Presepi strani e presepi atei. Diversi allestimenti, stessa pedagogia

di Fabio Battiston

Già da alcuni anni l’appuntamento annuale con l’inaugurazione del presepe in piazza San Pietro ha ormai smesso di rappresentare, per la Città di Roma ma non solo, l’inizio del periodo natalizio e dei riti della Natività. L’evento è invece divenuto l’occasione, da un lato, per rappresentare in tutta la sua plastica visibilità la nuova Chiesa pan-universale dell’ex arcivescovo di Buenos Aires; dall’altro per accrescere anno dopo anno (ricorderete il presepe gay friendly con l’uomo nudo, o quello con i mostri alieni) l’angoscia, l’inquietudine e la riprovazione dei tanti credenti che avvertono come la loro fede sia vilipesa e calpestata da questi sempre più incredibili “allestimenti”.

Tralascio di esternare le mie personali sensazioni di fronte allo spettacolo del presepe andino, scelto quest’anno da Bergoglio e dai suoi collaboratori per celebrare degnamente il Natale. L’opera in questione, prontamente ribattezzata pachamamica su alcuni organi di stampa, è in bella mostra per il giubilo dei sacerdoti pan-amazzonici teo-liberazionisti, degli ecologisti gretini e dei più disparati accoliti del gesuita sudamericano.

Ciascuno potrà farsi un’idea circa il significato di questa scelta, magari cercando notizie e informazioni sulla, diciamo così, particolare religiosità che anima gli abitanti della regione di Huancavelica: un cattolicesimo fortemente “contaminato”, espressione tanto cara al gesuitismo mondialista, figlio di quell’inculturazione da molti considerata l’asso nella manica dell’apostolato cattolico d’oltre oceano. Ma questa è un’altra storia.

Quello che invece m’interessa maggiormente porre in evidenza è la “pedagogia” sottesa non solo a questo presepe (e agli altri orridi allestimenti di questi ultimi anni) ma più in generale a ciò che, tradizionalmente, ha sempre contraddistinto il Natale e i più importanti momenti della nostra fede. Non a caso uso il termine pedagogia poiché sono – e saranno – soprattutto bambini e adolescenti i principali destinatari (o bersagli, fate voi) di questa strategia. L’obiettivo è desacralizzare l’evento in sé, focalizzando sempre più l’attenzione sull’elemento immanente – quello umano, naturalistico, ambientale, sociale, etnico, economico – a scapito di quello trascendente, destinato (questo il desiderio dei nuovi pedagogisti cattolici) a una definitiva e inesorabile eliminazione. In tale scenario la chiesa trionfante sarà quella terrena – parte integrante della “Citta degli uomini” – strumento indispensabile per arrivare all’eguaglianza (appiattimento), alla giustizia sociale (giustizialismo), alla fraternità universale (sincretismo religioso) e a una umanità in perfetta simbiosi con la natura (panteismo).

Ecco quindi che, magicamente, il presepe vatican-bergogliano (insieme agli altri che, in tutto il mondo, saranno allestiti a sua imitazione nelle case, nelle scuole, nelle piazze e nelle chiese) diviene uno degli strumenti più efficaci, ma non certamente il solo, per trasmettere pedagogicamente questi messaggi. La strategia è infatti globale e abbraccia simboli (il presepe), liturgie (il novus ordo), dottrina (conversione ecologica) e pastorale (emigrazione, nuovo ordine economico, lgbtq).

Interessante notare la stretta relazione esistente tra le strategie desacralizzanti portate avanti, in perfetta sintonia, dal mondo laico e da quello “cattolico” a trazione Jorge Mario. Racconto, in proposito, un fatto che ritengo significativo. Qualche pomeriggio fa mi trovavo in uno dei tanti centri commerciali di Roma, dove una catena di negozi francese (ma guarda un po’) vi ha allestito un “Villaggio natalizio” in miniatura. Paesaggi di fiaba, luci multicolori, ambienti montani, funivie, animali (tantissimi animali), vette innevate, laghetti; certamente un incanto per gli occhi meravigliati di qualsiasi bambino. Ma, ovviamente nessun riferimento al Natale come festa della Natività di Nostro Signore. Un vero e proprio presepe ateo. Quel villaggio testimonia un momento dell’anno in cui l’umanità fa festa. Ma perché? Beh, nell’Unione Sovietica del tempo che fu, per Natale, avevano inventato Nonno Gelo, lo ricordate?

Dal “sacro” di piazza San Pietro al profano del centro commerciale. Strumenti diversi, medesima sostanza.

Buona Natività di Nostro Signore a tutti.

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Foto da adnkronos.com

 

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