X

Contro l’ipnosi collettiva. Resistenza, disobbedienza civile, memoria. No alla conciliazione degli opposti

Cari amici di Duc in altum, vi propongo il testo del mio intervento alla Giornata nazionale di Liberi in Veritate che si è tenuta ieri a Palazzolo sull’Oglio (Brescia).

***

di Aldo Maria Valli

È sempre più evidente che il globalismo crea il bisogno del proprio prodotto attraverso le emergenze. Stiamo assistendo a una istituzionalizzazione delle emergenze. Se non è quella sanitaria è quella climatica, se non è quella climatica è quella energetica, magari indotta da una guerra a sua volta causata anche con il fine di alimentare un’atmosfera di costante instabilità, insicurezza e allarme. Il risultato è sempre lo stesso: abituarci a vedere nell’uomo un problema e nella relazione umana qualcosa da ridimensionare o eliminare. Se da un lato si propugna l’integrazione uomo-macchina, dall’altro il distanziamento è imposto in tutti i campi e si traduce in reale isolamento anche se siamo collegati mediante molteplici supporti tecnologici. L’obiettivo è produrre l’uomo-massa: pauroso, spaventato, isolato, intimidito, malleabile, manipolabile. E anche impoverito, sia interiormente sia materialmente.

La proposta sinodale della chiesa bergogliana, ridotta al livello delle televendite, cerca a sua volta di mettersi su questa scia. La chiesa bergogliana considera la religione un prodotto da adeguare alle esigenze della clientela e, in base a questa visione tutta orizzontale, tenta di offrire qualcosa di conforme al globalismo. Si muove con un misto di ignoranza, superficialità, ottusità. Mossa non dalla fede ma da un’ideologia, non tollera che chi ancora mantiene una visione trascendente della vita si rivolga ad altro: non può ammettere che chi ancora, nonostante tutto, ha una visione verticale dell’esistenza chieda proposte radicali, autenticamente rivolte al Cielo per la salvezza dell’anima, e non si accontenti di una scimmiottatura dello spirito mondano.

Il globalismo e la chiesa bergogliana hanno in comune quella che possiamo definire una visione commerciale. Entrambi cercano di piazzare un prodotto, entrambi ragionano in termini di profitto. Ma se il globalismo ha ben chiara la strategia e sa dove vuole arrivare, la chiesa bergogliana è solo un’imitatrice patetica, che facendo propri i dogmi della modernità corre verso l’autodissoluzione.

Le due entità, globalismo e chiesa deviata, sono accomunate dal sovvertimento di male e bene. Dipingono come bene ciò che è male per l’uomo e come male ciò che è bene. Si pensi ai ripetuti moniti della chiesa bergogliana contro i “rigidi”, quando invece è proprio la fluidità morale la causa di tanto sbandamento e, alla fine, di tanta infelicità.

Molti, tuttavia, incominciano ad aprire gli occhi. E che cosa vedono? Sia pure a volte con fatica e a volte con dolore, avvertono che la questione con la quale facciamo i conti non è più riconducibile a un dato ambito (sia esso sociale, culturale, politico, religioso), ma è antropologica: c’è chi vuole rifare l’uomo. Torna l’eterna pretesa gnostica di creare l’uomo nuovo. Le novità sono due: da un lato abbiamo una chiesa (ovviamente mi riferisco a essa limitatamente alla sua componente umana) che addirittura con i suoi vertici si mette al servizio degli stregoni e si piega alle loro visioni, una chiesa che non è più baluardo a difesa della verità, ma è serva. Dall’altro abbiamo un’accelerazione senza precedenti: la macchina globalista agisce infatti con grande rapidità.

Che cosa significa, oggi, aprire gli occhi? Io penso che significhi diventare automaticamente tradizionali. Uso questo termine, “tradizionali”, a ragion veduta, per opporlo a quel “tradizionalisti” che vuole ghettizzarci. Nella tradizione c’è la risposta anche ai nostri problemi di oggi. Ed è una risposta, in fondo, semplice. Non occorre inventare formule nuove. Essere consapevoli della battaglia in corso è già essere tradizionali, e significa esserlo sempre, in tutti gli ambiti: non solo in quello liturgico, non solo in quello teologico. È un modo di essere, un abito mentale, culturale, spirituale. E qui lasciate che citi la celebre espressione di Giuseppe Prezzolini, a me tanto cara. Occorre diventare membra della “Congregazione degli Ápoti”, ovvero di quelli che non se la bevono. Di quelli che non si lasciano ipnotizzare. Di quelli che, a occhi aperti e a mente lucida, dicono “io non ci sto”, e si comportano di conseguenza.

Come? Prima di tutto con un pensiero che è l’opposto di quello, tutto ideologico, del globalismo e della chiesa bergogliana. Occorre ricuperare il sano realismo cristiano, quella sana concretezza di chi sa che Dio esiste e crede. Crede nella Trinità e nell’Incarnazione, e per questo non separa la vita privata dalla vita pubblica, la religione dallo Stato, la Fede dalla Morale. Dobbiamo vivere la dimensione trinitaria non solo come singoli, come individui, ma anche come corpo sociale che crede nel Signore e Lo ama e mette tutto questo a fondamento di ogni scelta, di ogni comportamento.

Questa fraternità la vediamo già oggi operante. Tante persone che fino a poco tempo fa non si conoscevano sono entrate in contatto, si sono conosciute e riconosciute. È una fraternità vera, non alla “fratelli tutti”. O meglio: siamo in effetti tutti fratelli, ma non perché accomunati da una fratellanza di stampo massonico, non perché uniti da una confusa, distorta e strumentalizzata idea di bene comune, ma perché figli dell’unico Padre in Cristo, fedeli ai suoi comandamenti. Un Padre che ha il diritto di ricevere un culto degno non solo nel momento della liturgia, ma con tutta la nostra vita. Un Padre che è sì misericordioso, ma lo è nella giustizia. Un Padre che non può essere ridotto a caricatura (Deus non irridetur) in nome di una visione distorta e interessata dell’idea di misericordia.

Non intendo qui entrare nelle questioni relative alla liturgia, anche se so che ci stanno tanto a cuore. Mi limito a osservare che, proprio in base al Deus non irridetur e al sacro timor di Dio, l’intera nostra vita deve essere liturgia, nel senso che deve rendere gloria a Dio.

A volte siamo indotti a pensare in termini meramente quantitativi e allora ci consideriamo una minoranza sparuta e irrilevante. Ma l’uomo di fede non ragiona così. Questa battagIia non si gioca sul terreno dei numeri, ma sul piano della consapevolezza della posta in gioco.

Di fronte a globalismo, green economy, ecoterrorismo, ideologia dell’accoglienza indiscriminata, promozione del gender, omosessualismo, la domanda che dobbiamo porre è sempre la stessa: cui prodest? A chi conviene? Chi ci guadagna? Lo stesso vale per la chiesa bergogliana. Vediamo così che chi ci guadagna è il signore della menzogna, il mentitore, il divisore. Colui che ti alletta con l’idea del profitto immediato nascondendo la distruzione.

Dobbiamo sapere che in fondo non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se per esempio rileggiamo la bolla Ecclesiam a Jesu di Pio VII (anno 1821) e sostituiamo alla parola Carbonari la parola Davos, o la sigla Wef del World Economic Forum o i nomi di Schwab e soci, vediamo che il discorso di quel pontefice può essere applicato alla lettera alla nostra realtà. Ma se un tempo la Chiesa denunciava il complotto, ora, con i suoi vertici deviati, lo asseconda.

Nonostante tutto, il sensus fidei è all’opera nel popolo di Dio. Attraverso il mio blog Duc in altum ricevo numerose sollecitazioni e rimango sempre colpito dalla concretezza delle riflessioni e delle proposte, quella concretezza tipicamente cristiana che va al cuore dei problemi.

Ecco così la battaglia, che sembrerebbe di nicchia e invece è decisiva, per la ricezione della Santa Eucaristia sulla lingua e in ginocchio. Una battaglia che è stata intrapresa da tanti fedeli, spesso all’insaputa gli uni degli altri, e che è di fondamentale importanza perché qui siamo nel cuore della nostra fede. La testimonianza di questi fedeli, che avviene spesso al prezzo di sofferenze e autentica emarginazione, non riguarda solo la forma, ma è sostanza! Ecco perché io nel mio piccolo cerco di dar voce a questi perseguitati, raccontando i soprusi di cui sono vittime ma anche la tenacia indomita che li caratterizza e i risultati che non di rado riescono a ottenere abbattendo il muro dell’ostilità o dell’indifferenza. L’azione di questi fedeli è parte del piano di restaurazione di Cristo Re, piano che deve iniziare dalla Chiesa, nella quale Egli dovrebbe essere adorato e venerato con la massima devozione.  

Un’altra sollecitazione che ricevo è quella di unire le forze. Molti notano che a fronte dell’aumento delle persone che hanno aperto gli occhi c’è ancora molta frammentazione ed è difficile identificare punti di riferimento. Io rispondo che in realtà molto si è fatto, ma le persone chiedono di più. E devo dire che la figura di monsignor Viganò è senz’altro quella che più di tutte è in grado di fare da catalizzatore. Un riconoscimento tanto più significativo perché non è frutto di marketing religioso, come quello che vediamo applicato nella chiesa bergogliana, ma è del tutto spontaneo.

A proposito di punti di riferimento, è chiaro che ne manca uno politico, come abbiamo visto in occasione delle elezioni del settembre 2022. Sotto questo profilo la richiesta che mi arriva è duplice: scendere in campo e aggregare le iniziative. Ma personalmente ritengo che non ci si debba incaponire. La dimensione politica è importante, ma se i frutti non sono ancora maturi occorre prenderne atto e non forzare la mano. L’azione culturale, nel senso più ampio del termine, è propedeutica a quella politica. Sarà sul piano culturale e sociale che nasceranno le risorse e le energie in grado di sfociare anche in un impegno politico. Non possiamo farci interpreti di una politica distillata in laboratorio.

Circa il post-Covid, e venendo così alla cronaca dei nostri giorni, vorrei dire (e anche in questo caso le indicazioni che ricevo dai lettori sono chiare) che non ci dobbiamo accontentare di una pacificazione a buon mercato. Non dobbiamo permettere che si cerchi di voltare pagina senza analizzare ciò che è successo. Quindi dobbiamo fare memoria. Lo so, la voglia di voltare pagina e di lasciarci tutto alle spalle è forte ed è comprensibile, ma dobbiamo fare memoria. Lo dobbiamo a noi stessi, alla nostra dignità, ma anche alle future generazioni. Io sto preparando qualcosa in proposito e penso che il titolo che darò al mio lavoro sarà “Non è andato tutto bene”. Siamo stati trattati come cavie, indotti a prender parte a una sperimentazione di massa che ha calpestato ogni diritto a tutti i livelli. I signori del transumanesimo e della visione neomalthusiana, con l’appoggio della chiesa bergogliana, ci hanno trascinati in una grande truffa, un horror che molti di noi hanno denunciato tempestivamente ma che dobbiamo continuare a denunciare, anche se ciò ci varrà l’etichetta di rompiscatole complottisti. Il complotto c’è stato, c’è e ora sta cercando forme nuove per realizzare il solito progetto. Gridare al complotto non è sintomo di follia: è realismo.

Diciamo dunque no a una pacificazione a buon mercato, no al solito scurdammoce o’ passato. Altro che scurdammoce! Dobbiamo ricordare. La commissione d’inchiesta deve essere permanente nei nostri cuori e nelle nostre menti.

Una pacificazione ottenuta al prezzo di nascondere il cui prodest al quale accennavo prima, una pacificazione ottenuta con un colpo di spugna sugli affari sporchi e i rapporti fra élite transazionali, mondo della pseudoscienza, apparati tecnologici e industriali, mass media e politica, non sarebbe tale: sarebbe un tradimento verso noi stessi e verso tutti coloro che, in quanto membri della Congregazione degli Ápoti, hanno pagato un prezzo. Sarebbe collaborazione con il nemico.

Voltagabbana e cerchiobottisti sono già all’opera per alzare la cortina fumogena, ma non dobbiamo permetterlo. Il cristiano è uomo di pace, ma non è pacifista. Non possiamo accettare alcuna riconciliazione fra gli opposti.

La guerra non è finita, anzi è appena incominciata. Vedrete che saranno presto trovati nuovi modi per spaventarci, per rinchiuderci, per fare di noi, ancora una volta, una massa intimidita, una mandria docile da condurre dove vogliono i padroni del pensiero unico. Saranno trovati nuovi modi per accusarci di psicoreato. Allora dovremo essere ancora più vigili, ancora più combattivi, ancora più disposti alla battaglia. Dev’essere chiaro che non può esserci alcuna forma di pacificazione, e per noi mai ci sarà, con chi ha concepito e condotto l’esperimento sociale che è passato sotto il nome di pandemia. Se sarà necessario, passeremo al bosco. Ma continueremo a proclamare: “Non nel mio nome” e “Anche se tutti, noi no”.

Ho detto in un altro intervento che, ispirandoci ai dissidenti dei tempi dell’impero sovietico, nostro compito è costruire a ogni livello la polis parallela: un lavoro da compiere specialmente nel campo culturale e in particolare sotto il profilo educativo e formativo. Una polis nella quale si ricupera la dimensione morale dell’uomo, perché l’obiettivo degli ideologi e dei rivoluzionari d’ogni tempo e colore è sempre quello di demoralizzare l’uomo in senso letterale, cioè di spogliarlo della dimensione morale, della capacità di pensare in termini di bene oggettivo e male oggettivo.

Ricordiamo: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più”. Sono parole di Hannah Arendt, nella sua opera Le origini del totalitarismo.

Di fronte al Grande Leviatano globalista percorriamo la strada della disobbedienza civile. Una strada che tanti di noi hanno scoperto, o riscoperto, proprio durante la psicopandemia. Pratichiamo, come chiede Thoreau nel suo celebre saggio, la virtù del coraggio nei confronti dello Stato che pretende la nostra collaborazione con il male e la chiama “senso di responsabilità”. Non lasciamoci ipnotizzare. Ricordiamo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Dare a Cesare quel che è di Cesare non significa dargli tutto. Significa dargli quel che è giusto se Cesare resta al suo posto. Se Cesare si mette contro Dio, nostro compito è di contestarlo, in modo che produca leggi conformi al disegno divino.

Le parole di Gandalf ne Il Sigore degli anelli di Tolkien devono diventare le nostre: “Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noi”.

Questo è il realismo cristiano, opposto alle distopie di tutte le ideologie che volendo mettere l’uomo al posto di Dio producono solo sofferenza e morte. Facciamo nostre anche le parole pronunciate dalla principessa Éowyn, sempre ne Il Signore degli anelli: “Non temo né morte né dolore, temo la gabbia, stare dietro le sbarre finché l’abitudine e la vecchiaia le accettino”.

Palazzolo sull’Oglio, 5 novembre 2022

Aldo Maria Valli:
Post Correlati