro: informati di crimini sessuali su minori commessi da alcuni dei loro preti, questi vescovi hanno trascurato d’indagare e di colpire amministrativamente o di farli giudicare e condannare dai loro tribunali ecclesiastici (sottolineiamo che questa è la loro colpa e non il fatto di non averli denunciati alla giustizia penale della Repubblica, che aveva, qualora lo avesse voluto, tutte le possibilità per infierire poi [1]). Hanno trattato queste faccende – in modo lassista – com’erano abituati a fare per altri scandalosi comportamenti clericali contro la castità, vale a dire allontanandoli dal luogo del loro peccato. Per rimediare a queste carenze, una disposizione della costituzione Pastor Bonus del 28 giugno 1988, che riorganizzava la Curia romana, ha deciso che i delicta graviora (i reati più gravi riguardanti i Sacramenti dell’Eucaristia e della penitenza così come i reati contro la morale commessi da un sacerdote con un minore [2]) fossero di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede: questa può avocare la causa oppure lasciarla trattare sotto la propria tutela dal tribunale diocesano (o di un istituto), in quanto la Cdf ordina il più delle volte un processo per via amministrativa (possibilità, aperta nel 2010, di pronunciare la destituzione dallo stato clericale per decreto extragiudiziale) [3].

Ma, secondo errore, essendo stata portata una serie di questioni di questo tipo, con gran rumore, davanti al tribunale penale ed a quello dell’opinione pubblica, i vescovi francesi, dopo quelli tedeschi e di altri Paesi, si sono gettati in un vortice meaculpista. Hanno lasciato ad una «Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa» (Ciase), presieduta da Jean-Marc Sauvé, vicepresidente onorario del Consiglio di Stato, l’incarico d’investigare in tale ambito negli ultimi settant’anni, dal 1950 ai giorni nostri. In realtà, richiamarsi alle testimonianze ha permesso d’intrecciare tra loro 6.471 contatti riguardanti denunce: 3.652 conversazioni telefoniche, 2.459 mail e 360 lettere, ma solamente 153 audizioni di querelanti, in più, seguendo metodi di valutazione fondati su sondaggi, essa ha estrapolato 330.000 individui, qualificati non come querelanti bensì come vittime di chierici, religiosi e laici al servizio della Chiesa dal 1950, ed un numero di preti e religiosi delinquenti compreso tra 2.900 e 3.200. Tale deduzione propone un’immagine certamente esagerata dei costumi ecclesiastici a proposito dei crimini considerati in questo nostro tempo di cedimento morale. Tuttavia, le sole denunce ascoltate dalla commissione Sauvé ed i casi giudicati in materia di pedofilia lasciano pensare che esistano ben altri oltraggi alla castità clericale, oltraggi di cui non si parla perché non considerati dalla giustizia come reati o crimini, quelli che accompagnano in genere i periodi di decadenza della Chiesa.

Il rapporto della Ciase, dal tono moralistico e pretenzioso, è divenuto, come prevedibile, una macchina infernale tra le mani dei media. Persuasi che «il mondo» esigesse uno di questi pentimenti teatrali secondo lo spirito del tempo, divorati dal chiedere un perdono tanto più esigente in quanto indeterminato, i vescovi hanno adottato l’atteggiamento suicida, che è stato loro intimato d’assumere. L’hanno fatto specialmente su due punti, legati l’uno all’altro.

Abdicare al diritto

La parola d’ordine era risarcire le vittime, ciò che sta portando alla rovina molte diocesi, per la maggior parte già esangui, dato che l’importo totale degli indennizzi, da versare alle vittime, è già stato stimato, non si sa come, in milioni di euro.

Il concetto di risarcimento per le vittime di atti pedocriminali manca quanto meno di chiarezza circa origine e significato. È negli Stati Uniti, che, a partire dalla fine degli Anni Ottanta, la giustizia civile ha considerato le diocesi responsabili, condannandole al versamento d’indennizzi talvolta esorbitanti. In seguito, in molti Paesi, gli episcopati hanno essi stessi predisposto dei risarcimenti. Questi sono pensati come una sorta di punizione collettiva che il mondo infligge alla Chiesa colpevole.

Ma non hanno che un tenue legame con le pratiche civili e canoniche. La giurisprudenza francese ha tardato a riconoscere il risarcimento dei danni morali, il pretium doloris, di un dolore non fisico ma morale. Se la Corte di Cassazione fin dal 1946 ha ammesso che il dolore implica un risarcimento, il Consiglio di Stato non l’ha fatto che nel 1961. Tale riluttanza considerava un principio, quello secondo cui il dolore non è monetizzabile, principio che la nostra civiltà mercantilista disconosce. In tutti i casi di risarcimento del danno, tuttavia, è il colpevole del crimine a dover pagare il risarcimento. Quanto al diritto canonico, esso riconosce il principio dell’indennizzo del danno (canone 128) e lo ordina nell’ambito del diritto penale (canone 1729), ma la Chiesa non ha più mezzi coercitivi per l’applicazione di tali decisioni e nel caso dei reati sessuali, di cui ci occupiamo, il risarcimento ch’essa ordinerebbe, andrebbe ad aggiungersi agli indennizzi civili già ottenuti o che stanno per esserlo.

La Ciase, da parte sua, si attiene allo spirito dell’epoca. Il suo rapporto stabilisce tre principi, avallati dalla Conferenza dei Vescovi: la Chiesa deve

1/ attuare «una procedura di riconoscimento delle violenze commesse, anche se prescritte».

2/ riconoscere la propria responsabilità «sistematica» nelle violenze.

3/ e dunque «indennizzare i danni subiti».

Sotto l’effetto del panico, si giunge ad abdicare al diritto, notava qualche anno fa don Bernard du Puy-Montbrun, decano emerito della facoltà di Diritto canonico di Tolosa, estremamente severo nei confronti dell’incompetenza episcopale [4]. Resta comunque il fatto che offrire un risarcimento implica qualificare il criminale e designare le sue vittime, ciò che rende necessario normalmente un tribunale competente. La Ciase non se ne cura e ha indicato alla Cef la procedura da seguire: creare «un organo indipendente, esterno alla Chiesa», che avrà come missione quella di ricevere le denunce delle vittime e di farle risarcire dall’istituzione.

È questo vero e proprio mostro giuridico, l’Inirr, l’Istanza nazionale indipendente di riconoscimento e risarcimento, che ha creato la Cef «con i mezzi finanziari necessari»: da una parte ci sono i querelanti di casi non valutati, dichiarati idonei a ricevere indennizzi pecuniari, e dall’altra parte c’è una personalità morale indeterminata (la Chiesa, la Chiesa che si trova in Francia), condannata a versarli in luogo ed al posto dei colpevoli (predatori ed, eventualmente, superiori colpevolmente negligenti). Di colpo, questa commissione sarà de facto provvista di una giurisdizione nata per generazione spontanea, prenderà il posto del tribunale giudicando senza contraddittorio ed emettendo decisioni non soggette ad alcun appello.

La Chiesa di Francia nel suo insieme (che non è in alcun modo una persona giuridica per il diritto canonico e per quello francese) salderà questo risarcimento con fondi, che proverranno dalle diocesi, specialmente derivanti dalla vendita di beni immobili, e ciò impropriamente secondo la giurisprudenza francese, poiché sono proprietà delle associazioni diocesane, i cui statuti tipici stabiliscono ch’esse hanno come scopo quello «di provvedere alle spese ed al mantenimento del culto cattolico». I ricorsi dovrebbero piovere numerosi. Ed ancor prima di questo, è ben lontano dal ritenersi acquisito che i consigli diocesani per gli affari economici ed i collegi dei consultori, il cui consenso è necessario (canone 1292), accettino di alienare i gioielli di famiglia.

Una Chiesa non santa, ma peccatrice

L’altro punto, ben più grave, è di ordine ecclesiologico: se la Chiesa in effetti deve pagare, è perché colpevole.

La Ciase ha chiesto di «riconoscere la responsabilità sistematica della Chiesa» e di esaminare per questa ragione «i fattori che hanno contribuito al suo collasso istituzionale». Essa ha esaminato «le deviazioni, le distorsioni e le perversioni cui han dato adito la dottrina e gli insegnamenti della Chiesa cattolica, passibili d’aver favorito l’insorgere delle violenze sessuali». Tali snaturamenti si riassumono, a suo parere, nel «clericalismo» fustigato da papa Francesco. Tale clericalismo è essenzialmente: «l’eccessiva sacralizzazione della persona del prete» e «la sopravvalutazione del celibato e dei carismi dei sacerdoti». In altre parole, i preti, disturbati dall’obbligo del celibato, hanno abusato della loro posizione dominante sui minori, per perpetrare i loro crimini. Qualunque sia il valore di tali affermazioni, per dedurne la colpevolezza della Chiesa è necessario ch’essa risulti rea in qualche modo nell’imposizione del celibato e nell’organizzazione di una struttura clericale sovrastante il laicato. La Ciase ha d’altronde notato come certi testi della Tradizione, quale il Catechismo della Chiesa cattolica, possano aver «malauguratamente» supportato un terreno propizio, quello della «visione eccessivamente tabù della sessualità».

La Cef ha fatto proprie le conclusioni della Ciase – «responsabilità sistematica della Chiesa» – con delle aspettative in apparenza più vaghe: «I meccanismi, le mentalità e le pratiche all’interno della Chiesa cattolica hanno permesso che questi atti si perpetuassero ed hanno impedito che fossero denunciati e sanzionati» (Cef, 5 novembre 2021). Si passa dunque dai meccanismi che nella Chiesa consentono il crimine alla responsabilità della Chiesa per tali meccanismi, della Chiesa fondata da Gesù Cristo, sua Sposa santa!

Padre Yves Congar si è ben espresso col titolo della sua opera apparsa nel 1950: Vera e falsa riforma nella Chiesa. Le vere riforme della Chiesa, di una Chiesa santa in sé stessa ma fatta di peccatori, sono state iniziative di risanamento del papato, dell’episcopato, di lotta alla corruzione del clero, di ritorno alle esigenze delle Beatitudini, di rinnovamento disciplinare, in breve di ritiro dalla corruzione del mondo peccatore per convertirsi e per convertirlo (Gv 17, 16-18). L’esigente ritorno alla purezza dottrinale ed ai costumi da parte del clero è sempre stato la spina dorsale delle vere riforme nella Chiesa. Ma ecco che quella ch’è stata lanciata da mezzo secolo e che sembra oggi conoscere una sorta di apoteosi, non solamente non ha corretto la condotta del clero, ma ha portato a mettere in discussione la sua identità soprannaturale ed a fare della Chiesa una peccatrice. Non è piuttosto questa sedicente riforma ad essere peccaminosa?

Fonte: resnovae.fr

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