23 dicembre 1984, la strage di Natale. Ma quei binari arrivano fino a noi

di Marco Palladino

C’è una cosa in cui gli italiani sono imbattibili. Non è il calcio, né la Formula 1.

È il dimenticare.

Una sistematica immersione nell’oblio, una funzionale anestesia di massa, che permette comodamente e ipocritamente di non guardare la realtà, di non farsi domande e soprattutto di non darsi risposte.

Chi ha avut ha avut, chi ha rat a rat, scurdammoce o passat“.

Questo il nostro vero inno nazionale. Che annulla ogni rimembranza consapevole e ci autoassolve nella nostra immane mediocrità.

Perché magari siamo capaci di martellare ogni giorno per la liberazione di uno studente egiziano e, con la stessa identica facilità, di calare un sipario indegno e complice, sulle nostre ferite ancora sanguinanti.

Era il 23 dicembre di trentasette anni fa. Anno 1984.

Un treno partito da Napoli e diretto a Milano, carico di persone che desideravano solo trascorrere le feste con i loro affetti, esplode sotto la galleria dell’Appennino, lasciandosi dietro sedici morti e 267 feriti, che quel Natale non lo festeggeranno.

Tutt’attorno il solito corollario di vergogne nostrane: soccorsi arrivati dopo un’ora e mezza, con un medico solo al seguito e uso di una motrice diesel, che aggravò il fumo già presente sotto quella maledetta galleria, dove lo scoppio fu programmato appositamente, per aumentarne gli effetti nefasti.

I ferrovieri sul treno e molti passeggeri, in un’aria irrespirabile, fecero l’impossibile per soccorrere i feriti, mentre chi doveva intervenire non ne fu, ancora una volta, all’altezza.

La verità sulla strage non è mai arrivata, come su tutte le altre.

L’allora capo dello Stato, però si lasciò sfuggire una chiosa: la regia di tutto è all’estero.

E adesso inorridite: le vittime non ebbero un centesimo di risarcimento.

Eravamo a tre anni dal criminale divorzio tesoro/banca d’Italia e dopo otto ci sarebbe stato il micidiale 1992. Colpo mortale che pose fine a ventitré anni di attentati. Le bombe non erano più necessarie.

Perché la preda era ormai incatenata e pronta al macello.

Chi ha qualche anno in più faccia il confronto tra quel paese è quello raso al suolo di oggi. Ormai devastato e disossato. Saccheggiato e spolpato. Che non ha più asset, tessuto industriale e nemmeno una compagnia aerea. Ma solo inutili tavoli di crisi occupazionale, milioni di lavoratori alla fame e una natalità da coma profondo.

Quei registi occulti oggi ci hanno messo le mani al collo, dagli scranni più alti, come Proci nella Itaca abbandonata e infarcita di traditori. Che un popolo ebete e ignorante applaude, contento ed entusiasta del proprio sterminio, dimentico di quelle morti e di quel sangue.

E da quei binari di dolore e di vigliaccheria siamo arrivati fino ai giorni nostri. Alla stazione finale già preparata allora ed oggi sotto i nostri occhi.

In mezzo però a questa “ignobiltà gaudente” c’è qualcuno che non ha scordato quegli anni e quell’ amaro tributo. E tutto quello che ne è scaturito.

Gioite, ubbidite, adeguatevi. Inginocchiatevi.

Consegnatevi definitivamente.

Ma non in mio nome. Mai.

Fonte: Confederazione dei Triarii

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