Russia-Ucraina: le radici della crisi. Con uno sguardo alla dipendenza europea (soprattutto italiana) dal gas russo

Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale

Alla fine Vladimir Putin si è mosso: all’alba del 24 febbraio ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina. La decisione è avvenuta poco dopo il riconoscimento ufficiale delle repubbliche separatiste del Donbass situate in territorio ucraino, Donetsk e Lugansk, e l’invio di truppe nel territorio con la motivazione ufficiale di un’iniziativa di peacekeeping. Ma la crisi tra Russia e Ucraina non è scoppiata all’improvviso, ma è il risultato di un contrasto che dura apertamente da otto anni: ovvero da quando nel 2014, dopo la Rivoluzione di Euromaidan culminata con la cacciata dell’allora presidente Janukovyč, Mosca ha invaso la penisola di Crimea e sostenuto i movimenti separatisti nella regione del Donbass, in Ucraina orientale. Ora che la Russia è passata all’attacco, dal canto loro Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare: l’Ucraina si trova ai confini con l’Ue e con la Nato (di cui la Russia teme un ulteriore allargamento a Est), ed è un punto di passaggio cruciale per la fornitura di gas proprio dalla Russia. Come si è originata la crisi russo-ucraina? Quali sono i timori di Mosca?

All’alba del 24 febbraio Vladimir Putin ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina e sono state confermate esplosioni nelle principali città, compresa la capitale Kiev, nonostante l’invio di truppe nei territori del Donbass nei giorni passati fosse stato giustificato come “peacekeeping“. La decisione è avvenuta dopo il riconoscimento ufficiale delle repubbliche separatiste del Donbass situate in territorio ucraino, Donetsk e Lugansk.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, come altri paesi del vicinato russo, anche l’Ucraina ha conquistato l’indipendenza. Da molti il paese è infatti considerato la “culla” della cultura russa moderna, essendo stata dal IX secolo d.C. il nucleo della Rus’ di Kiev, Stato monarchico medievale che si estendeva fino alla Bielorussia e alla Russia. Dal 1923 fino al 1991 l’Ucraina è stata poi una delle Repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ricoprendo il ruolo fondamentale di “granaio dell’URSS” grazie alla grande estensione di terreni coltivabili. Dopo l’indipendenza, la relazione tra Mosca e Kiev è stata travagliata e ondivaga, a causa di un’alternanza tra governi più filo-russi e altri più vicini all’Occidente (seppur nel quadro di una politica multivettoriale volta a sfruttare la rivalità tra i due schieramenti), come quello di Viktor Juščenko, nato dopo la “rivoluzione arancione” di fine 2004, o quello attuale guidato da Volodymyr Zelensky.

La posizione dell’Ucraina tra Unione Europea e Russia fa sì che il conflitto abbia valenze che vanno ben oltre all’aggravarsi delle divisioni interne del paese. Negli ultimi anni, l’Ucraina ha ricevuto il supporto militare del fronte occidentale (2,7 miliardi di dollari gli aiuti ricevuti dagli Usa dal 2014), riaccendendo le preoccupazioni russe di fronte a un suo ulteriore avvicinamento alla Nato. Dopo il collasso dell’Urss, questa si è infatti espansa fino a includere paesi che la Russia ha storicamente considerato facenti parte della sua orbita: uno sviluppo che il Cremlino considera una minaccia a livello sia securitario che simbolico. Per quanto molti esperti considerino irrealistico che l’Ucraina possa davvero unirsi all’alleanza transatlantica, Putin ha avanzato richieste di garanzie di limitazioni delle azioni Nato nella regione, che includono il divieto di ulteriori allargamenti, il ritiro delle forze da paesi che si sono uniti all’Alleanza dopo il 1997 (un blocco di paesi che include buona parte dell’Europa orientale, dai paesi baltici ai Balcani). Il caso in questione riguarda un possibile ingresso futuro dell’Ucraina nella Nato: un’opzione che attualmente non è sul tavolo, ma che secondo le richieste di Mosca dovrebbe essere esplicitamente scartata dall’Occidente, mentre per Washington l’eventuale richiesta di ammissione dovrebbe essere lasciata liberamente a Kiev (peraltro, l’ultimo sondaggio condotto presso la popolazione ucraina ha rilevato che il 54% vorrebbe entrare nella Nato). È dunque su questo punto che, fino ad ora, si è arenato il processo diplomatico.

Fin dalla sua comparsa come stato indipendente in seguito alla dissoluzione dell’Urss nel 1991, la vita politica ucraina è stata segnata dalla sua posizione intermedia tra Unione Europea e Russia, e da divisioni regionali, in particolare tra la parte occidentale e quella orientale, in cui un’alta percentuale della popolazione (secondo l’ultimo censo condotto nel 2001, oltre il 50% in Crimea e Donbass) si identifica nativa di lingua russa. Dopo tumultuosi mesi di dibattiti politici e proteste popolari nel 2013, il 2014 è stato l’anno della svolta, con l’annessione da parte della Russia della penisola ucraina della Crimea. Nello stesso anno, una linea di conflitto si è aperta nella regione orientale del Donbass, che ha visto i separatisti filorussi scontrarsi con l’esercito regolare. I separatisti hanno preso il controllo di parti del territorio, dichiarandole indipendenti con il nome di Repubblica Popolare di Lugansk e Repubblica Popolare di Donetsk. La dichiarazione di Putin del 21 febbraio ha aperto dunque il terreno ad un’invasione esplicita da parte della Russia nelle province contese, giustificata ufficialmente con ragioni di “peacekeeping”.

Mentre scambi diplomatici serrati sono in corso da settimane, le parti coinvolte mostrano che non si faranno trovare impreparate in caso di un’escalation militare. Se gli Stati Uniti (supportati dall’Unione europea) promettono sanzioni “senza precedenti” in caso di un’invasione russa, il Cremlino nega di avere intenzioni di portare avanti un’invasione, accusando l’azione mediatica dell’occidente di “isteria”. Il fronte occidentale ha intensificato i preparativi: gli Stati Uniti hanno allertato più di 8500 unità, mentre membri della Nato hanno inviato jet e navi da guerra in Europa orientale e sul Mar Nero. La Russia non resta certo a guardare, avendo svolto esercitazioni navali nel Mar Nero, nel Mediterraneo, nell’Atlantico e nei Mari del Nord, con oltre 140 navi da guerra ed almeno 10 mila soldati coinvolti. Ultima in ordine di tempo, l’esercitazione congiunta con la Bielorussia, che sarebbe dovuta terminare il 20 febbraio ma che sta continuando, e che ha consentito la mobilitazione di oltre 30 mila soldati russi. Mosca può così contare su un esercito compreso tra 150 mila e 190 mila unità (equivalenti a circa il 75% delle proprie forze militari convenzionali), disposto su un perimetro con l’Ucraina che va da nord a sud-est.

Il crescente dispiegamento di forze russo ha reso l’Ucraina un obiettivo esposto su diversi lati: a nord, a est e a sud, verso la Crimea. Un’esposizione particolarmente ampia per le difese ucraine; a questi su aggiunge un dispiegamento missilistico da parte della Russia potenzialmente in grado di coprire il 95% del territorio ucraino.

La Russia conta attualmente su un numero compreso tra 170 e 190 mila forze di terra schierate da tutto il paese, dai distretti militari del sud, del nord nel mar Baltico, fino a quelli dell’estremo oriente russo: persino dalla Siberia, come testimoniato dal trasferimento di mezzi militari avvenuto nelle ultime settimane sulle piattaforme ferroviarie.

A queste si aggiunge una forza di (almeno) 35-40mila unità del Donbass composta da separatisti, mercenari e cittadini russi, mentre a nord il coinvolgimento di unità bielorusse in esercitazioni con forze di terra russe aumenta la pressione sull’Ucraina lungo il confine settentrionale.

Oggi circa il 36% del gas importato dall’Ue (50% se si considerano solo le importazioni extraeuropee) viene da Mosca. E dire che nel corso di questi anni l’Ue ha cercato attivamente di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas, in particolare puntando sul gas naturale liquefatto (GNL) dopo il 2009 e 2010, quando per la prima volta la Russia chiuse i rubinetti verso l’Ucraina e parte dell’Unione. Ma la “dipendenza” da Mosca è un fatto strutturale e geografico: è molto più facile ed economico trasportare gas via tubo, e un enorme produttore non lontano dai grandi consumatori europei è un partner inevitabile. Per questo, malgrado le intenzioni sulla carta fossero quelle di diversificare le forniture, il calo di produzione in Norvegia, i problemi di produzione in Algeria e l’instabilità in Libia hanno al contrario aumentato la dipendenza europea da Mosca negli ultimi 10 anni.

L’Italia è il paese europeo che più fa ricorso al gas naturale: una quota del 42,5% del mix energetico nostrano. Quasi quanto la somma delle rispettive quote in Germania (26%) e Francia (17%). Ma i cugini d’oltralpe possono contar sul nucleare, che soddisfa quasi i due terzi del fabbisogno elettrico francese. Mentre la Germania è sì più virtuosa nelle rinnovabili ma rispetto a noi fa anche molto più ricorso al carbone. Questo vuol dire che siamo più dipendenti dal gas russo di tutti gli altri? Il peso del gas nei mix energetici è sicuramente uno degli elementi da tenere in considerazione ma bisogna anche considerare quanto di questo gas viene importato dalla Russia e la quantità di gas importato sul totale dei consumi nazionali (alcuni paesi europei sono buoni produttori, almeno per il loro consumo interno). A partire da questi tre elementi presi insieme, Ispi ha creato un indice di vulnerabilità dal gas russo, che dimostra che l’Italia, tra i principali Paesi europei, è di gran lunga il più dipendente dalle forniture di Mosca.

Fonte: ispionline.it

 

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