Lettera / Ecco come non sono diventato diacono permanente

Cari amici di Duc in altum, ricevo e vi propongo questa testimonianza da parte di un mancato diacono permanente. A proposito di certi comportamenti nella Chiesa…

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Egregio dottor Aldo Maria Valli, sono un lettore del suo blog che seguo da qualche anno. Dopo averci pensato e pregato su, mi sono deciso a scriverle anche traendo spunto da due testimonianze da lei pubblicate: Ecco come non sono diventato prete e Ecco come io, giovane prete, non sono stato formato.

La mia storia si svolge in una diocesi del Nord Italia e può essere intitolata Ecco come non sono diventato diacono permanente.

Anni 2010/2011: dopo aver frequentato percorsi spirituali, maturo la vocazione al diaconato permanente quale risposta a una chiamata del Signore, con il pieno assenso di mia moglie. Il mio direttore spirituale di allora e altri due sacerdoti, tra cui il frate parroco della parrocchia che frequento da diversi anni con l’attiguo convento, esprimono pareri favorevoli.

Anno 2012: pieno di entusiasmo e tantissima voglia di fare, a totale disposizione dei formatori e della Chiesa, inizio il cammino di formazione. Poiché il sacerdote diocesano responsabile della formazione dei diaconi permanenti spiega al mio parroco che in diocesi i diaconi permanenti vengono scelti tra chi ha già compiuto almeno due anni dall’istituzione o ad accolito o a lettore, il parroco mi sceglie dunque come accolito.

In seguito, dal direttorio diocesano per la formazione dei diaconi permanenti apprendo che non si prevede di attendere “almeno due anni” dalla prima istituzione a uno di questi due ministeri, ma genericamente si parla di un tempo “congruo”. Prova ne sia che alla maggioranza dei miei colleghi in formazione i due anni non sono imposti. Addirittura c’è chi comincia il percorso diaconale senza essere né accolito né lettore, ministeri ai quali saranno istituiti strada facendo, come del resto avviene in molte diocesi italiane, perché né le direttive della Cei né, ancora meno, le norme della Santa Sede prevedono la clausola dei due anni.

Anno 2015: vengo autorizzato a frequentare lezioni presso la Facoltà teologica. Mi dicono che saranno considerate valide per il corso di formazione al diaconato.

Anno 2016: cambia il frate parroco, e anche il nuovo si mostra favorevole al mio percorso di formazione.

Anno 2017: il nuovo parroco, dopo alcuni mesi dal compimento dei due anni dall’istituzione ad accolito, scrive la lettera di presentazione al sacerdote responsabile diocesano della formazione e mi assicura che è tutto ok.

Anno 2018: a sorpresa, invece di diventare diacono vengo assegnato al servizio caritativo per i poveri. A dire del responsabile diocesano, infatti, i frati non hanno bisogno di un diacono.

Anno 2019: vengo a sapere di non essere nella lista dei candidati al diaconato perché la lettera di presentazione del 2017, scritta dal nuovo parroco, contiene elementi a mio carico in base ai quali il responsabile diocesano non mi ha ritenuto idoneo.

Cerco di avere un colloquio chiarificatore con il nuovo parroco, ma lui si giustifica con frasi vaghe, del tipo “non ricordo cosa ho scritto, non ho conservato copia della lettera”.

Inizia lo scaricabarile: secondo il responsabile diocesano, a decidere è il parroco; secondo il parroco, è il responsabile diocesano.

Anni 2019/2020: proseguo la frequenza ai corsi della Facoltà teologica. Nessuno dei due sacerdoti si interessa ai miei studi né al servizio mensa che svolgo per i poveri.

Anno 2020: sentendomi completamente abbandonato e rifiutato dalla Chiesa, scrivo una lettera ai due sacerdoti nella quale, con lo scopo di poter finalmente fare chiarezza, descrivo tutto ciò che ho vissuto in ben otto anni. Spero così di toccare i loro cuori, ma ottengo solo indifferenza. Per di più, dopo che ormai ci conosciamo da quattro anni, il secondo parroco mi assegna un nuovo servizio “per vedere come mi muovo”!

Non potendone più, mi rivolgo a un’altra parrocchia e a un altro parroco. Problemi risolti? Macché. Solo caos burocratico e altre attese.

Anno 2021: ancora scaricabarile fra parroco e responsabile diocesano. In estate mi arrendo: avendo capito che non mi ammetteranno mai al diaconato, mi dimetto dal servizio ecclesiale. Davanti al Signore ho la coscienza tranquilla. Posso andare in paradiso anche da laico a vita. Ma resta l’amarezza per il comportamento di uomini di Chiesa. Sarebbe bastato parlarmi chiaramente, invece hanno giocato a lungo con i miei sentimenti e la mia fede.

Lettera firmata

 

 

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