La confessione di Pietro e un “dubium” teologico

di The Wanderer

Non sono un teologo, quindi ciò che sto per dire non è che un’opinione tra tante altre. Per questo chiedo sempre a coloro che sono teologi – e intendo professionisti in questa scienza – di correggere ciò che ha bisogno di essere corretto. Presenterò un’ipotesi, non altro che questo, chiedendo agli esperti di potarla, raddrizzarla o, eventualmente, demolirla.

Noi cattolici romani ci distinguiamo dagli altri cristiani perché siamo in comunione con il vescovo di Roma, nel quale riconosciamo il vicario di Cristo e il capo visibile della Chiesa. E lo facciamo perché consideriamo che colui che occupa la sede romana è il successore dell’apostolo Pietro, al quale Nostro Signore ha concesso tali privilegi.

Tutto ciò si basa su quella che è nota come la confessione di Pietro, il brano che è narrato nel Vangelo di san Matteo (16,13-20), e in Marco e Luca in maniera più sintetica. Ricordiamo le parole centrali:

Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.

L’interpretazione di questo passaggio sostenuta da noi cattolici romani è che la “roccia” su cui il Signore ha fondato la sua Chiesa è Pietro. Le altre Chiese cristiane non lo interpretano in questo modo. E, ad essere onesti, dobbiamo ammettere che anche i Padri della Chiesa, per la maggior parte, non l’hanno interpretato così. Secondo loro, la “roccia” sulla quale si fonda la Chiesa è la “confessione di Pietro”, cioè Cristo, non Pietro. Per verificare quanto dico, non è necessario essere un patrologo, né avere a disposizione una vasta biblioteca in greco e latino. Un buon campionario può essere ottenuto nella Catena aurea di san Tommaso d’Aquino che può essere consultata qui. Scrive, ad esempio, san Giovanni Crisostomo: “In altre parole, su questa fede e su questa confessione edificherò la mia Chiesa. Parole che implicano che molti crederanno nella stessa cosa che Pietro ha confessato. Il Signore benedice le parole di Pietro e fa di lui un pastore” (Homiliae in Matthaeum, hom. 54,2). Anche sant’Agostino, pur ammettendo che si possa considerare anche quella che noi sosteniamo, è a favore di questa interpretazione: “Ho detto in un certo luogo parlando dell’apostolo san Pietro che in lui, come in una pietra, è stata edificata la Chiesa. Ma non ignoro che in seguito, in molte occasioni, ho esposto le parole del Signore: In un passo, parlando dell’apostolo Pietro, ho detto che su di lui, come su di una pietra, è fondata la Chiesa. So però di aver in seguito ed assai spesso interpretato diversamente le parole del Signore: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Ho inteso cioè che su questa pietra significasse: su colui che Pietro ha testimoniato con le parole: Tu sei il Cristo, figlio del Dio vivo, e che pertanto Pietro, per aver ricevuto il suo nome da questa pietra, rappresentasse la persona della Chiesa che è edificata su questa pietra e ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli. Non è stato detto all’Apostolo: tu sei pietra, ma tu sei Pietro. La pietra era dunque Cristo, ed è per averlo testimoniato, come lo testimonia tutta la Chiesa, che Simone ebbe il nome di Pietro (1 Cor 10,4). Scelga il lettore quale delle due opinioni sia la più probabile” (Retractationes 1,21).

La mia ipotesi? Eccola. Pietro è la roccia su cui si fonda la Chiesa purché confessi che che Gesù di Nazareth è il Verbo di Dio fatto carne. E lo stesso vale per i successori: sono roccia, cioè vicari di Cristo e capi visibili della Chiesa, non solo per l’elezione canonica dei cardinali e per la loro intronizzazione nella sede romana, ma finché confessano Gesù come il Verbo. Questo sarebbe l’elemento formale del munus, mentre gli altri sarebbero elementi materiali. E perché un battezzato possa essere considerato il successore di Pietro e il portatore della promessa devono verificarsi entrambe le condizioni.

Se la mia interpretazione è corretta, tutti gli eletti in un conclave devono confessare Cristo, e quando vengono incoronati o installati, o in qualsiasi modo si voglia definire il fatto di prendere possesso della sede romana, devono fare una professione di fede, contenente la confessione.

Tuttavia, cosa accadrebbe se un papa smettesse di confessare che Gesù è il Verbo? Scomparirebbe l’elemento formale che lo costituisce come successore di Pietro e, di conseguenza, cesserebbe di essere tale. Non sarebbe più la roccia su cui è edificata la Chiesa, i suoi atti magisteriali e di governo sarebbero nulli e i cattolici sarebbero liberati dall’obbedienza.

Ma per abbandonare la confessione è necessario un atto esplicito o è sufficiente che, di fatto, si rinneghi la divinità di Nostro Signore? Certamente non voglio dire che il peccato sia motivo di negazione. Un papa potrebbe avere amanti in abbondanza, uccidere i suoi rivali o rubare l’oro dei nobili romani, ma potrebbe ancora conservare la sua fede e mantenere la sua confessione. Ciò a cui mi riferisco sono atti concreti e inequivocabili che portano direttamente alla conclusione che quella persona ha smesso di confessare Cristo.

Uno dei modi per sbrogliare questo nodo teologico è, ovviamente, cercare di trovare una spiegazione a ciò che sta accadendo nella Chiesa romana guidata da un personaggio così particolare come papa Francesco. Anche perché io, come tante migliaia di altri cattolici, nutro seri e fondati dubbi sulla fede di Jorge Bergoglio. Lui veramente confessa il Figlio di Dio e conferma noi cattolici nella fede?

Ricorderò qui alcuni avvenimenti, tra i tanti, accaduti durante il suo estenuante pontificato, in cui sembrerebbe che per Bergoglio, a differenza di Pietro, Gesù non sia il “Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

  1. Scrive Eugenio Scalfari, intimo amico del pontefice: “Papa Francesco mi ha detto: “[Queste frasi] sono la prova che Gesù di Nazareth una volta fatto uomo, sebbene uomo di virtù eccezionali, non era completamente un Dio” (La Repubblica, 5 novembre 2019, p. 35). Nonostante la Sala Stampa della Santa Sede abbia smentito queste parole, tuttavia, vista la gravità della dichiarazione pubblicata da chi è, oltre che suo amico personale e confidente abituale, un noto giornalista che scrive su un quotidiano molto diffuso in Italia, è strano che non ci sia stato alcun chiarimento da parte dello stesso Francesco.
  2. Chi sottoscrive il Documento sulla Fratellanza Umana di Abu Dhabi (4 febbraio 2019), nega tacitamente la divinità di Nostro Signore, poiché pone la fede cattolica in assoluta uguaglianza con l’Islam. Resta in vigore il principio di non contraddizione, che così recita nella sua accezione più classica: “È impossibile che la stessa cosa ad un tempo appartenga e non appartenga ad una medesima cosa, secondo lo stesso aspetto”. Se Gesù è il Figlio di Dio, il cristianesimo è l’unica vera fede, mentre le altre non sono che falsificazioni. Di conseguenza, praticare l’una o l’altra fede non è la stessa cosa e la “diversità delle religioni” non è qualcosa che Dio vuole, come afferma quel documento. In altre parole: se Dio volesse che positivamente ci fossero più religioni nel mondo, comprese quelle che ignorano o negano la divinità del suo Figlio incarnato nel seno della Vergine Maria, allora vorrebbe che gli uomini cadessero in culti falsi e idolatri e, peggio ancora, Dio si contraddirebbe.
  3. Infine, un fatto minore ma significativo. A fine ottobre dello scorso anno, il governatore di Santiago del Estero (Argentina) ha inaugurato il Parque del Encuentro, “un luogo ecumenico di dialogo interreligioso che mira a mettere in luce la diversità delle credenze e lo spirito di incontro reciproco”. Il sito contiene cinque edifici ispirati all’architettura di grandi monumenti – una moschea, una sinagoga, una Cappella Sistina, un tempio buddista e un tempio protestante – attorno all’”anfiteatro della Pachamama”. Ebbene, il monumento, di un kitsch senza eguali e costruito in una provincia indigente come Santiago del Estero, ha avuto la benedizione dello stesso papa Francesco che, in una nota autografa, ha impartito la sua benedizione e ha affermato: “La notizia di questa impresa mi ha reso felice. Che in mezzo a tanti disaccordi una comunità abbia il coraggio di fare una cosa del genere presuppone coraggio, audacia e, soprattutto, voglia di camminare insieme”. Chi confessa che Gesù è il Figlio di Dio può rallegrarsi, benedire e incoraggiare questo tipo di iniziative? Impossibile. La confessione di Pietro blocca ogni tipo di sincretismo e pretende l’esclusività.

La conclusione porta a una domanda: se papa Francesco, nei fatti frequenti e nelle espressioni concrete, non proclama la divinità di Nostro Signore, cioè non lo confessa come ha fatto Pietro, può continuare a essere considerato il suo successore? È ancora la roccia sulla quale Cristo ha edificato la sua Chiesa?

La mia non è una domanda retorica. Pongo una domanda seria sulla quale, per quanto sia scomoda, vale la pena di riflettere e chiedo a chi ne ha le competenze di rispondere e farci la carità di illuminarci.

Fonte: caminante-wanderer.blogspot.com

Traduzione di Valentina Lazzari

Titolo originale: La Confesión de Pedro y un dubium teológico

 

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