Il Vaticano II, l’autosoppressione dell’autorità e l’insegnamento del nulla. Dalla fiction alla realtà

di don Claude Barthe

Le dimissioni di Benedetto XVI, nel febbraio 2013, resteranno uno dei principali eventi del post-Vaticano II, forse anche un evento-chiave, avendo senza dubbio un valore esplicativo, che oltrepassa le motivazioni di papa Ratzinger.

Nel ventesimo numero di Res novæ, nel giugno 2020, abbiamo parlato della strana situazione creatasi nella Chiesa per l’assenza di condanne di eresie. Abbiamo fatto l’esempio tedesco dei coniugi di matrimoni confessionali misti, desiderosi di ricevere insieme l’Eucaristia, esempio ben più grave delle provocazioni del Cammino sinodale tedesco. In proposito la Congregazione per la dottrina della fede ha riunito i rappresentanti dei vescovi favorevoli e ostili alla concessione per dir loro che Roma non decide niente e chiede di trovare al proprio interno «un accordo il più unanime possibile». L’autorità ecclesiastica si rifiuta così di emettere una sentenza: positivamente, mediante enunciati che si riferiscono direttamente o indirettamente al carisma dell’infallibilità nei casi in cui la condotta del popolo cristiano lo reclami; negativamente (ciò che è poi nei fatti la stessa cosa), dispensandosi dal condannare coloro che si allontanano dalla confessione di fede. De facto, l’autorità si astiene dallo svolgere il ruolo di strumento d’unità (almeno di unità in senso classico) e si presenta come semplice gestore di una qualche diversità. Ebbene, non si tratta di una sorta di dimissione morale, la cui possibilità è stata mostrata dalla rinuncia attuata da Benedetto XVI?

Non a caso, dopo il concilio-terremoto che è stato il Vaticano II, è apparsa una serie di fiction aventi per tema precisamente quello delle dimissioni del papa. E non sono, queste, espressioni di una sorta di incubo, che ormai abita nell’inconscio collettivo cattolico? Ne ricorderemo tre.

Nel 2011 nel film di Nanni Moretti Habemus papam il cardinale Melville (Michel Piccoli) viene eletto, ma cade immediatamente in depressione e l’annuncio della sua elezione viene ritardato. Dopo diversi episodi (viene condotto da una psicanalista, poi ritrovato in un teatro), appare finalmente al balcone di San Pietro, ma solo per rifiutare tale responsabilità: «Io non sono il capo di cui voi avete bisogno», mentre in piazza San Pietro e in tutta la Chiesa cade il silenzio.

Nel 1998 era uscito il libro di Jacques Paternot e Gabriel Veraldi Le dernier pape, romanzo di fantasia, molto ben costruito benché l’immoralità sia fin troppo presente. Racconta come, dopo la morte di Giovanni Paolo II, un cardinale brasiliano venga eletto papa col nome di Matteo I. Egli permette ai preti di sposarsi, autorizza la contraccezione, il sacerdozio femminile, l’accesso alla Comunione per i divorziati risposati. Dopodiché non gli resta altro da fare che tirare le conclusioni di tutti questi atti «magisteriali»: riunisce, per completare il Vaticano II, un concilio che abolisce il pontificato sovrano.

L’opera più curiosa e più datata di questo genere è un romanzo di Guido Morselli, Roma senza Papa, scritto nell’immediato post-Concilio, tra il 1966 ed il 1967 (tutti i romanzi di Morselli vennero rifiutati dagli editori e apparvero solo dopo il suo suicidio, nel 1974). Si tratta innanzi tutto chiaramente dell’espressione del profondo trauma provocato dal Vaticano II. La storia, presumibilmente raccontata da don Walter, prete svizzero sposato, di tendenza tradizionalista (indossa la talare), si svolge nell’anno 2000. Al papa che è succeduto a Paolo VI, Libero I (abolizione del celibato ecclesiastico, decisioni del pontefice sottomesse all’approvazione del Sinodo, eccetera), succede Giovanni XXIV, sotto il quale si prosegue nel grande nulla: i teologi parlano di «socialidarianismo» e dell’introduzione del totemismo nella pratica religiosa; in dialogologia si insegna che il silenzio è la forma più completa di dialogo interreligioso; giovani sacerdoti marciano con una fascia nera al braccio per proclamare la teologia della morte di Dio; uno studente dell’Università Gregoriana, destinato al professorato, è ateo (l’idea di Dio è soggettiva) ma ciò non infastidisce per nulla i suoi superiori.

Di fatto, ed è questo il tema dell’intero libro, Giovanni XXIV non esercita più il proprio ruolo e, per evidenziarlo, ha lasciato Roma e si è insediato in una modesta residenza, stile locanda o motel, a Zagarolo, a trenta chilometri dall’Urbe, dove conduce una vita che Morselli qualifica come bucolica e che oggi diremmo ecologica.

Al termine del romanzo, quando don Walter finalmente lo incontra con un gruppo di dodici sacerdoti, il papa tiene un breve discorsetto improvvisato, che si potrebbe paragonare a un’omelia di Santa Marta, sul tema “Dio non è prete”. Insegnamento ambiguo, che può esprimere una pura evidenza o, al contrario, mirare al sacerdozio di Cristo, la cui umanità viene assunta dalla Persona divina del Verbo, e di colpo sostenere la più radicale delle declericalizzazioni: Cristo non è un sacerdote.

Insegnamento non infallibile, poteva considerare don Walter, come noi possiamo dirlo con sollievo dell’Amoris lætitia n. 301 (chi vive in condizioni di pubblico adulterio può rimanerci senza commettere peccato grave) o della Nostra Ætate n. 2 (la Chiesa rispetta le religioni non cristiane). Insegnamento che pertanto non insegna in senso stretto e rappresenta di fatto una sorta di rinuncia comparabile a quelle immaginate in queste fiction. Eppure insegnamento che insegna comunque, in mezzo a un baccano teologico molto simile a quello descritto in queste stesse opere di fantasia.

Fonte: resnovae.fr

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