Quella Messa così martoriata e perseguitata, eppur così viva! Intervista a Cristina Siccardi

È uscito il libro di Cristina Siccardi Quella Messa così martoriata e perseguitata, eppur così viva!, edito da Sugarco, dedicato alla Messa vetus ordo. Abbiamo intervistato l’autrice.

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Cristina Siccardi, il titolo del suo libro, Quella Messa così martoriata e perseguitata, eppur così viva!, dice già molto: nel volume si fa la storia della Messa e si affronta la questione della riforma scaturita dal Concilio, una presunta primavera che si è rivelata invece un inverno, anche sotto il profilo liturgico. Il libro, inoltre, viene pubblicato mentre imperversano le polemiche in seguito alla pubblicazione della lettera apostolica Traditionis custodes e dei responsa ad dubia sull’applicazione del motu proprio di Francesco. La Messa nella sua forma tradizionale è davvero perseguitata, eppure è più che mai viva e vitale, apprezzata anche da tanti giovani. Come si spiega questo fenomeno?

È la dimostrazione più emblematica che la Santa Messa in Vetus Ordo è il cuore della Fede, perché la lex orandi si lega indissolubilmente alla lex credendi: rendere culto a Dio nel solco della Tradizione significa rimanere fedeli al magistero di sempre della Chiesa; rendere culto all’uomo (come si legge nel discorso di Paolo VI per la chiusura del Concilio, del 7 dicembre 1965: «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto») non è più difendere e rendere giustizia alla Cattolicità.

Oggi nessuno può più affermare che si tratta di un rito legato alla “nostalgia” delle generazioni passate, che in gioventù avevano vissuto la liturgia “antica”. Gli anziani dei nostri giorni sono quelli della rivoluzione del Concilio Vaticano II e della rivoluzione liturgica, coloro che continuano a perseguitare “quella” Messa, intorno al cui altare si sono innalzati campanili, basiliche, santuari, monasteri, abbazie, cattedrali… Il Vaticano II è l’unico Concilio della storia che non si è aperto per condannare errori teologici e dottrinali, ma per aprirsi al mondo, ai “lontani”, ai protestanti. Non è certo un caso che il primo documento dell’Assise, che ha puntato sull’ecumenismo, sia stata la Costituzione della Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, dove nel primo paragrafo si legge:

«Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti». L’obiettivo è fallito clamorosamente perché le premesse erano fallaci ed erronee; per questa ragione, come le statistiche evidenziano impietosamente, i seminari chiudono, le parrocchie vengono accorpate, già le diocesi (come quella di Cefalù) affidano le stesse a gruppi di laici. Così, mentre le chiese, soprattutto in Europa, periscono e vengono vendute sempre più, quelle di stampo tradizionale sono vitali e rigogliose.

L’intento è stato quello di allinearsi alla rivoluzione liturgica protestante, dove non è più il Santo Sacrificio dell’altare ad essere lo scopo principale del rito, bensì (seppure non negandolo, come fanno invece i luterani e tutte le credenze che da questo ceppo sono sorte) l’attenzione si è spostata sulla memoria eucaristica dell’Ultima Cena con tutto ciò che ne è conseguito: il sacerdote volta le spalle al tabernacolo per essere frontale all’assemblea; perdita di valore del tabernacolo fino a riporlo nella cosiddetta «riserva eucaristica»; abolizione della lingua sacra della Chiesa di Roma (lingua che richiama ad un più intenso rapporto verticale e trascendente con la Santissima Trinità, a differenza del vernacolare, che umanizza e non divinizza il momento liturgico, favorendo la distrazione orizzontale del fedele); perdita della sacralità e dell’adorazione del Corpo e Sangue di Gesù Cristo attraverso l’eliminazione di gesti, silenzi, genuflessioni, inginocchiamenti…; prendere in mano la divina Ostia nel momento in cui ci si comunica; violabilità laica del presbiterio; partecipazione dei laici alla ritualità (lettura della Parola di Dio; distribuzione della Comunione; ministranti – non più chiamati chierichetti – femmine); adeguamenti liturgici attraverso sia l’abbattimento degli altari (sostituiti dalle mense) e delle balaustre, sia l’aniconicità (tipicamente protestante) delle chiese di moderna fattura, sia la depauperazione dei paramenti sacri sacerdotali.

Il Novus Ordo Missae è il frutto di un impegno a tavolino di un’apposita Commissione liturgica – alla quale partecipò anche una delegazione di pastori protestanti –  presieduta da Monsignor Annibale Bugnini, al quale è stato dato ampio potere di manovra sotto i pontificati di Pio XII e di Paolo VI. Mentre il rito della Messa di sempre si è costituito, invece, mattone dopo mattone, dal momento della sua istituzione voluta da Cristo in poi, lungo i secoli della Tradizione della Chiesa: siamo, quindi, di fronte ad uno straordinario lavoro di cesello, che ha permesso una umana e divina stratificazione e sedimentazione liturgica. Una gemma di inestimabile valore che non potrà mai competere, per sodezza di Verità e per Bellezza somma, con il rivoluzionato rito. Dopo 14 anni di vita del motu proprio di Benedetto XVI Summorum Pontificum, clero, religiosi e religiose, famiglie, bambini e giovani hanno conosciuto le meraviglie di tale Santa Messa, alla quale non potranno più rinunciare per nessuna ragione al mondo, ne va della loro coscienza.

Traditionis custodes è il frutto di un’operazione tutta ideologica, che nulla ha a che fare con la cura pastorale. Anzi, il provvedimento è animato da volontà punitiva, come confermano i responsa ad adubia. Perché questo astio, e proprio da parte dei massimi vertici della Chiesa?

Accoglienza e misericordia per ogni realtà mondana sono gli atteggiamenti della Santa Sede contemporanea; tuttavia, non c’è alcun rispetto e riconosciuta dignità per l’identità Chiesa come sempre è stata intesa per duemila anni: la Tradizione è stata tradita e non vengono più trasmessi gli insegnamenti di sempre. Ecco che la Santa Messa di sempre crea imbarazzo, anzi, produce un vero e proprio terrore nelle alte gerarchie ecclesiastiche perché essa è lo specchio della Fede per quello che è veramente, scevra dalle sovrastrutture realizzate dai teologi novatori e dai pastori attenti alle dinamiche moderniste, politiche, sociologiche, psicologiche, ecologiche… piuttosto che alla cura delle anime.

Nel libro lei si occupa dei presupposti della riforma liturgica e di alcuni suoi protagonisti. Qual è il filo conduttore di questa storia?

I rivoluzionari il più delle volte espongono le loro istanze facendosi falsamente “portavoci del bene comune”, in realtà agiscono secondo le proprie soggettive ideologie, proprio come operò la Commissione pontificia liturgica, istituita il 28 maggio 1948, i cui membri erano: monsignor Alfonso Carinci, segretario della stessa congregazione; padre Ferdinando Antonelli Ofm, relatore generale della Sezione Storica; padre Joseph Löw Cssr, vice relatore; padre Anselmo Albareda y Ramoneda Osb, prefetto della Biblioteca Vaticana; padre Agostino Bea, rettore del Pontificio Istituto Biblico; padre Annibale Bugnini Cm, direttore delle Ephemerides Liturgicae, poi segretario della Commissione, un incarico che mantenne dal 1948 fino allo scioglimento della Commissione stessa, quando venne istituita la Commissione preparatoria per il Concilio nel 1960. In dodici anni di esistenza, dal 28 giugno 1948 all’8 luglio 1960, la Commissione si riunì 82 volte, agendo in assoluta segretezza. Tale Commissione godette della fiducia di Pio XII, che veniva informato dal Sostituto alla Segreteria di Stato monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, e ogni settimana da padre Agostino Bea.

Nel caso della rivoluzione liturgica seguita al Concilio Vaticano II, il magistero di Paolo VI sostenne che occorreva sacrificare la lingua latina per il bene di una maggiore e più diffusa comprensione del contenuto della Messa. Tuttavia, la gente non ne sentiva assolutamente l’esigenza e non si avanzarono mai richieste in questo senso; men che meno mutare le formule, cambiare il Canone, cancellare segni e parole, stravolgere atteggiamenti sacerdotali e laici, tutti chiamati in definitiva e sostanzialmente ad essere più protestanti e meno cattolici.

Il filo conduttore di questa triste storia è stata la volontà da parte di alcuni esponenti della Chiesa conciliare (la minoranza, non la maggioranza) di variare in profondità l’istituzione religiosa romana e per fare questo era necessario andare all’anima del culto divino: la Messa. Già a partire dalla seconda metà del XIX secolo c’erano liturgisti desiderosi di aprirsi alle realtà liturgiche luterane, calviniste, anglicane… una sorta di grande tentazione cultuale per avvicinarsi ad esse senza più soggezioni. Uno scopo, dunque, tutto antropocentrico ed ecumenico, dagli orizzonti illusionistici ed utopici, i cui fallaci e dannosi risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Al contrario, il filo conduttore della Santa Messa di sempre è sempre e solo stata la maggior Gloria di Dio e la santificazione delle anime. Il comandamento dell’Antico Testamento «Ricordati di santificare le feste» si è perfezionato attraverso l’Incarnazione di Cristo per la salvezza eterna delle anime e incruentemente Egli viene crocifisso ogni volta che una Messa viene celebrata, per questo Gesù ha detto: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,18-20). I protagonisti presenti nel libro, paladini della Tradizione – da san Francesco d’Assisi al cardinale John Henry Newman, da sant’Alfonso Maria de’ Liguori a Padre Pio da Pietrelcina, da san Filippo Neri a Monsignor Marcel Lefebvre… – sono coloro che maggiormente hanno lasciato pagine di assoluta credibilità sul rito liturgico bimillenario, un rito che ha prodotto conversioni, miracoli, santificazioni, vite pienamente realizzate e, quindi, che ha realmente «pescato uomini».

Un capitolo del libro è dedicato a quello che viene definito “il dramma dei Francescani dell’Immacolata”. Che idea si è fatta di questo caso?

I Francescani dell’Immacolata, fondati da Padre Stefano M. Manelli, che meritoriamente hanno individuato nella Santa Messa in Vetus Ordo il perno cruciale della Fede integra e non spuria, rappresentano la persecuzione contemporanea ai danni di tutti coloro che sono in cerca della Verità (l’unica Verità, a dispetto della religione relativista, ecumenica e interreligiosa) esaustivamente rivelata dal Figlio di Dio. Tornando alle Fonti francescane, quindi all’autentica figura di san Francesco d’Assisi e alla sua opera co-redentiva, i Francescani dell’Immacolata hanno dimostrato che non si può slegare il rito dalla dottrina, se ciò avviene l’ambiguità e l’inganno sono manifesti. Per aver compiuto questo percorso di pulizia liturgica e avanzando delle critiche al problematico Concilio Vaticano II, la Santa Sede li ha commissariati e puniti senza misericordia.  Ma la Santa Messa di sempre continua a mietere abbondantemente sia vocazioni che fedeli. Questa è la Primavera della Chiesa, non certo il Concilio Vaticano II, che si è trasformato in un sistema di autodemolizione, come già aveva evidenziato Paolo VI il 7 dicembre 1968 di fronte ai membri del Pontificio Seminario Lombardo.

Nella prefazione don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità sacerdotale san Pio X, scrive che “la Santa Messa non può essere compresa e valorizzata se la missione della Chiesa è percepita come apporto socio-umanitario o come impegno ecologico; non è possibile vivere pienamente la Santa Eucaristia se non si è disposti ad uscire dall’indifferenza e dalla tiepidezza; soprattutto non ci si può avvicinare a questo mistero senza la Fede”. In tutto il mondo molti fedeli attratti dalla Tradizione lo hanno capito, mentre i pastori sembrano prigionieri di vecchi schemi che hanno fallito. Saranno i fedeli laici, paradossalmente, a salvare la Messa sottraendola alle deviazioni e agli abusi?

Sono innanzitutto i sacerdoti a salvare la Messa per quella che è autenticamente, ovvero quei sacerdoti che non tradiscono la propria identità – il ministro di Dio esiste ontologicamente perché esiste il Santo Sacrificio dell’altare – e proseguono nell’amministrare i sacramenti secondo i crismi non modernisti-protestantizzanti, ma secondo i parametri della Tradizione della Chiesa, la sola che custodisce il deposito della Fede. Come sempre è avvenuto nei momenti di crisi della Chiesa (si pensi all’Arianesimo e al Protestantesimo), i fedeli laici uniti ai loro sacerdoti costituiscono la resistenza necessaria e militante affinché la Grazia santificante possa agire nella restaurazione di tutte le cose in Cristo, riportando ordine, armonia e la vera pace in Lui, perché «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).

Come Cristo è stato perseguitato fino alla morte in Croce, così la Sua Messa viene martoriata e crocifissa, perché non c’è nulla di più ostile alle forze del male che l’Offerta dell’Agnello Immolato, rinnovata sugli altari, quella che riproduce il Calvario per la salvezza di ogni anima. Non si tratta perciò di uno scontro solo fra uomini di Chiesa, ma anche di forze soprannaturali.

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Cristina Siccardi, Quella Messa così martoriata e perseguitata, eppur così viva!, prefazione di don Davide Pagliarani, Sugarco, 304 pagine, 23 euro.

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