Euge, serve bone et fidelis. In memoria di don Paolo Romeo

di una parrocchiana

Euge, serve bone et fidélis, quia in pauca fuísti fidélis, supra multa te constítuam; intra in gaudium Domini tui (Mt 25,21).

Ai primi vespri della festa della Presentazione di Nostro Signore al Tempio e della Purificazione di Maria Santissima, il Signore ha chiamato a Sé don Paolo Romeo, abate parroco dell’Abbazia di Santo Stefano a Genova. Aveva 51 anni e fra pochi mesi avrebbe celebrato il 25mo di sacerdozio.

Da anni curava la celebrazione della Santa Messa tridentina e intorno a lui e grazie a lui si era raccolto un gruppo di persone, giovani e famiglie cui aveva dischiuso i tesori della liturgia secolare della Chiesa cattolica, quello scrigno di ineguagliabile bellezza che diede alla Chiesa schiere di santi.

La macchina del fango si è subito messa in moto perché l’occasione per i maligni era irripetibile: prete no-vax muore di covid, hanno urlato ai quattro venti. In più celebrava la Messa in latino: un mix che scatena le fantasie più torbide e malsane di chi, evidentemente, la Chiesa la frequenta poco e la conosce ancor meno. Con disprezzo l’hanno chiamato no-vax, tradizionalista, lefevbriano, addirittura ostile al papa. L’hanno irriso perché si è posto il problema morale dei vaccini derivati da linee cellulari abortive. Ma questo problema c’è e non è irrilevante, tanto che se ne è occupata anche la Santa Sede tramite la Congregazione della Dottrina della Fede e la Pontificia Accademia della Vita.

Ma lasciamo il fango a coloro che amano rotolarvisi, quelli che trovano in esso il loro elemento naturale. Parliamo di chi era realmente don Paolo.

Ai funerali l’arcivescovo di Genova, mons Tasca, ha invece avuto parole di stima e di paterna gratitudine per il lavoro svolto da don Paolo per la Chiesa genovese. “Don Paolo ha fatto tanto bene, anche se non tutti lo sanno. Ma io ne sono testimone”, ha detto a conclusione dell’omelia. Poche settimane fa, infatti, mons. Tasca, aveva trascorso in abbazia l’intera giornata della festa patronale di Santo Stefano, assistendo alla S. Messa in rito romano antico e a quella celebrata dalla comunità uniate, da anni ospitata in parrocchia.

L’arcivescovo si è anche fatto latore del messaggio di cordoglio e vicinanza inviato dal Card. Bertone, arcivescovo di Genova dal 2003 al 2006, che conosceva bene don Paolo, all’epoca giovane prete (fu ordinato nel 1997 dal card. Dionigi Tettamanzi).

Don Paolo era ed è un sacerdote cattolico, genovese per la precisione, innamorato di Dio e a Lui ogni giorno sempre più grato per averlo scelto tra tanti per essere un alter Christus.

Don Paolo amava Nostro Signore, la Vergine Santissima e una sola cosa temeva: il giudizio di Dio. Per questo non poteva non cercare in ogni cosa la verità o, meglio la Verità, che sola ci farà liberi.

La salvezza delle anime a lui affidate, di quelle che incontrava ogni giorno nel suo ministero, era la sua priorità. Non esitava un attimo quando veniva chiamato per amministrare i Sacramenti agli infermi. Mai si è preoccupato di quale malattia soffrissero, fosse il Covid o un altro malanno. Ben sapeva, infatti che l’unica malattia veramente mortale è il peccato ed esso va lavato nel Sangue dell’Agnello. Il sacerdote ha il compito di guarire le anime per il potere che Cristo stesso gli ha conferito, di amministrare la multiforme grazia di Dio per la salvezza eterna di ogni uomo: questo don Paolo lo aveva ben chiaro e lo univa ad un naturale calore umano che lo portava ad essere amico oltre chè pastore.

Don Paolo conosceva il Vangelo di Nostro Signore e sapeva che la via è quella stretta, che, se hanno perseguitato il Maestro, perseguiteranno anche i discepoli. Come lo sa ogni cristiano.

Ora il Signore ha voluto con Sé il nostro caro don Paolo, che ci era d’esempio e di riferimento, che si spendeva con generosità ed allegria. Non sappiamo perché lo abbia voluto con Sé proprio ora e in questo modo. Non c’è che un modo per vivere e per morire: come dice san Paolo vivere è Cristo e morire un guadagno.

Abbiamo pregato tanto che Dio ci lasciasse ancora don Paolo, abbiamo pregato in tanti, in tante parti del mondo. Sono state offerte tante Sante Messe perché ci sembrava impossibile perderlo, andare avanti senza di lui. Ma il Signore ha disposto diversamente. Ha permesso anche che per un attimo fosse infangata la sua memoria.

In tutto questo rendiamo grazie a Dio per il dono di un sacerdote secondo il Suo Cuore, il nostro don Paolo. Il Signore dà e il Signore toglie. Certo si soffre e si piange: don Paolo ci mancherà e ci appelliamo al Pastore della Chiesa che è in Genova perché l’opera di don Paolo possa continuare e dare frutti ancor più rigogliosi.

Don Paolo partecipa ora alla liturgia celeste: i clamori e le bassezze di questo mondo sono lontani. Iúdica me, Deus, et discérne causam meam de gente non sancta: ab hómine iníquo et dolóso érue me. Quia tu es, Deus, fortitúdo mea

Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam: quest’augurio è ora realtà in cielo.

Per questo ripetiamo con l’Apostolo delle genti: Gaudete in Dómino semper, íterum dico, gaudéte!

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